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Perceval, la ricerca del Graal ed il Re Pescatore (4)

 

l Graal, la coppa, la ferita, la misura, lo spazio,
la domanda e il ventre femminile…
Testo e Ricerca di Anna Pirera

Del Graal si è parlato forse più di ogni altro simbolo:
esso ha affascinato pittori, poeti, studiosi, maghi, cavalieri, uomini e donne in un modo o nell’altro coinvolti nelle molte vie della sua Cerca. Multiforme e molteplice, esso è un archetipo inesauribile, come inesauribile è il suo Dono.

Incantata dal suo potere, dalla sua infinita potenza simbolica, ho incontrato il Graal in molte forme sul mio cammino ed è stato il più delle volte, prima ancora di sapere come e perché, attivatore di guarigione per me e per le persone che nel lavoro con me lo hanno evocato.

Vorrei qui offrire in ringraziamento alcuni spunti riflessivi, alcune immagini o suggestioni,
che hanno trovato eco nella mia e nelle loro storie.

 

Nel segno della Coppa
In primo luogo, in primo piano, del Graal si impone al nostro sguardo la figura: splendida coppa,
contenitore, calice, il Graal è il segno e il simbolo del femminile dal tempo più antico e forse anche da prima,
da quel tempo prima del tempo da cui in seguito è sorto il nostro tempo storico.
Secondo alcuni, lo vedremo, il Graal porta a noi il suo mistero dalle ere più antiche, dai tempi della mitica Atlantide e dalle lontane civiltà che avrebbero preceduto l’era preistorica. O da ancora prima, dalle origini della manifestazione….

Coppa, ho detto, contenitore: il Graal, prima di essere calice, prima di ergersi, prima di entrare in relazione con la mano umana, era infatti la coppa, il calderone. E alle sue origini esso era forse luna crescente, puro segno del concavo, quell’apertura e contenimento in uno, origine e fine della vita, fonte eterna, luogo in cui ogni cosa, ogni vita, può trovare senso e riposo.
Come nelle coppelle, nelle concavità naturali delle pietre, così sacre, così semplici, così eterne.

Ventre della Dea, segno del Femminile Sacro, il calderone-coppa era nel tempo antico inesauribille sorgente di nutrimento, trasformazione e rigenerazione. E lo stesso ventre della Dea si manifestava nelle coppelle e nei pozzi, luoghi da sempre sacri, simboli della forza della vita convogliata al centro e riofferta al mondo.

L’acqua piovana, primo contenuto del graal-coppa, si raccoglie nelle coppelle scavate nella pietra e diventa sacra espressione della fertiltà della terra, acqua nel grembo della Madre, potenza di guarigione, nettare, lacrime e latte dell’Antica Dea.
L’acqua sorgente dalla terra, l’acqua nei pozzi, era per gli antichi quell’acqua sacra che attraversa i mondi, che proviene dal cosidetto Altromondo, che muove dal ventre profondo della Madre per affiorare nel nostro mondo a dissetare Vita.

Di questa connessione profonda fra acqua e terra il Graal sarà sempre portatore, nella relazione di forma – terra e contenuto acqua, anche quando essa sarà l’acqua-luce della fonte spirituale.

Il Graal e la sua Cerca

Il Graal come lo conosciamo oggi fa la sua comparsa nella letteratura europea intorno al 1200, negli scritti di Chretién de Troyes, ritenuti da molti una trascrizione di ben più antichi racconti e leggende.
Nel cosidetto Ciclo Bretone, un gruppo di testi apparsi negli stessi anni, esso prende corpo e diventa un fulcro attorno a cui ruotano le vicende dei molti, un fulcro luminoso, misterioso e inafferrabile.

Esso è l’oggetto della Cerca, la ricerca, lo scopo che muove. Il Graal e il Re Pescatore, il Re ferito presso cui il Graal dimora, restano sostanzialmente immutati nei numerosi romanzi del ciclo (anche se, lo vedremo, il Graal diviene oggetto di una interpretazione cristiana del suo misterioso potere), mentre le vicende della Cerca si arricchiscono, i personaggi mutano, si moltiplicano, cambiano nomi e storie.

Cominciamo dunque il nostro viaggio nel mondo del Graal seguendo la storia narrata da Chretién nel Perceval:

Era il tempo in cui gli alberi fioriscono, gli arbusti si coprono di foglie, i prati verdeggiano,
gli uccelli cantano all’alba nel loro dolce linguaggio e tutte le cose si infiammano di gioia…

Come in ogni inizio, e il Graal è per essenza un inizio, siamo nel tempo in cui la vita rinasce, nel tempo della gioia.
La storia comincia dalla Terra, dal tempo della rinascita nella terra.
Fin da subito, è il femminile a trasmettere il senso della storia. Terra – pare – è un termine che in tutte le lingue è declinato al femminile.
E al punto di partenza troviamo, naturalmente, la madre nelle figura della mamma di Perceval, il protagonista.

Molta parte dei racconti del Graal ha a che vedere con il maschile, il femminile e la giusta relazione fra loro.
Se guardiamo all’antico simbolismo della coppa poco fa descritto, viene da chiedersi come dal femminile – la coppa – sia sorto il maschile – il calice, il Graal. E la vicenda narra anche di questo. E di come essi infine siano uno.

Perceval, l’eroe, lascia la madre e si mette in viaggio, è giovane e sprovveduto e dipende dai consigli di figure più anziane di lui, non avendo in sè altro che un barlume di consapevolezza, quella piccola luce che appunto lo muove al viaggio, all’andare verso il suo destino.
Dopo alcune vicende che lo vedono tra l’altro agire in un modo sciocco con una dama fino a comportarsi in modo insultante nei suoi confronti, incontrare l’Amore e allontanarsene troppo presto per poi perdersi lungo la via, Perceval giunge ad un fiume profondo. Al centro del fiume naviga una barca da cui un pescatore gli indica la strada per trovare la casa del Signore di quelle terre.
Giunto alla dimora, Peceval si trova alla corte del Re ferito, il Re Pescatore, e conversa con lui mentre il re è sdraiato sul suo letto, ferito alla coscia di una ferita da cui non guarisce. In quel mentre, Perceval assiste con stupore ad uno spettacolo straordinario:

… arrivò a corte un valletto con una lancia bianca.
Una goccia di sangue colava dalla punta fin sulla mano del valletto.
Il giovane rimase a bocca aperta a tale vista e si trattenne dal domandarne ragione…
A questo punto arrivarono altri due valletti, con in mano candelieri d’oro fino.
In ogni candeliere bruciavano dieci candele.
Una fanciulla entrò insieme a loro reggendo fra le mani una coppa.
Al suo apparire si diffuse una luce sì grande che le candele persero chiarore,
come le stelle quando si leva il sole.
Dietro di lei un’altra damigella recava un piatto d’argento.
La coppa era fatta dell’oro più puro ed era ricoperta dalle pietre più preziose.
Come la lancia era passata davanti al letto dove sedeva il vecchio signore,
così passarono le damigelle andando da una stanza all’altra.
Il giovane le vide passare, ma a nessuno osò domandare il significato di tutto ciò.
..

Per via della domanda non formulata, Perceval perde la sua occasione, si allontana dalla corte del Graal e non avrà modo di ritornarvi se non al termine di lunghi anni di sofferta ricerca.

Attorno alla coppa, il Graal, appaiono nell’episodio gli elementi ad esso strettamente connessi: la terra desolata, la ferita, la guarigione, la domanda, le due damigelle, la luce, l’oro e l’argento, il passare.
La terra del regno del re ferito è infatti una terra desolata, ci racconta la storia, una terra sterile.
Il re, il re pescatore, è ferito ad una coscia, una ferita che non può guarire come le altre solo nel tempo, una ferita spirituale, simbolo delle numerose ferite che ognuno di noi reca in sè, ferite che ci hanno allontanato dal flusso naturale dell’Amore che scorre in ogni vita.
E per tali ferite dell’Anima il Graal è Guarigione.
Ma la guarigione, per il re come per ognuno di noi, dipende da un passaggio essenziale, che sta nel porre La Domanda. Non può esservi guarigione se la domanda non viene posta.
Due damigelle, due fanciulle portano la Coppa d’oro e il Piatto d’argento.
Dalla Coppa, dal Graal si sprigiona una luce ultraterrena.
E, infine, il Graal si presenta come qualcosa che passa, una processione. Si viene a sapere poi che tale processione avviene ogni giorno. Come a dire: il Graal è sempre presente, l’incontro con lui ogni giorno possibile. E’ sempre oggi.

Erede del calderone, il Graal è guarigione in quanto potenza trasformativa, rigenerazione, rinnovamento.
Come ognuno di noi sa, ogni ferita, quando è ferita interiore, reca con sè dolore anche nelle nostre relazioni, nel nostro mondo. Se il re è ferito, la sua terra è desolata, sterile. La Guarigione interiore comporta dunque anche la guarigione del nostro regno, delle nostre relazioni, del nostro vivere nel mondo.

Nel Graal si congiungono elementi che riguardano la guarigione di ciascuno di noi singolarmente ed elementi che riguardano la guarigione della Terra Madre e della Vita nel senso più ampio. Il Graal ci parla delle connessione profonda fra la nostra guarigione individuale e la Guarigione collettiva della Terra. Ancora più fortemente, il Graal racconta l’essere una sola cosa la guarigione dell’uno e quella del mondo.

L’unità di guarigione individuale e guarigione della Terra era una cosa ben nota nel tempo più antico, nell’epoca neolitica e forse ancora da prima, ed era simbolicamente rappresentata dal Matrimonio Sacro del re con la sua terra, quel rito che sanciva il legame d’amore e la promessa che uniscono la Terra al suo Re. L’antico hyero-gamos greco nel mondo del Graal era celebrato fra il Re Cervo e la Sacerdotessa-Terra e rinnovava nel rito annuale questo patto.
In esso il Femminile divino si univa al Re offrendogli la Sovranità, quel Trono che nelle sue lontane origini altro non era se non il grembo della Dea.

Il legame fra la Terra ferita, il femminile, il calderone della rigenerazione e il Graal viene raccontato in alcune storie che possono essere considerate antefatti e precedenti delle vicende del Graal.

Il calderone di Bran nel Mabinogion.
Nella mitologia irlandese e nei testi più o meno coevi al Perceval raccolti nel Mabinogion – anch’essi elaborazione scritta di precedenti tradizioni orali – appaiono gli elementi della coppa-calderone e del piatto, entrambi associati ad un eroe di nome Bran.
Vi compare infatti, collegato a Bran, il “calderone della rinascita” con funzione rigenerativa: i guerrieri morti che vi vengono gettati al cader della notte, la mattina seguente risorgono. Nel calderone, ventre del femminile, la vita si rigenera, così come la vita vegetale rinnova la sua nascita in primavera dopo aver riposato nel ventre della Madre Terra durante il tempo invernale.
Bran possedeva secondo le leggende anche un piatto straordinario, tale che qualunque cibo si desiderasse, subito lo si otteneva.
Fonte di nutrimento e soddisfazione di ogni desiderio, esso svolgeva la funzione del femminile che nutre la vita e offre alimento all’anima come al corpo.

Le damigelle dei pozzi
Prima della storia narata da Chretién, si svolgono le vicende di uno scritto di poco posteriore al Perceval, giunto a noi col nome di “L’Elucidazione”. Una delle storie in esso narrrate è per noi il simbolo del ponte che dalle antiche coppelle e dalle acque sacre reca al Graal.
In esso si narra di un tempo di rovina, in cui la magia del femminile era violata e incompresa, e la terra desolata.

Il regno volse in rovina, la terra divenne secca e sterile tanto che non valeva più il prezzo di due noci.
Perdute erano le voci dei pozzi e delle damigelle che vi abitavano.
Esse svolgevano un tempo questo servizio, che se un viandante desiderava cibo e bevande
bastava che lasciasse la strada e cercasse uno di questi pozzi,
e immediatamente senza neppure dire che cosa gli piacesse se ne poteva disporre; bastava chiedere.
Infatti da uno di essi usciva una damigella, che più bella non si poteva immaginare,
recando in mano una coppa d’oro con dentro carne lardellata e pane,
mentre un’altra damigella portava una candida tovaglia e un vassoio d’oro con il cibo ch’egli aveva chiesto…
Tale splendida accoglienza si riceveva a quei pozzi…
e le damigelle con grazia e letizia servivano tutti coloro che ai pozzi venivano.

Anche qui la coppa e il piatto, e le damigelle in coppia, come nell’incantata processione.
Del femminile il numero è il due, come nelle raffigurazioni dell’antica Dea, quando il potere del due, il potere del doppio, era potere della generazione, della Madre-Figlia che perpetua la Vita come ci mostrano le raffigurazioni neolitiche.
E anche qui acqua e nutrimento, soddisfazione dei desideri e dei bisogni di ognuno, sgorgano dai pozzi – dai ventri – del femminile.
Di quei tempi perduti resta solo la nostalgia.
Resta Il ricordo di quando dal ventre della terra, dai pozzi, sorgevano le acque fertili a placare la sete e il cibo a placare la fame dei viandanti.
Resta Il ricordo della sacralità della fonte da cui sgorga il liquido del piacere, di cui le damigelle di indicibile bellezza sono il simbolo, da cui proveniva ogni vita e fertilità e gioia in tutto il regno.
Come nella Storia, è stata la violenza a generare la frattura:

Il re Amangons, crudele e vile di cuore, per primo infranse la consuetudine dei pozzi,
e molti altri poi fecero lo stesso seguendo l’esempio del re,
che aveva invece il compito di difendere le damigelle e tenerle sotto la sua protezione.
Il re violò una damigella privandola, col di lei duolo, della verginità, e la privò anche della coppa d’oro…
in cui si fece servire il cibo d’ora in avanti…
Ma da quel giorno la damigella non uscì più dal pozzo per servire chi là venisse a chiedere nutrimento,
e anche tutte le altre damigelle servirono il cibo senza più farsi scorgere.

E proprio perché molti altri uomini del re seguirono l’esempio del re, e poiché tutti i pozzi vennero violati,

Il regno cadde in tale desolazione che nessun albero metteva più le foglie.
Seccarono i prati ed i fiori, e i corsi d’acqua inaridirono.
E da allora nessuno potè più trovare la corte del Ricco Pescatore,
che era solito riempire la terra dello scintillio dell’oro e dell’argento…

Perdute sono dunque le voci dei pozzi, le voci dell’anima cui non viene più dato ascolto, le voci del femminile nel mondo come in ognuno di noi.
Perduto il rispetto dell’intimità sacra, perché dove vi era sorgente di vita, nettare e piacere, la violenza ha portato aridità, secchezza, sterilità

Quante volte l’aridità e la secchezza, di umidità e di piacere, ci parlano in una donna di una intimità violata? Troppo spesso, ahimé.
Quante volte l’aridità del cuore ci parla del femminile interiore violato, del sentire violato, anche nel maschile? Perché ogni volta che ha luogo una violenza, essa ferisce anche il feritore di una ferita che non può guarire.

La Guarigione e la domanda


Un punto molto importante nella storia del Graal è connesso al fatto che l’eroe deve porre La Domanda.
Come in ogni buona storia, anche nelle vicende del Graal un elemento resta aperto, ambiguo, inspiegato. Tale apertura, tale ambiguità, è connessa con la domanda. Il Graal, anche quando raggiunto, resta legato ad un elemento attivo, trasformativo della coscienza.

Se il racconto di Chretién è incompiuto – termina prima che la Cerca abbia fine, altri hanno offerto conclusioni alla vicenda del Graal, in cui l’eroe, Perceval, Parsifa, Galahad e gli altri nomi che egli prende nelle diverse versioni, giunge infine a ritrovare il Graal.
Ma il successo, sappiamo, dipende dal porre una domanda – non una domanda qualsiasi – la domanda che apre la soluzione.

In ogni storia di guarigione, così tanto dipende dal porre domande, dal coraggio di porre domande, dal coraggio di superare la vergogna (a Perceval era stato detto che non era conveniente porre domande) che il domandare comporta.

Il domandare nomina, addita e svela: la ferita del re, la goccia di sangue della lancia, il mistero, la luce ultraterrena. Occorre anche vedere la ferita, sapere che non cessa di sanguinare, prendere atto della terra desolata, rompere il muro dell’omertà – si direbbe oggi.
Anche il questo caso, in ognuno di noi c’è l’esperienza che la domanda – quando è la domanda giusta – porta con sè, in uno, la risoluzione.

E sulla Guarigione spirituale, sul Graal, la domanda, come ci è giunta, è ambigua, doppia, bifronte:

“Chi serve il Graal?”

Il mistero del Graal si connette al mistero su chi giunge a lui: è egli il servitore del Graal o colui che dal Graal viene servito, colui che da esso si abbevera?

Nell’identità di Guaritore e Guarito, di servitore e servito, il Graal ci conduce infine al centro del mistero della Guarigione, dove inizio e fine coincidono.

La Guarigione, la domanda e l’altro
E ‘importante il fattto che, come hanno sottolineato molti, il Graal ci pone di fronte al nostro rapporto con il Femmnile Sacro, da cui siamo nutrite e che nutriamo in noi e/o nel femminile intorno a noi.
La ferita porta con sè l’impossibilità di attingere alla fonte di nutrimento, così come nella terra sterile e desolata non scorre più l’acqua di vita. Abbiamo bisogno che un altro veda e domandi di tutto ciò. Lo sguardo dell’altro, che vede, e il suo dire, la domanda, riconnettono, liberano il re e la sua terra e il cibo dell’anima viene nuovamente offerto dalla fonte dell’abbondanza.

L’ingresso del Cristianesimo e le infinite interpretazioni
Un capitolo va dedicatao alle vicende simboliche del Graal con l’ingresso, avvenuto molto presto, del simbolismo cristiano nella sua storia.
Come molti sanno, il Graal venne inteso da Chretién in poi come il calice usato da Gesù nell’ultima cena, quello stesso in cui Giuseppe di Arimatea avrebbe poi raccolto il Suo sangue versato nella crocefissione. Il Graal diventa il Santo Graal. Il Sang Reel, il sangue Reale, il sangue di Cristo, che in francese si sovrappone al San Greel.
E Giuseppe di Arimatea stesso avrebbe portato con sé il Santo Calice nel suo viaggio dalla Palestina fino all’isola di Avalon, dove – dicono i racconti, ma non vi sono prove storiche – fondò il suo primo centro di diffusione del cristianesimo.
Dal punto di vista storico, è da segnalare peraltro che nei più di 1.000 anni trascorsi dal tempo di Gesù alle narrazioni del ciclo del Graal, non vi è praticamente traccia del Santo Calice nella letteratura cristiana. Esso scompare dopo i vangeli e riappare appunto nel 1.200.

In quell’epoca dunque la base originariamente pagana dei romanzi del Graal subì con l’ingresso del simbolismo cristiano una trasformazione il cui significato in realtà non è mai stato a fondo chiarito.
Quale reliquia misticamente collegata a Gesù, il Graal diede origine a una quantità di romanzi o lunghi poemi narrativi che, ancora oggi, accendono la fantasia. Nonostante la disapprovazione della Chiesa, questi romanzi fiorirono per quasi un secolo e diedero origine a un vero e proprio culto in un periodo contemporaneo alla massima espansione e potenza dell’Ordine dei Templari.
Dopo una pausa di un paio di secoli, le vicende del Graal divennero nuovamente oggetto di narrazione, nell’intrecciarsi del ciclo del Graal con il ciclo di Artù. Il Graal figura qui come l’oggetto della cerca dei cavalieri della Tavola Rotonda

Il Graal diventa, come è consono alla sua essenza, fonte illimitata di ispirazione e continuerà nei secoli a dar luogo a interpretazioni, racconti e connessioni simboliche, inesauribile.
Abbastanza interessante per noi è il fatto che ogni linea interpretativa tende a presentare se stessa come detentrice dell’autentico ‘significato’ del Graal, quando non – direttamente – come detentrice del segreto luogo di custodia del Graal. Se rammentiamo la domanda, la risposta e la Guarigione, possiamo forse comprendere come ad ogni ‘domanda’ il Graal offra la sua ‘risposta’, fonte di guarigione e di senso. Dimenticando probabilmente che il Graal è in primo luogo esperienza, molti hanno creduto ahimé di poterlo trasmettere attraverso la sua interpretazione.

Diventando il calice di Gesù, il Graal viene ad essere compreso in connessione con figure maschili: non solo Gesu, ma anche colui che raccoglie il suo sangue, sono figure maschili. Ed entra in relazione, come dicevo all’inzio, con la mano che lo tiene. Un calice usato, nell’ultima cena, tenuto in mano da Gesù e dai suoi discepoli, e poi ancora tenuto in mano per raccogliere. Nel cristianesimo in effetti la compassione, sentimento femminile, è attribuita al Cristo.

Il filone cristiano porta anche con sè l’enfasi sui temi della Compassione e del Sangue che guarisce, temi antichissimi già connessi alla coppa-calderone. Accanto al calderone, la lancia e la sua goccia di sangue già portavano il legame fra i due sangui: il sangue della ferita, che scorre inarrestable, e quello della guarigione, il sangue della Passione-Compassione. Come in omeopatia, il simile guarisce il simile.

Ed è infine il sangue che – non va dimenticato – echeggia il sangue di Vita che scorre dal ventre della Dea

Come tale il Graal-Sangue Reale diventa in alcune interpretazioni moderne oggi assai famose – vedi il bestseller “Codice da Vinci” – la linea di sangue di Gesu, che alberga nel ventre di Maria Maddalena incinta. Una di quelle ‘storie parallele’ che dai Catari a oggi è scorsa nei secoli sul filo di testi più o meno esoterici.

Il Graal torna qui ad essere identificato col luogo del femminile, col mistero della vita che nel ventre della Maddalena si forma.

La Conoscenza
Alla Guarigione, al Nutrimento,
si associa nel simbolismo del Graal la Conoscenza, la Sapienza.

Forse erede dell’antica Sapienza
dei Misteri femminili, di cui le dame portatrici del Graal sono il segno, esso reca all’eroe quella
Conoscenza che non è di tipo intellettuale, quella Conoscenza
che è esperienza, iniziazione, illuminazione mistica, e come tale viene descritta e rappresentata da narratori e pittori.

Anche come fonte di conoscenza assoluta, il Graal dà luogo a innumerevoli interpretazioni nelle diverse tradizioni iniziatiche in cui si intrecciano trasformazione
alchemica e Rivelazione sapienziale.

In altri percorsi, viene assimilato alla Pietra Filosofale.

Da contenitore magico a misura
E concludiamo questo viaggio, con un salto di molti secoli, con la visone magico-esoterica che del Graal hanno oggi ricercatori spirituali che lavorano a cavallo fra antichissime tradizione e moderna esperienza, quali sono i damanhuriani. Il Graal è da loro considerato uno degli oggetti salvati dai tempi della mitica Atlantide:

“Se il ricettacolo, il crogiolo, il calderone è l’aspetto più noto del Graal, il Graal stesso non è un contenitore fisso, quanto piùttosto qualcosa che può passare da un contenitore all’altro non nel modo in cui passa un contenuto, ma pittosto in un modo simile a quello con cui l’anima passa da un corpo all’altro…
Questa Forza, questa energia esiste oggettivamente – anche se è un simbolo che anche un individuo può portare – e in certi momenti può essere “ospitata”. Moltissimi quesiti sono nati attorno alla magica figura del Graal, alla sua ubicazione, alla sua forma, alla sua funzione, ecc. Si è cercato di  scoprire se il Graal esista fisicamente, proprio come oggetto, o se la sua sia soltanto un’esistenza simbolica…
Il Graal esiste fisicamente anche se la sua forma è mutevole. E’ una una forza benefica enorme, una “macchina” raffinatissima dal punto di vista magico. L’oggetto il Graal, o meglio la forma, che abbiamo visto essere all’origine delle storie del Graal, è uno strumento particolarmente importante e quindi ha un notevole valore in magia. ..
La sua funzione è quella di essere l’archetipo dei contenitori di energia; praticamente è una misura fissa.
Il Graal è un contenitore, una particella misurabile di energia, quella che può dare a sua volta la misura; è un minimo comune denominatore. E’ come un metro ed è anche una chiave che consente di trasmutare un’energia in un’altra.
E’ un contenitore che rimane sempre pieno. Il Graal è quel qualcosa, dal quale bevendo, attingi sempre la stessa quantità di energia. Però, la sua dose è ben definita, è perfettamente definita.

Il minimo comun denominatore, la misura fissa, che allo stesso tempo è mutevole, l’archetipo dei contenitori che può essere ‘ospitato’ da diversi contenitori ci riporta ai temi da cui siamo partiti, al femminile archetipico. Al contenimento femminile, a quel contenere che, se ha la giusta ‘misura’, è fonte di nutrimento che non si esaurisce, è quella forza infinitamente benefica da cui viene la Guarigione. E ogni ventre, misura diversa in ogni donna, è unità di misura contenente che ospita la forza che genera la vita.

Si dice, a Damanhur, del Graal che sia una forza animata, che chiama e parla a chi gli è accanto, regalando quei sogni guaritori, profetici, ispirati, quei sogni-medicina che non si scordano, poi. Non saprei dire se sia stato quello, ma ricordo nelle sue vicinanze di aver fatto uno di quei sogni speciali.

E si dice, del Graal che, come tutte le creature che hanno un certo grado di evoluzione, sia dotato anche di un notevole umorismo. Anche quanto il Graal rappresenta, può dunque essere umoristico. Non si può escludere che possa appunto apparirvi per strada, ma potrebbe essere un gioco, un invogliare, un suggerire quanto possa essere recepito, niente di più.

Sta a chi lo incontra il far coincidere le misure, porre la domanda, attivare la cerca…

Testo e ricerca di Anna Pirera per http://www.ilcerchiodellaluna.it

Fonti di ispirazione:

Il Linguaggio della Dea, M. Gimbutas, Neri Pozza
Passaggio ad Avalon, J.S.Bolen Piemme
Guarire con il Graal, John Matthews, Amrita

e, online:
http://www.ynis-afallach-tuath.com/
http://www.damanuhr.com/

http://www.ilcerchiodellaluna.it/central_Simboli_graal.htm

Robert de Boron

Il Libro del Graal

Giuseppe di Arimatea, Merlino, Perceval
A cura di Francesco Zambon
2005, 2ª ediz., pp. 343
isbn: 9788845919879
Risvolto
Poche storie sono state tanto feconde di sviluppi e hanno lasciato un’impronta così profonda e duratura come quella del Graal, il recipiente con cui Gesù celebrò il sacramento eucaristico e nel quale Giuseppe di Arimatea, suo primo custode, avrebbe raccolto il sangue del Salvatore dopo la crocifissione. E tuttavia pochi hanno una diretta conoscenza del testo fondatore del mito, quel Libro del Graal che è anche, in assoluto, il più antico romanzo in prosa della letteratura francese. Nella trilogia narrativa che lo compone – databile ai primissimi anni del XIII secolo e almeno in parte basata su alcuni poemi, giunti a noi frammentariamente, del borgognone Robert de Boron –, la vicenda del Graal assume il carattere di una vera e propria Storia della Salvezza, di cui sono protagonisti i membri di una stirpe eletta da Dio che si trasmette, insieme al sacro calice, una rivelazione esoterica riguardante i misteri più alti della fede. La reliquia verrà poi trasferita in Gran Bretagna, dove sarà al centro delle avventure dei cavalieri della Tavola Rotonda – e qui si staglierà la figura di Merlino, profeta del Graal e guida di re Artù –, per essere infine consegnata al suo terzo e ultimo custode, Perceval. La visionaria «teologia della storia» costruita da Robert de Boron resterà alla base dei vasti cicli romanzeschi composti successivamente – ma forse nessuno di questi attinge la densità simbolica e religiosa del Libro del Graal, che al tempo stesso incanta con una varietà di toni narrativi di sorprendente ricchezza.
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Perceval, la ricerca del Graal ed il Re Pescatore (3)

Perceval


NOTIZIE SULL’AUTORE

Come per la maggior parte degli scrittori del Medioevo, poco si conosce della vita di Chrètien de Troyes, il maggior poeta medievale prima di Dante. Gli elementi certi della sua vita sono dedotti dalle sue opere; il resto non sono che congetture costruite intorno a pochi dati sicuri.

Sappiamo che egli è nato nella Champagne, probabilmente a Troyes, verso il 1135. A giudicare dalla sua formazione culturale, da un passaggio del suo libro Lancelot e attraverso le sue nozioni geografiche pare che egli fosse un chierico, araldo d’armi e che avrebbe soggiornato in Inghilterra. Forse conobbe “il gran mondo” alla corte di Champagne e nella città di Troyes, dove due importanti fiere richiamavano mercanti e novellatori da ogni parte del mondo cristiano.

Chrètien de Troyes fu attivo alle corti di Champagne e di Fiandra tra il 1160 e 1190. Tra le sue mani il romanzo arturiano divenne una forma superiore di narrativa cortese, nella quale il poeta fuse i propri concetti etici con l’imitazione dei poeti latini, l’eredità delle chansons de geste e dei romanzi con una ricca raccolta di miti e di motivi che affondano le proprie radici nella cultura celtica della Bretagna insulare e continentale.

RIASSUNTO

“I Romanzi Cortesi”, scritto da Chrètien de Troyes, è una raccolta di cinque libri, in ognuno dei quali l’autore racconta la storia di cinque eroi medievali: Perceval, Ivano, Lancillotto, Cligès e Erec e Enide.

PERCEVAL (PARSIFAL)

Il romanzo, composto di 10.600 ottonari, è noto anche con il titolo di Perceval le Gallois ou le Conte du Graal (Parsifal il Gallese o Il racconto del Graal), dedicato a Filippo d’Alsazia, conte di Fiandra. L’opera, rimasta incompiuta probabilmente a causa della morte dell’autore, fu continuata e portata a un totale di 60.000 versi da altri poeti (un anonimo Wachier de Denain, Gerbert de Montreùil e Manessier). La materia del Perceval, l’ultima e la più celebre delle opere di Chrètien de Troyes, trovò inoltre numerosissimi imitatori e continuatori che la trattarono sia in poesia (da ricordare Robert de Boron, autore intorno al 1190 di un Joseph d’Arimathie ou Histoire du Graal) sia in prosa (come la raccolta più antica del Piccolo Santo Graal e quella ben più vasta del Grande Sacro Graal, nota anche sotto il nome di Lancelot-Graal, risalente al 1225 circa e comprendente cinque parti: La storia del Santo Graal, La storia di Merlino, Il libro di Lancelot du Lac, La ricerca del Graal e La morte di Artù) . Tutto questo materiale costituisce il cosiddetto “ciclo del Graal” che, iniziato appunto con il Perceval di Chrètien, trova ampia diffusione alla fine del XII e in tutto il XIII secolo. L’opera di Chrètien narra le avventure del giovane Perceval che la madre ha allevato in una foresta, ignaro della vita e del mondo, affinchè resti lontano dai pericoli della vita cavalleresca. Ma un giorno Perceval incontra alcuni cavalieri e, vinto dal desiderio di imitarli, decide di andarsene alla ventura. La madre ne morrà dal dolore. Perceval, nel suo errare, giunge a un castello meraviglioso dove vive il Re Pescatore: qui assiste a una strana processione in cui viene recata una lancia da cui cola del sangue e un Graal, un vaso così splendente “che le candele persero la loro chiarità come le stelle quando il sole si leva o la luna … Era di oro fino purissimo; pietre preziose erano incastonate nel gradale, di molte varietà, delle più splendide e delle più rare che in mare o in terra si trovino: superavano tutte le altre gemme, senza alcun dubbio, quelle del gradale”. Egli non osa chiedere spiegazione e il giorno dopo, al suo risveglio, tutto è sparito. Saprà in seguito che, se avesse posto qualche domanda, avrebbe conosciuto la felicità. Perceval continuerà il suo errare di avventura in avventura alla ricerca del Graal. Nelle altre opere del “ciclo del Graal” alla leggenda di Perceval si aggiungono e si intrecciano le vicende di altri eroi della Tavola Rotonda: Lancillotto, Merlino, Galvano, Bohort, ma tutti i loro sforzi per ritrovare il sacro vaso in cui Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo sono vani perchè essi vivono nel peccato. Solo Galaad, figlio di Lancillotto, l’eroe puro, ritroverà il Graal e ne potrà comprendere il mistero. Galaad morirà e svanirà anche tutto il mondo incantato di re Artù. Ispirato ad alcune leggende celtiche, il Perceval di Chrètien – ricco di valore poetico, di fantasia, di senso del fiabesco e del meraviglioso, scritto in stile prevalentemente agile e vivo – esprime non solo l’ideale del cavaliere semplice e puro di cuore ma, col suo giungere dall’infanzia alla maturità “attraverso amori, errori, delusioni e rimpianti … un drammatico senso della condizione umana che trascende la concezione cavalleresca e cortese della vita” (Viscardi). Solo con gli altri scrittori del “ciclo del Graal” la leggenda verrà a rivestirsi di un più accentuato simbolismo mistico e senso religioso, sicchè appunto il Graal sarà considerato come la sacra reliquia che servì alla celebrazione dell’Ultima Cena e in cui fu raccolto il sangue di Cristo, divenendo simbolo di santità e di purezza.

IVANO O IL CAVALIERE DEL LEONE

Forse il romanzo migliore di Chrètien de Troyes: nella foresta di Brocèliande, dove si trova una fontana magica, Ivano affronta e ferisce a morte un cavaliere. Giunge poi al castello dove vive la vedova del cavaliere ucciso e se ne innamora. Grazie anche all’aiuto di un’ancella che gli dona un anello che rende invisibili, riuscirà a sposare la bella Laudine. Non resiste però alla tentazione di riprendere la vita cavalleresca: la sposa gli concede un anno di tempo, ma Ivano lascia trascorrere il termine convenuto. Quando finalmente ritorna, Laudine si rifiuta di accoglierlo. Ivano, accompagnato da un leone che ha salvato dalle spire di un serpente, compirà nuove imprese per riconquistare l’amore di Laudine e ottenere infine il suo perdono. Nell’ Ivano, il cavaliere errante che si trova di fronte al problema di “come conciliare la suprema esigenza cavalleresca dell’ avanture (avventura) con l’esigenza umana di abbandonarsi al dolcissimo amore della donna adorata … Personaggi e vicende … sono collocati in un mondo remoto di sogno e d’incanto” (Viscardi), in cui perfettamente si accordano elementi realistici e fantastici. .

LANCILLOTTO

Lancillotto fui scritto contemporaneamente a Ivano e rimase incompiuto: Chrètien lasciò al chierico Godefroi de Legni il compito di terminarlo. La storia è nota: Lancillotto ama, riamato, Ginevra, moglie di re Artù; per lei arriva a coprirsi d’infamia salendo volutamente sulla carretta destinata ai malfattori. Il suo valore tuttavia resta integro, tale è la sua capacità d’amare. Guerriero perfetto e perfetto amante, Lancillotto incarna la figura ideale del cavaliere, ed è più rappresentativo del suo celebre successore Perceval.

Il poeta immerge la narrazione in un’atmosfera irreale dove gli episodi si snodano senza precisi contorni.

CLIGÈS

In Cligès elementi della materia bretone si fondono con la più antica tradizione classica e greco-bizantina, dando vita a un’insolita narrazione ricca di avventure e di colpi di scena. L’azione si sposta più volte dalla Grecia alle due Bretagne e lo sfarzo orientale s’impone sull’austerità della corte arturiana. Cligès, a differenza degli altri cavalieri, non esita ad abbandonare le imprese cavalleresche alla corte di re Artù per raggiungere in Oriente l’amore di Fenice. Prode cavaliere, egli si fa timido davanti all’amata e si dichiarerà a lei non apertamente. Cligès rappresenta l’esaltazione dell’amore coniugale, poiché nell’armonia della coppia, dove passione e dovere si conciliano, egli scopre l’unica via per realizzare l’autentico ideale cavalleresco.

EREC E ENIDE

Primo dei romanzi di Chrètien di materia arturiana, Erec e Enide presenta un’unità nello sviluppo narrativo, una crescita dei protagonisti e del loro rapporto di una maturità stupefacente. Di un «racconto di avventura», cioè di una serie di incidenti non collegati, Chrètien ha fatto un insieme coerente e organizzato, un’«azione» che i personaggi dirigono e creano evolvendosi a ogni passaggio. Il racconto descrive la crescita del rapporto di Erec, cavaliere di nobile famiglia, con la sposa Enide; il superamento della grave crisi causata dalla difficoltà di conciliare l’attrazione per la sposa con i doveri di cavaliere, fino alla riconciliazione finale, coronata dall’insediamento di Erec sul trono che era stato del padre.

http://www.parodos.it/books/poesie/perceval.htm

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IL SANTO GRAAL, TRA INVENZIONE E MISTERO
Alla ricerca del significato

di Fabio Patacca

 Che cos’è il Graal? É una creazione della mente umana oppure è realmente esistito? L’argomento affascina ancora oggi milioni di persone. Quando esattamente si è discusso di Santo Graal? Chi ha visto il Santo Graal?

 L’epoca in cui compare per la prima volta la parola Graal è il Medioevo, più o meno tra la fine del XII secolo.

 É importante precisare che si descriveranno qui soltanto alcuni poemi in cui compare per la prima volta la parola Graal. Questo scritto, quindi, certamente non dà risposte su cosa sia realmente.

 Non abbiamo intenzione di rilevare alcun mistero, né abbiamo la presunzione di spiegare un enigma storico così importante.

A Voi, dunque trarre le conclusioni e approfondire l’argomento.
Il Medioevo è un periodo storico fondamentale, durato un arco di tempo lunghissimo, in cui il più grande impero mai esistito, quello romano ha fine. Molti resteranno sorpresi, ma analizzare la parola Graal è più difficile di quanto si pensi.

 Nel dodicesimo e il tredicesimo secolo si sviluppa una nuova letteratura, ovvero i romanzi o poemi cavallereschi.

Tra questi vi era: Perceval ou le conte du Graal.

 L’autore è Chrétien de Troyes. Di questo misterioso narratore si conosce pochissimo, ma si può affermare con certezza che non riuscì a terminare il suo lavoro e morì lasciando il suo racconto incompleto.

Forse per questo è così affascinante il Graal?
Il protagonista del suo racconto è Perceval. Se analizziamo le parti principali del poema, ovvero soltanto le parti in cui si menziona il Graal, resteremo piuttosto sorpresi dall’idea che oggi molti hanno di questo misterioso oggetto o del suo vero significato.

Il poema di Chrétien de Troyes, narra di un giovane “Perceval” che nella foresta incontra alcuni cavalieri ed è subito affascinato dalla loro presenza, tanto che confonde quest’ultimi per angeli e decide di diventare egli stesso un cavaliere, nonostante le suppliche della madre che, rimasta vedova, gli implora di non partire.

 Raggiunta la corte di re Artù, il giovane viene beffato dal siniscalco e giura che un giorno si sarebbe vendicato.

 Il racconto prosegue con il giovane protagonista “Perceval” che trova ospitalità in un castello e viene istruito da Gorneman, colui che lo innalzerà cavaliere insegnandogli l’uso delle armi.

 Nei suoi viaggi incontrerà diverse persone, tra queste il misterioso pescatore “Re” che lo ospiterà per la notte. É a questo punto che nel racconto, finalmente, fa la sua comparsa per la prima volta il Graal.

 Nel racconto infatti si legge che Perceval cavalcò sino in cima alla collina, dove il pescatore gli aveva riferito si trovasse la sua casa; con stupore vide dei servi avvicinarsi e condurlo dinanzi al loro signore.

Seduto al suo fianco Perceval vide entrare un giovane, con una lunga lancia bianca dalla cui punta vide colare una goccia di sangue, ma Perceval non osò domandare di cosa si trattasse.

 Poi entrò una giovane, alta e graziosa dagli splendidi capelli biondi che portava con sé un Graal. Perceval vide una luce abbagliante, dopo di lei un’altra fanciulla che reggeva un vassoio d’argento.

 Il Graal era d’oro con pietre preziose, le più belle che Perceval avesse mai visto in vita sua. Rimase incantato, privo di parole, dinanzi a tanto splendore. Perceval però non osò chiedere nulla, anche se avrebbe desiderato sapere a chi fosse destinato il Graal. Mangiò in compagnia del suo signore, ma ogni volta che veniva servita una pietanza, vedeva apparire il Graal.
Il mattino seguente il giovane si svegliò, ma non vi erano tracce della servitù, ed indossò la sua armatura. Al castello non c’era nessuno, così entrò nella stalla e montò a cavallo e uscì dal castello ma non trovò mai nessuno…
Quindi, dal racconto di Chrétien de Troyes non si conosce nulla del Graal, si sa solo che sarebbe stata una giovane damigella a portarlo con sé e che la luce emanata dall’oggetto misterioso è tale da far impallidire il protagonista il quale, nonostante desiderasse sapere a chi fosse destinato, non osa però far alcuna domanda.

Vi è nel racconto la comparsa anche di un alto oggetto misterioso: la lancia dalla cui punta sgorgava ancora del sangue.

 Poi il racconto si intreccerà con un altro personaggio (Gawain) che parte alla ricerca della lancia, mentre Perceval dopo cinque anni di gloriose imprese cavalleresche, pentito di aver lasciato sua madre e schiacciato dal rimorso di non essersi più rivolto a Dio e di non esser più entrato in una chiesa, si metterà alla ricerca di un eremita.

Lo incontrerà, finalmente, e confesserà i suoi peccati.
L’eremita gli spiegherà che proprio grazie alle preghiere della madre – che gli rivelerà essere sua sorella – Dio ha vegliato su di lui, e gli spiegherà il motivo del suo silenzio dinanzi alla lancia e il Graal.

 É il peccato – spiega l’eremita al giovane cavaliere, che gli ha impedito di far domande e di sapere a chi fosse destinato il Graal. L’oggetto è stato consegnato al “Re” pescatore, anche lui in realtà uno zio di Perceval.

 L’eremita sostiene che il Graal è una cosa santa che per continuare ad esistere ha bisogno dell’Ostia e che Perceval dovrà recarsi in chiesa tutti i giorni e pentirsi dei suoi peccati. Il poema di Chrétien è incompiuto, ma troverà grande consenso tra il pubblico, diffondendosi in breve tempo in quasi tutta Europa.

Ma allora, quale mistero cela il Graal?

 Dal racconto di Chrétien non traspare alcuna notizia. E come collegare il prezioso oggetto ad una coppa? Chrétien non usa mai l’espressione Santo Graal e perché allora per molti secoli il suo racconto ha affascinato milioni di persone?

Che cos’è esattamente il Graal? Un contenitore dell’Ostia?

 Il poema Conte du Graal di Chrétien, rivela ben poco. Ciò che racconta è che Perceval non ha avuto un buon comportamento cristiano, ma mentre l’eremita raccomanda al giovane l’importanza della Messa, del Graal non rivela alcun significato nascosto.

Nella letteratura successiva altri autori parlano del Graal nei loro poemi: di volta in volta il Graal è sorretto da una fanciulla che piange, oppure compie miracoli nutrendo tutte le persone ospiti al castello e scomparendo poi misteriosamente.
Tra i numerosi romanzi del Graal, apparsi dopo la morte di Chrétien, troviamo che il “Re” pescatore racconta a Perceval la vera storia della lancia, arricchita rispetto al racconto originale di numerosi dettagli: il Graal è portato da un angelo che guarisce Perceval e il suo avversario dopo un duro scontro; il Graal appare anche dopo la morte del “Re” pescatore che segue l’incoronazione di Perceval, il quale regnerà per sette anni e, dopo la sua morte, sia la lancia che il Graal scompariranno e nessuno avrà più modo di vederli.

Dunque come è plausibile, visto il successo del primo racconto, molti narratori seguono l’opera di Chrétien, ma in nessuno di loro spiegherà cosa sia effettivamente il Graal.

 Forse, l’autore che più di tutti avvicina il Graal al nostro immaginario è Robert De Baron. Questi affronta l’argomento del Graal in maniera totalmente diversa da Chrétien, riportando la narrazione al tempo di Cristo e non di re Artù. L’estoire dou Graal” di Baron, parla di Giuseppe di Arimatea, di Merlino e la morte di Artù e dei cavalieri della tavola rotonda. Negli scritti di Baron il Graal è la coppa dell’ultima cena che Giuseppe di Arimatea riempì con il sangue di Gesù quando fu posto sulla croce.

 Inizialmente è il piatto in cui Gesù spezzò il pane durante l’Ultima Cena, consegnato poi a Pilato ed infine a Giuseppe di Arimatea. Dopo la resurrezione, Cristo rivelò allo stesso Giuseppe rinchiuso in una cella di essere risorto e gli donò il famoso piatto che ora Baron chiama Graal.

 Dunque, Giuseppe e la sua famiglia diventano custodi del Graal. L’oggetto passa in seguito passa nelle mani del cognato di Giuseppe, “Bron” che diviene il “Re” pescatore.

 Questa versione vede l’introduzione di un nuovi personaggi, Merlino e i Cavalieri della Tavola Rotonda. Alla ricerca del Graal andrà anche Perceval il quale sarà l’unico a raggiungere il castello, grazie all’aiuto dello zio eremita menzionato da Chrétien.  Perceval diventerà, dunque, il custode del Graal e Bron morirà rivelandogli le sacre parole di Giuseppe di Arimatea. Nel poema di Baron soltanto poche persone sono ammesse alla cerimonia del Graal, le altre sono escluse: “Giuseppe e la sua famiglia saranno i custodi del Graal”.

Altro romanzo riguardante il Graal: “Perlesvaus”, forse scritto poco dopo quello di Baron, ma che ha poco in comune con il suo racconto. Ciò che appare subito evidente è che l’autore (anonimo) menziona il Graal come il contenitore del sangue di Cristo, raccolto da Giuseppe di Arimatea e traccia la genealogia dei custodi del Graal.

 La storia è ambientata alla corte del re Artù, ed oltre al Graal compaiono anche la lancia e la spada con cui fu decapitato San Giovanni. In questa versione, però, il Graal assume una dimensione molto “stravagante”, dal racconto si evince che il segreto del Salvatore (Gesù) non può essere rivelato, infatti quando il protagonista (Gawain) tenterà di entrare nel castello, gli verrà detto di recuperare la spada con cui fu decapitato San Giovanni, ma nulla del Graal.

 Il racconto assume qui caratteri non più cavallereschi, ma spirituali, finché il protagonista, recuperata la spada, non la consegnerà al “Re” pescatore. Nel racconto, infatti Lancilotto, in quanto peccatore, non potrà vedere il Graal, diversamente dagli altri cavalieri. Interessante, però, è leggere che il protagonista vedrà nel Graal l’immagine di un bambino e un re inchiodato alla croce.
Nel Parzival di Wolfram Von Eschenbach, il Graal è un oggetto oltre qualsiasi bellezza terrena, portato da alcune damigelle.
Parzival rimase stupito da tanta abbondanza di cibo: tutto veniva richiesto ed elargito dal Graal. Anche in questo scritto, però, il protagonista si trattiene dal fare domande sul Graal, il quale viene riposto in una stanza segreta.

 Questo racconto sembrerebbe quasi identico al racconto di Chrétien, a parte il numero delle damigelle. Tuttavia nel Parzival di Wolfram il segreto del Graal deve restare un segreto.

 Molto interessante in questo poema è il passaggio in cui si nomina Kyot che, secondo l’autore, è colui che ha trovato gli scritti in lingua pagana delle avventure di Parzival e le ha tradotte. Dunque gli scritti di Chrétien non sarebbero originali?

 Nel poema di Wolfram, Parzival chiederà a Trevrizent “uno dei protagonisti”, di parlargli del Graal. Quest’ultimo gli parlerà di una pietra di composizione purissima che è in grado di prolungare la giovinezza e ritardare la morte, il nome della pietra è “il GRÂL”.
Ogni Venerdì Santo una colomba porterà una piccola ostia e la porrà sulla pietra, spiega Trevrizent.
Inoltre sul Graal appare un’iscrizione che indica il nome dei bambini prescelti, poiché nella compagnia del Graal si entrerà solo da bambini. Il personaggio parlerà anche di angeli neutrali, ovvero angeli che, dopo la cacciata dal paradiso, non si schiereranno né con Dio né con Lucifero.

 Questi angeli costretti a scendere sulla terra presso il Graal che è rimasto custodito e affidato solo ai membri scelti.

 Il luogo dove è custodito il Graal è un tempio e i suoi custodi detti “Templeise” parola che poi in molti hanno tradotta con “TEMPLARI”.

Dunque per Wolfram il Graal è una pietra? Ha poteri soprannaturali? E se effettivamente il Graal è una pietra c’entra qualcosa con la Kabbalah? É possibile che siano i Templari i custodi del Graal? Ci troviamo di fronte soltanto alla fantasia dell’autore?

 Tutte queste opere, nelle quali compare inizialmente la parola “Graal” sono state scritte tra il 1190 e 1240.

Ma, allora, che cosa è il Graal?

 Nel racconto di Chrétien de Troyes, “Le conte du Graal”, il Graal è visto dagli occhi di Perceval, (il protagonista) senza alcun riferimento o simboli religiosi, nulla a che fare con l’immaginario collettivo diffusosi in seguito.

 Piuttosto, perché il Graal è tra le mani di una donna, visto che quest’ultime erano completamente escluse dalle funzioni religiose?

Non dimentichiamo che siamo in presenza di poemi medioevali. Nei successivi racconti il Graal è, invece, il piatto dell’ultima cena. Perché questo radicale cambiamento?
Nell’opere di Robert de Baron, il Graal diventa il piatto in cui Giuseppe di Arimatea ha raccolto il sangue di Cristo. Dunque, forse, più che un piatto era una coppa?

 Nel “Perlesvaus”, il protagonista, vedrà nel Graal addirittura un bambino e poi un re incoronato e inchiodato ad una croce. In seguito, il Graal appare sotto forma di un calice, anche se l’autore all’inizio menziona un piatto.

 Ciò che avvicina i diversi racconti che il Graal è sempre all’interno di un castello, non dentro chiesa, ed è sempre portato da fanciulle. Nel racconto di Wolfram il Graal è una pietra, capace addirittura di far ringiovanire o rallentare l’invecchiamento.

 Un Graal dunque “pagano”, completamente diverso da quello di Chrétien, affidato a membri scelti.

 É dunque, il Graal soltanto uno splendido racconto medioevale di successo? Un racconto che continua a colpire il nostro immaginario? Oppure in qualche modo c’entra la fede? E fino a che punto? É un’invenzione fantastica o è un mistero?

 E se mistero è, fino a quando rimarrà un mistero?

http://www.instoria.it/home/santo_graal.htm

Perceval o il racconto del Graal

Posted by: I Cavalieri Templari   in CURIOSITA’

Perceval o il racconto del Graal Titolo originale

Le Roman de Perceval ou le conte du Graal Perceval-Chretien.jpg Scena del Perceval, da un manoscritto medievale Autore Chrétien de Troyes 1ª ed. originale 1175-1190 Genere Romanzo Sottogenere Romanzo cavalleresco Lingua originale francese Ambientazione Inghilterra, Medioevo Protagonisti Perceval Coprotagonisti Galvano Altri personaggi re Artù, Keu il siniscalco, Biancofiore, Re Pescatore Serie Romanzi cortesi

Il poema incompiuto Le Roman de Perceval ou le conte du Graal, di Chrétien de Troyes, fu scritto all’epoca delle crociate, ovvero tra il 1175 e il 1190 circa. Ne fu committente Filippo I d’Alsazia, conte di Fiandra.

È considerata la prima opera letteraria che fa cenno al Santo Graal e farà da modello ai molti successivi romanzi ispirati alla leggenda del Graal. All’interno dell’opera il Graal non viene raffigurato come il calice dell’ultima cena di Gesù Cristo. Inoltre il nome “graal” è fatto precedere dall’articolo indeterminativo “un”, il che fa pensare che l’autore volesse menzionare un oggetto convenzionale (probabilmente un bacile o un vassoio), certo non ancora identificabile col “Santo Graal” delle produzioni successive.

Il protagonista di quest’opera è Perceval, presentato in qualità di figlio della vedova. Il padre e i fratelli di Perceval sono morti in guerra, e per non rischiare di perdere l’unico figlio rimasto, la madre decise di tenerlo lontano dal mestiere della cavalleria.

Un giorno egli, cresciuto in semplicità di spirito e purezza di cuore, incontra alcuni cavalieri e, rimasto affascinato dallo splendore delle loro armi, vuole raggiungere la corte di re Artù.

Lasciata la madre, che dopo la sua partenza muore dal dolore, Perceval, vestito da boscaiolo, raggiunge la corte del leggendario sovrano. Qui, messosi in luce per coraggio e virtù, viene nominato cavaliere da re Artù prima, e successivamente dal signore Gornemant. La nipote di costui, Biancofiore, se ne innamora, ma Percaval, pur ricambiando, decide di partire per il desiderio di rivedere sua madre e accertarsi che stesse bene, in quanto per seguire il suo sogno di diventare cavaliere l’aveva lasciata svenuta al di là di un ponte.

Nel viaggio scoprirà che essa era rimasta uccisa per la sofferenza di vederlo partire. Iniziano così le nuove avventure, durante le quali il giovane giunge al castello del Re Pescatore che reca su di sè un’inguaribile ferita: sino a quando essa non sarà rimarginata regneranno sulla sua terra tristezza e carestia.

In una sala del maniero, durante una cena, appaiono in successione diversi oggetti, tra cui una lancia sanguinante (obiettivo della successiva ricerca di Galvano) e un graal, un piatto che al suo apparire sprigiona una grande luce. Ricordandosi le parole di Gornemant, il quale gli aveva consigliato di parlare e domandare il meno possibile, si risolve col non chiedere al Re Pescatore perché la lancia sanguinasse e a chi serviva il graal, pur provandone l’impulso.

Questi oggetti, infatti, venivano portati in una stanza celata ai suoi occhi, all’interno della quale stava il padre del Re. La sua mancata domanda porterà disgrazia al Re Pescatore e alla sua terra, che per mezzo di quelle semplici domande avrebbe potuto essere risanata. Per questo motivo al suo risveglio tutto è sparito, nessuno a parte lui sembra essere presente nel castello, ed egli deve ricominciare le sue peregrinazioni. Durante una lunga serie di nuove avventure, egli dovrà rendersi degno di ritrovare il graal, ponendo rimedio al suo errore e salvando così la terra malata e il Re Pescatore. Incontra un eremita, fratello del Re Pescatore, che lo confessa durante la Quaresima e rinnova i suoi sentimenti religiosi, che aveva perso durante il cammino. Perceval viene a conoscenza della sua appartenenza alla Famiglia del Graal e che il Re Pescatore è suo zio.

Qui si ferma il racconto, rimasto incompiuto. Diversi autori hanno tentato di dare una risposta ai quesiti lasciati da Chrétien, che ha visto molti continuatori della sua opera, ma nessuno saprà mai realmente come sarebbe andata a finire la storia.

Struttura dell’opera

Il roman è suddiviso in quattro parti.

La prima e la terza raccontano le avventure del giovane gallese Perceval. Dapprima inesperto e digiuno del mestiere delle armi, diventa cavaliere di re Artù e compie numerose prodezze. Ha molti incontri con cavalieri che gli impartiscono lezioni sulla morale cortese e con altre figure non di minore importanza che lo aiutano a crescere sul piano spirituale. Mentre dapprima conosciamo un ragazzo Gallese inconsapevole del mondo esterno (a causa della eccessiva protettività di sua madre), lo scopriamo in un secondo tempo come il prototipo del perfetto cavaliere cortese, per poi vederlo superare tale condizione e assumere un ruolo di maggior levatura spirituale, divenendo simbolo di una rinnovata cavalleria non più soggetta ai limiti della precedente.

Seconda e quarta parte narrano invece delle prodezze di un altro cavaliere, Galvano. Egli rappresenta la vecchia cavalleria, condannata da Chrétien per la troppa attenzione alle apparanze, senza però un vero spessore di forza benefica. Un mondo decadente, come dimostra la situazione drammatica in cui si trova la corte di re Artù, che ha grosse contraddizioni e scarsa coscienza sociale. Galvano si rende infatti protagonista di grottesche scenette, avventure fini a se stesse e descritte con sottile ironia, e sonore sconfitte. La narrazione occupa ben 4000 versi del poema su un totale di 9000 segnando nettamente la contrapposizione tra due sezioni dell’opera, e di conseguenza tra i due cavalieri.

All’interno del testo l’autore gioca spesso con l’immaginazione del lettore, prendendo ben di rado posizioni esplicite, ma insinuando instancabilmente il dubbio su ciò che intende comunicarci. Il poema si compone di ottonari ed è in rima baciata. Chretien de Troyes si inserisce dopo la poetica cortese, portata dai trovatori della Francia meridionale all’incirca nel XII secolo, denunciandola e superandola. La ricerca del Graal da parte di Perceval non è una mera ricerca per ottenere la gloria, ma soprattutto un momento di crescita a beneficio del mondo intero. Non a caso il libro è stato scritto per Filippo di Fiandra, tutore dell’erede al trono Filippo Augusto. Per Chrétien il proprio romanzo ha l’ambizione di diventare il supporto per la formazione del nuovo Re di Francia.

Le Continuazioni apocrife

Quattro poeti di innegabile talento, dopo la morte di Chretien de Troyes, provarono a dare un seguito al suo romanzo. Prima Continuazione [modifica] La prima Continuazione ha aggiunto al romanzo di Chretien dai 9.500 ai 19.600 versi (a seconda del manoscritto). Essa è stata talvolat attribuita a Wauchier de Denain e per questo motivo spesso la si definisce Pseudo-Wauchier. Ne esiste una versione breve, una media ed una lunga; la corta è la più antica e la meno fedele al racconto di Chrétien. Roger Sherman Loomis ritiene che questa versione rappresenti la vera tradizione della leggenda del Graal, notevolmente diversa da quella di Chrétien. Questa prima Continuazione comprende la avventure anteriori di Galvano; suo madre e sua nonna sono andate a trovare Artù, giacché la sorella di Galvano, Clarissant, deve sposare Guiromelant. Galvano dapprima si oppone al matrimonio, per poi riconciliarsi con Guiromelant, e raggiungere Artù per assediare con lui due castelli.

Alla fine, visita il castello del Graal.

Le versioni più lunghe comprendono due romanzi indipendenti ma imbricati nell’azione principale. Il Livre de Caradoc (Libro di Caradoc) parla dell’eroe Caradoc, un cavaliere di Artù, e spiega come è nato il suo soprannome « dalle corte braccia » ; l’altro racconta le disavventure del fratello di Galvano, « Guerrehet » (Gaheris o Gareth), su un battello tirato da un cigno.

Seconda Continuazione

Poco tempo dopo la prima Continuazione, un altro autore aggiunge altri 13.000 versi al complesso narrativo. Questa sezione è stata attribuita a Wauchier de Denain e ci sono buone possibilità che sia davvero sua. Composta soprattutto di avventure, questa parte mostra Perceval che ritorna al castello del Graal e ripara la spada di Trébuchet. Nonostante tutto, una minuscola fessura continua a sussistere nella lama, segno che il cavaliere non ha ancora raggiunto la perfezione.

La Continuazione di Gerbert

17.000 versi aggiunti al testo formano la Continuazione di Gerbert. L’autore, comunemente identificato con Gerbert de Montreuil, ha composto la sua versione indipendentemente da quella di Manessier e intorno alla medesima epoca. Egli aveva scritto una conclusione, ma essa è stata soppressa nei due manoscritti sopravvissuti, che si sono limitati ad inserire una parte dell’opera di Gerbert all’interno della Continuazione di Manessier. Gerbert cerca di ricollegarsi al romanzo originario di Chretien, e l’influenza di Robert de Boron è sensibile. È notevole che abbia inserito all’interno della sua versione un frammento della storia di Tristano che non esiste da nessuna altra parte.

La Continuazione di Manessier

La Continuazione di Manessier (chiamata anche Terza Continuazione poiché trova posto nei manoscritti che non includono la Continuazione di Gerbert, ma ciò ingenera ulteriore confusione) aggiunge 10.000 versi e (finalmente) una conclusione.

Manessier ha fuso insieme un gran numero di finali differenti che ha trovato negli autori precedenti, cercando per quanto possibile di mettere ordine nella tradizione, ed ha incluso innumerevoli episodi tratti da altre opere, inclusa la Joie de la Cour, un’avventura dell’Erec e Enide di Chrétien de Troyes e la morte di Énide e di Calogrenant telle qu’on la raconte dans la partie consacrée à la Queste del Saint Graal dans le cycle du Graal de Lancelot. Le conte se termine avec la mort du Roi Pêcheur et la montée de Perceval sur son trône. Après sept ans Perceval s’en va pour mourir dans les bois, Manessier suppose qu’il a emporté avec lui au Ciel le Graal, la Lance et le plat d’argent.

L’influenza di Perceval

Benché Chrétien non avesse fatto in tempo a completarla, la sua ultima opera ha avuto enorme influenza sul mondo letterario medievale. Perceval fece conoscere il Santo Graal ad una Europa entusiasta e tutte le versioni successive della storia del Graal rimandano a lui direttamente o indirettamente. Il Parzival di Wolfram von Eschenbach è una delle più grandi opere della Germania medievale, ed è fra le tante fondate direttamente sull’opera di Chretien. Un altro personaggio è il Gallese Peredur, figlio di Efrawg, eroe di uno dei tre romanzi gallesi associati al Mabinogion.

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La leggenda del re pescatore

Anno:
1991
Regista: Terry Gilliam
Produzione:Sony Pictures

Scusami se mi prendo la libertà, ma… Tu non mi sembri per niente un cuorcontento. La conosci la storia del Re Pescatore? Comincia col re da ragazzo, che doveva passare la notte nella foresta per dimostrare il suo coraggio e diventare re. E mentre passa la notte da solo è visitato da una visione sacra: nel fuoco del bivacco gli appare il Santo Graal, simbolo della grazia divina. E una voce dice al ragazzo: “Tu custodirai il Graal, onde possa guarire i cuori degli uomini”. Ma il ragazzo, accecato dalla visione di una vita piena di potere, di gloria, di bellezza, in uno stato di completo stupore, si sentì per un attimo non un ragazzo, ma onnipotente come Dio: allungò la mano per prendere il Graal, e il Graal svanì lasciandogli la mano tremendamente ustionata dal fuoco. E mentre il ragazzo cresceva la ferita si approfondiva, finché un giorno per lui la vita non ebbe più scopo. Non aveva più fede in nessuno, neanche in se stesso. Non poteva amare, né sentirsi amato. Era ammalato di troppa esperienza, e cominciò a morire. Un giorno un giullare entrò al castello e trovò il re da solo. Ed essendo un semplice di spirito, egli non vide il re: vide solo un uomo solo e sofferente. E chiese al re: “Che ti addolora, amico?”. E il re gli rispose: “Ho sete, e vorrei un po’ d’acqua per rinfrescarmi la gola”. Allora il giullare prese una tazza che era accanto al letto, la riempì d’acqua e la porse al re. Ed il re, cominciando a bere, si rese conto che la piaga si era rimarginata: si guardò le mani e vide che c’era il Santo Graal, quello che aveva cercato per tutta la vita. Si volse al giullare e chiese stupito: “Come hai potuto tu trovare ciò che i miei valorosi cavalieri mai hanno trovato?”. E il giullare rispose: “Io non lo so: sapevo solo che avevi sete”.

Certo che esiste il Santo Graal. Altrimenti che cosa erano le crociate, un giro promozionale del Papa?

Parry (Robin Williams), Jack Lucas (Jeff Bridges) dal film “La leggenda del re pescatore” di Terry Gilliam
Parry (Robin Williams), Jack Lucas (Jeff Bridges)
dal film “La leggenda del re pescatore” di Terry Gilliam

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/film/l/la-leggenda-del-re-pescatore-(1991)/citazione-97021?f=w:607>

Parry (Robin Williams), Jack Lucas (Jeff Bridges)
dal film “La leggenda del re pescatore” di Terry Gilliam

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/film/l/la-leggenda-del-re-pescatore-(1991)/citazione-98985?f=w:607>

La leggenda del re pescatore

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La leggenda del re pescatore

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Titolo originale The Fisher King
Paese USA
Anno 1991
Genere drammatico
Regia Terry Gilliam
Sceneggiatura Richard LaGravenese
Attori
Note

La leggenda del re pescatore, film statunitense del 1991 di Terry Gilliam con Robin Williams.

Frasi

  • Pensare è molto importante. Ci distingue dalle lenticchie e da quelli che leggono libri come La Canzone dell’Amore. (Jack Lucas)
  • Se vuoi farmi male fammelo subito, sempre meglio di un dolore prolungato, che mi ruba mesi di vita, solo perché tu non hai palle. (Anne)
  • “Amor vincit omnia”. È latino, significa “l’amore vince tutto”. Ma non parlo di noi, non ti preoccupare, vale per tutti gli altri. (Anne)
  • Due persone possono stare a una festa insieme sedute accanto e non incontrarsi mai, mentre altre due persone possono trovarsi ai due capi del mondo e niente potrebbe tenerle separate. (Anne)
  • Be’, paga così non deve guardare. (Barbone a Jack parlando di un passante che gli ha tirato una moneta senza guardarlo)
  • Sei la più bella invenzione dopo il profitterol! (Parry a Lydia)
  • La conosci la storia del Re Pescatore? Comincia col re da ragazzo, che doveva passare la notte nella foresta per dimostrare il suo coraggio e diventare re, e mentre passa la notte da solo è visitato da una visione sacra: nel fuoco del bivacco gli appare il Santo Graal, simbolo della grazia divina, e una voce dice al ragazzo: “Tu custodirai il Graal onde possa guarire il cuore degli uomini!“. Ma il ragazzo accecato dalla visione di una vita piena di potere, di gloria, di bellezza, in uno stato di completo stupore, si sentì per un attimo non un ragazzo, ma onnipotente come Dio, allungò la mano per prendere il Graal e il Graal svanì, lasciandogli la mano tremendamente ustionata dal fuoco. E mentre il ragazzo cresceva, la ferita si approfondiva, finché un giorno la vita per lui non ebbe più scopo, non aveva più fede in nessuno, neanche in sé stesso, non poteva amare ne sentirsi amato, era ammalato di troppa esperienza, e cominciò a morire. Un giorno un giullare entrò al castello e trovò il re da solo, ed essendo un semplice di spirito egli non vide il re, vide soltanto un uomo solo e sofferente, e chiese al re: “Che ti addolora amico?” e il re gli rispose: “Ho sete e vorrei un po’ d’acqua per rinfrescarmi la gola“. Allora il giullare prese una tazza che era accanto al letto, la riempì d’acqua e la porse al re, ed il re cominciando a bere si rese conto che la piaga si era rimarginata. Si guardò le mani e vide che c’era il Santo Graal, quello che aveva cercato per tutta la vita. Si volse al giullare e chiese stupito: “Come hai potuto trovare tu quello che i miei valorosi cavalieri mai hanno trovato?” e il giullare rispose: “Io non lo so, sapevo solo che avevi sete“. (Parry)
  • Non dica così, non c’è spazzatura nel sentimento! Il sentimento è immaginazione, è passione, è bellezza. E poi… si trovano cose bellissime nella spazzatura. (Parry a Lydia)

Dialoghi

  • Anne: Credi che la tua compagnia sia stata una favola? I tuoi umori, le tue depressioni, i tuoi problemi.. Credi che per me sia stato un divertimento?
    Jack Lucas: Ma allora perché ci tieni a restare con me?
    Anne: Perché io ti amo, brutto stronzo che non sei altro!
  • Lydia: Non sei tenuto a dirlo.
    Parry: Non dico mai quello che sono tenuto a dire.
    Lydia: No, dicevo: non sei mica tenuto a dirmi cose carine. È un po’ all’antica in vista di quello che stiamo per fare.
    Parry: E cos’è che stiamo per fare?
    Lydia: Tu mi accompagni a casa.
    Parry: Mmm.
    Lydia: Credo che tu mi trovi un po’ attraente.
    Parry: Si.
    Lydia: E… magari vorrai salire a prendere un caffè.
    Parry: Io non prendo caffè.
    Lydia: E forse berremmo qualcosa, parleremo, arriveremo a conoscerci… un po’ meglio. Ci metteremo comodi e poi tu… passerai la notte da me e domattina ti sveglierai e sarai distaccato e non vorrai nemmeno restare per la colazione. Forse soltanto per un caffè.
    Parry: Io non prendo mai il caffè.
    Lydia: E poi ci scambieremo i numeri di telefono e tu te ne andrai… e non telefonerai più. Io andrò a lavoro e mi sentirò molto bene per la prima ora e poi, lentamente, comincerò a sentirmi diventare una cacca. Io mica lo so perché mi espongo a tutto questo. È stato un piacere conoscerti… ‘notte.
    Parry: ‘notte. Hei, scusami ! Aspetta, sen… aspetta ! Scusa, senti, aspetta, dove, scusa. Ti prego aspetta aspetta.
    Lydia: No guarda, io non mi sento molto bene.
    Parry: E lo credo ! Ci siamo conosciuti, amati e lasciati ed è successo tutto nel giro di 30 secondi… e non ho avuto neanche il primo bacio! Che poi è la parte migliore.
    Lydia: Senti. È stata una bellissima cosa anche per me.
    Parry: Altrettanto.
    Lydia: È stata una cosa meravigliosa.
    Parry: Ma secondo me sarebbe ora che tu stessi zitta. Sta zitta. Ti prego.
    Lydia: Si.
    Parry: Io non voglio venire a casa tua. Non ne ho mai avuto intenzione.
    Lydia: Oh, lo sapevo. Non mi desideri.
    Parry: No, io ti desidero… il mio desiderio è così grande che sembra la Florida. Ma non voglio una cosa di una notte. Io ho una confessione da farti.
    Lydia: Ah, sei sposato?
    Parry: No.
    Lydia: Sei divorziato?
    Parry: No.
    Lydia: Hai… hai una malattia?
    Parry: No! Ti prego: basta. Io mi sono innamorato di te.
    Lydia: Oh!
    Parry: Ssshhhh! E non solo da questa sera. Io ti conosco da un sacco di tempo. Io so che esci da lavoro tutti i giorni a mezzogiorno e che entri in agitazione per uscire dalla porta girevole ma poi ti spingono dentro e 3 secondi dopo scappi fuori. E poi io ti seguo quando vai a pranzo e so che per te è una buona giornata se compri un giornaletto rosa da quel giornalaio. E so cosa ordini, e so che ogni mercoledì vai dal parrucchiere e che… che ti compri unno di quelli spaccagengive prima di andare a lavoro. E so che odi il tuo lavoro e che non hai molto amici. E che a volte ti senti un po’ scombinata e non ti senti euforica come tutti gli altri perché… ti senti sola e… e io ti amo.
    Io ti amo e secondo me tu sei la più bella invenzione dopo il profiterole. E credo che mi verranno le convulsioni se non potessi avere quel primo bacio. E non sarò mai e poi mai distaccato e tornerò da te domattina e ti telefonerò se melo permetterai.
    Ma continuo a non bere caffè.
    Lydia: Tu sei vero.
    Parry: Si.
    Lydia: Proprio vero.
    [Bacio]
    Lydia: Eh… ho sbagliato porta. Puoi telefonarmi.
    [Lei rientra a casa]
    Parry: Non mi ha dato il suo numero… ehehehe!
    Cavaliere Rosso: [Appare]
    Parry: No, ti prego. Questo lasciamelo. Devi lasciarmelo… [Urlo].

Perceval, la ricerca del Graal ed il Re Pescatore

IL GRAAL
E
LA LEGGENDA DEL RE PESCATORE

Per una migliore comprensione di questo argomento, così universalmente conosciuto, ma anche così confuso, sono necessarie alcune premesse.
Il medioevo, almeno nella sua seconda fase, è un mondo pieno di fantasia e di fermenti culturali, filosofici e religiosi, pervaso da un profondo senso del mistero. L’Europa medievale è la prima grande realtà multietnica della storia e quindi anche il più vasto contenitore culturale mai esistito.

Gli scrittori
Un monaco inglese, Goffredo di Mammouth con il suo Historiae Regum Britanniae è in qualche modo il precursore del ciclo romanzesco arturiano che va a collegarsi al precedente ciclo carolingio o Chanson de Geste dove già i tratti fondamentali di un’immagine cavalleresca, non ancora di natura completamente cristiana, erano stati delineati ed esaltati nei cavalieri di Carlo Magno
Con lui viene alla ribalta la figura di Artù concepito come idealizzato, ma reale eroe, artefice della riscossa dei bretoni dal giogo romano e per la prima volta spunta anche Merlino. Su questo tema saranno scritte altre opere che sempre di più faranno di questi personaggi, se mai sono esistiti, un mito romantico e suggestivo. E’ però con Cretienne de Troyes, a sua volta chierico, che con una serie di messaggi alchemici ed esoterici verranno delineati i tratti di un cavaliere del tutto idealizzato e del tutto cristiano, proteso nella ricerca di una perfezione morale che si esprime simbolicamente nella cerca del Graal, la mitica e immortale invenzione di Cretienne.

Il ruolo del Graal
Nel Graal si realizza quella saldatura culturale che fonde simbolicamente tutte le varie istanze di cui abbiamo parlato. Proprio il suo ruolo di sintesi ideologica ha conferito a questo simbolo un’affascinante e misterioso significato che continua a permanere intatto nei secoli.
Un altro grande autore medievale, Wolfram Won Eschembach, arricchirà questi stessi temi di implicazioni più orientaleggianti e così profondamente esoteriche da rasentare l’eresia con i suoi riferimenti a un sincretismo religioso che coniugasse il cristianesimo con l’Islamismo e l’ebraismo.
Il completamento di questo ciclo può essere intravisto in Raimondo Lullo, un cavaliere che divenne monaco, le cui opere ebbero una risonanza e una diffusione enormi. Egli arriverà a codificare la condizione cavalleresca cristiana nel suo famoso : “Libro dell’Ordine della Cavalleria”.

Dove nasce il ciclo arturiano francese
Sono due le corti dove questo fenomeno fiorisce, quella di Eleonora d’Aquitania (le corti d’amore) e quella di Troyes con Maria di Champagne, figlia di Eleonora. Qui, nel contesto del “fine amor” o “amor cortese,” le gesta e gli ideali dei cavalieri trovano la loro codificazione romantica e la loro apoteosi letteraria e qui si fondono la mitologia eroica di stampo nordico e celtico del ciclo Carolingio con il movimento trobatorico di natura lirica della Francia del Sud, più marcatamente dedicato all’amor cortese e alle aspirazioni mistiche del cavaliere. Cretienne de Troyes, considerato il più grande poeta medievale prima di Dante, scrive a Troyes un intero ciclo di romanzi, ma quello che per noi riveste maggiore importanza è indubbiamente il “Perceval”, rimasto incompiuto.

Perceval- romanzo di iniziazione
Si tratta di un romanzo pedagogico e didattico che delinea la genesi di un cavaliere e della sua formazione sotto i tre aspetti principali: la Cavalleria, l’Amore e la Religione, ma soprattutto indica come questi tre elementi siano tra loro del tutto complementari perché la Cavalleria è un ordine iniziatico ed esoterico .e dove, per la prima volta, si parla del Graal.

Il Graal simbolo della cavalleria
Quello che viene definito Il mistero della cavalleria è tale non perché segreto ma proprio perché esoterico e quindi percettibile soltanto da chi ne avverte il significato dentro di sé e pertanto da ciascuno inteso, e vissuto in modo diverso. Il Graal finisce per incarnare questo segreto e diventa quindi il simbolo aulico della cavalleria e l’espressione di tutti suoi valori morali.

La trama
La madre di Perceval (Il puro folle)che ha perso il marito e due figli a causa della cavalleria lo alleva nella totale ignoranza del mondo, e soprattutto della cavalleria, nel folto di una foresta (la guasta foresta).
Uscito a caccia il giovane incontra un gruppo di cavalieri e rimane folgorato dalla loro bellezza e dallo scintillio delle armi. Fa la figura dello sciocco per la sua ignoranza e per la prima volta sente parlare di Artù, il re che fa i cavalieri. Tornato a casa egli racconta tutto alla madre e le dice che intende partire per diventare anch’egli un cavaliere. A nulla valgono i tentativi della madre di dissuaderlo perché egli monta sul suo ronzino per iniziare la sua avventura.

Il Castello di Artù
Dopo qualche peripezia egli giunge al castello di Artù dal quale vede uscire un cavaliere magnificamente armato, tutto vestito di rosso e pensa di chiedere a Re Atù di dargli proprio quelle armi, poi ignaro delle buone maniere entra a cavallo nella sala della tavola rotonda che era “larga quanto lunga” chiaro riferimento al Tempio di Salomone che ritroveremo anche più avanti.

Il Cavaliere vermiglio
Perceval chiede ad Artù di farlo cavaliere, ma questi lo invia a battersi col cavaliere vermiglio che lo ha offeso per prendergli le armi. Perceval si batte con questo cavaliere e lo uccide, ma in maniera sleale, lanciandogli un giavellotto, un’arma che non è dei cavalieri. Poi non è nemmeno capace di togliergli l’armatura fino a quando non lo aiuta un uomo venuto dal castello.

Perceval diventa cavaliere
Perceval prende il cavallo del vinto e giunge a un bellissimo castello dove un nobile cavaliere lo istruisce nell’uso delle armi e nel codice d’onore della cavalleria.
” il valent’uomo non dà mai cattivi consigli”. “Si può sempre imparare ciò che si vuole purchè si dia ascolto e ci si affatichi, ogni mestiere esige coraggio, pena ed esperienza… se avrete cuore conoscerete ciò che bisogna sapere e mai ne avrete pena”-“ Se batterete un cavaliere e questi chiederà grazia, dovrete avere misericordia e accordagliela- “non parlate troppo perché il saggio dice che questo è peccato e vi tornerà a danno..ecc” Il romanzo è pieno di indicazioni morali di questa natura.
Il cavaliere lo fa mangiare nella sua stessa scodella (come la regola templare) gli toglie i rozzi abiti, gli dà vesti consone a un cavaliere, gli calza gli speroni e gli cinge la spada conferendogli così la dignità cavalleresca, cioè “l’Ordine più alto che Dio abbia creato e che non ammette bassezze”.
D’ora in poi Perceval dovrà battersi per raddrizzare i torti, aiutare chiunque sia in pericolo, le vedove, i deboli, le donne e gli orfani e pregare spesso perché Dio lo aiuti a comportasi da cristiano.

Perceval e l’amore
Perceval riprende il cammino per tornare dalla madre e si imbatte in un castello chiamato Baurepaire. Biancofiore, la bella castellana, dopo cena va a trovarlo nella sua camera vestita succintamente e piangendo gli spiega che sono, ridotti alla fame, perchè assediati da un da un re che vuole per forza sposarla, ma ella si ucciderà prima di cedergli. Perceval allora la consola e promette di “Riportare la pace nella sua terra”, (uno dei grandi compiti del cavaliere medievale) quindi la abbraccia e passano la notte insieme. Adesso Perceval conosce anche l’amore, il fine amor, quello che collega l’amore cristiano all’amore terreno, un amore che deve essere lontano e ideale, ma anche effettivo e umano. Tutti gli eroi cavallereschi esaltano un amore idealizzato, ma sono tutti amanti che tradiscono la fiducia di loro amici- Lancillotto e Ginevra, Tristano e Isotta, ma c’è anche l’amore di Giuffrè Rudel per Melisenda – Contessa cos’è mai la vita è l’ombra di un sogno fuggente, la favola breve è finita il vero immortale è l’amor- Carducci.
E’ l’amore, quello per una donna e quello per il Dio, che sprona all’azione il cavaliere e lo spinge al compimento del suo dovere morale.

Il re Pescatore
Liberato il castello Perceval riprende il cammino e giunge a un fiume che non sa come attraversare. Scorge due uomini in una barca, uno rema, l’altro pesca. Quest’ultimo gli spiega che per venti miglia non vi sono né ponti né guadi, ma si offre di ospitarlo nel suo castello per la notte.
Nel castello viene accolto in modo principesco, sulle spalle gli viene posto un mantello scarlatto e viene quindi condotto dai valletti alla presenza del suo ospite in una sala “tanto larga quanto lunga”.(come il Santa Santorum). L’ospite porta un cappuccio nero di zibellino e una veste e un mantello color porpora (i colori hanno tutti richiami alchemici).

Perceval incontra il Graal
L’ospite si scusa se non può alzarsi per accoglierlo perchè ha una gamba ferita e lo invita a sedersi accanto a lui, mentre conversano entra un valletto che porge una Spada dicendo all’ospite che è un regalo di sua nipote, esistono solo altre due spade come questa e nessuno potrà mai più forgiare una uguale. L’ospite la dona a Perceval.

Il corteo del Graal
Mentre conversano entra un altro valletto che reca una lancia lucente con una goccia di sangue che esce dalla punta. Perceval è sbalordito ma gli hanno insegnato a tacere e non pronuncia parola, arrivano poi altri due valletti che reggono candelieri d’oro con dieci luci e dietro a loro una fanciulla bellissima che regge un GRAAL il quale diffonde una luce tale da annullare quella delle candele. Il Graal è fatto dell’oro più puro e vi sono incastonate le gemme più preziose. Dietro questa damigella un’altra reca un magnifico piatto d’argento. La strana processione scompare in un’altra stanza e lo sbalordito Perceval continua a trattenersi dal fare domande come gli è stato insegnato. A questo punto l’ospite, che altri non è se non il Re Pescatore, ordina di preparare per la cena.
Vengono portati cavalletti neri come l’ebano su cui poggia una tavola di bianco avorio con una tovaglia bianchissima. (il massimo della purezza) Inizia la cena e a ogni portata il Graal passa davanti a loro senza che Perceval osi porre domande. Finita la cena i due si ritirano per la notte, ma al mattino Perceval trova il castello deserto, attraversa il ponte levatoio che si richiude misteriosamente alle sue spalle.

Incontra la cugina
Ripreso il cammino Perceval si imbatte in una damigella che piange disperata per la morte del suo cavaliere. Questa gli chiede da dove egli venga perché non esiste alcun castello o villaggio vicino e quando capisce che è stato al castello del re pescatore gli chiede se ha visto il Graal e se ha chiesto cos’era.
Perceval spiega che non ha fatto domande per non essere scortese e la ragazza si rattrista perché gli spiega che se lo avesse fatto avrebbe dato al re Pescatore la guarigione e così riportato la gioia e la fertilità sulla terra che è desolata proprio a causa della sua ferita (e quindi dei suoi peccati). Gli svela di esser sua cugina e lo accusa di essere un peccatore perchè ha provocato la morte della madre e non si è nemmeno voltato per soccorrerla quando l’ha vista cadere.

Il significato della spada
Gli rivela poi di sapere chi ha forgiato la spada che il re Pescatore gli ha donato e lo avverte che questa si romperà al primo scontro perché è simbolo di forza e di purezza, con la sua lama si separano il bene dal male e si spezzerà perché Parsifal è un peccatore. Solo al lago la spada potrà essere riparata.

Perceval e la religione
Per cinque anni Perceval andrà combattendo ovunque da cavaliere errante, ma dimentico di Dio e della fede, fino a quando un giorno, si imbatte in un corteo di tre cavalieri e dieci dame. Uno dei cavalieri gli chiede perché nel giorno della morte di Cristo, il Venerdì santo, egli giri armato (le tregue di Dio) mentre loro stanno tornando da una visita a un santo eremita. Perceval allora si fa indicare la via e va pure lui dall’eremita dal quale si confessa e racconta la sua visione del Graal.
-L’eremita gli svela di essere il fratello di sua madre e quindi suo zio, ma anche fratello del re che si nutre del Santo Graal e che il Re Pescatore è il figlio di quel Re Santo che si nutre solo delle Ostie che gli vengono portate con il Graal e se egli non ha salvato il Re Pescatore è perché ha peccato contro la madre e che è salvo solo perché ella con le sue preghiere ha intercesso per lui presso il Signore. Per penitenza l’eremita ingiunge a Parsifal di andare ogni giorno alla messa e se farà così guadagnerà onore e paradiso insieme.

Perceval comprende il Graal
Adesso Perceval sa anche quale sia l’aspetto ascetico della Cavalleria ed è finalmente un cavaliere completo, un cavaliere cristiano. L’apice della cavalleria cristiana saranno gli Ordini monastico militari formati da cavalieri che assumeranno anche la dignità monastica.
Il romanzo rimase incompiuto ma il Graal, Artù, Merlino, Perceval e i Cavalieri della tavola rotonda saranno l’oggetto di un enorme numero di romanzi con varianti d’ogni genere che ancora oggi continuano ad essere scritti.

Il termine Graal
Il Graal viene forse dal termine romano gradalis (vaso, coppa, piatto) ma probabilmente anche dal termine Ka-al, la coppa della libagione nel rito iniziatico della cavalleria islamica.

Il Graal come pietra
Il tema del Graal sarà ripreso da Won Eschembach, che soggiornò a lungo in oriente presso i Templari ed ebbe modo di studiare e conoscere gli scrittori islamici. Per lui il Graal non è una coppa ma una pietra, la lapis exillis o ex coelis dei Templari, cioè una pietra caduta dal cielo custodita nel castello del monte salvezza (Mont Savage) protetta dai Cavalieri Templari. Nel suo Parzifal è perfino un infedele che va alla ricerca del Graal e riesce ad arrivare al suo cospetto.
La pietra nera si diceva fosse stata portata sulla terra dall’Arcangelo Gabriele e ha indubbiamente una corrispondenza con la pietra angolare della religione cristiana e con il Graal. Così Won Eschembach realizza la saldatura tra le due religioni.
Il Graal è la coppa con cui l’uomo si identifica nel mondo e il motivo della coppa oracolare, quale specchio del mondo, è citato da molti autori persiani collegati al sufismo. Nel libro Felek-thani, un pagano di nome Flegetanis astronomo famoso per il suo sapere diceva: “vi era un oggetto che si chiamava il Graal egli ne aveva letto chiaramente il nome nelle stelle e uno stuolo d’angeli lo aveva portato sulla terra”.

Il Graal e l’ermetismo
Il Graal era uno smeraldo caduto sulla terra staccandosi dal diadema di Lucifero e questa versione ci si riconduce all’ermetismo. Si dice infatti che Ermete Trismegisto vergò i suoi insegnamenti sulla famosa tavola smeraldina, l’identico smeraldo di cui si parla.
Nella versione cristiana il Graal è la coppa in cui bevve Cristo nell’ultima cena e che fu custodita da Giuseppe d’Armatea il quale poi vi raccolse il sangue che defluiva dalla ferita al costato inflitta da Longino a Cristo, Quella stessa lancia che sfila nel corteo del Graal.
Così narra la vicenda Robert De Boron nel suo Giuseppe D’Arimatea scritto attorno al 1202. Giuseppe, fuggito dalla Palestina, arrivò in Inghilterra dove consegnò il Graal al Re Pescatore. Nessuno sapeva più dove cercare il Graal e sull’Inghilterra si abbattè un periodo di guerre e devastazioni facendola diventare “La Terra Desolata”. Merlino spiegò allora ad Artù che per porre fine a queste disgrazie era necessario trovare il Graal che solo un cavaliere dal cuore puro avrebbe potuto rintracciare. Perceval occupò il posto lasciato libero alla tavola rotonda, il seggio periglioso, quello sul quale rimarrà fulminato chiunque si sieda senza essere puro di cuore, e dopo varie avventure finalmente riuscirà ad arrivare al cospetto del Graal.

Il Graal come simbolo esoterico
E’ inteso come espressione della sapienza, della più profonda e antica conoscenza, simbolo della “parola perduta”, cioè quella dei primordi del genere umano fin dai tempi dell’Eden e che nell’esoterismo è rappresentata dall’albero della vita.

Il Graal e Dan Brown
Una versione recente interpreta il Graal con Sang Real e lo collega a un’ipotetica discendenza di Cristo generata dalla Maddalena che diede origine alla stirpe Merovingia di Francia. La tesi esposta da Baiget Leight e Lincoln nel libro il Santo Graal ha come unico riferimento la leggenda Aurea di Jacopo da Varazze che accenna alla fuga della Maddalena e al suo sbarco sulle coste del Sud della Francia. Questa suggestiva ipotesi è stata poi ripresa da Dan Brown nel Codice da Vinci.
Conclusione dov’è il Graal? – Indubbiamente il Graal è uno dei simboli più affascinanti e universalmente conosciuti, ma esiste realmente? E allora dov’è?
A Bari dove fu portato dicendo che si traslava il corpo di S. Nicola- A Montsegur roccaforte dei Catari, dove lo cercò perfino Hitler- a Torino dove arrivò con la Sindone- nella cattedrale di Genova –in Spagna nel monastero di San Cuan de La Pegna- in un castello di Siria- nella cappella di Rosslyn in Scozia- nel monastero di Glastonbury?
Il Graal è un’invenzione letteraria diventata il mito della perfezione, della sublimazione dell’uomo e dell’ascesi mistica e certamente esiste, ma a ben vedere il Graal non può che essere nel cuore di ognuno di noi.

http://nuke.templariordo.it/Letturecuriosit%C3%A0articoli/IlGraalelaleggendadelRePescatore/tabid/524/Default.aspx

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La ricerca del Graal non si fa da soli di Giovanni Fighera

Se chiediamo ai ragazzi se abbiano sentito nominare le storie di Lancillotto e Ginevra o la storia del Sacro Graal, molto probabilmente risponderanno di sì. Se, però, chiederemo loro se abbiano studiato lo scrittore francese Chrétien de Troyes (1135-1190 ca), se abbiano letto almeno qualche riga dal Lancillotto o il cavaliere della carretta o dal Perceval, dall’Erec et Enide o dall’Yvain, quasi sicuramente la loro risposta sarà negativa. Raramente gli insegnanti di Letteratura italiana dedicano qualche ora di lezione a questo autore.

E pensare che Chrétien de Troyes è uno degli scrittori più importanti del Medioevo, forse il più grande prima dell’avvento di Dante. Come si può capire il racconto di Francesca nel canto V dell’Inferno senza conoscere la storia di Lancillotto e Ginevra cui lei si riferisce esplicitamente (circolavano all’epoca di Dante versioni della storia anche redatte da altri autori): «Noi leggiavamo un giorno per diletto/ di Lancialotto come amor lo strinse;/ soli eravamo e sanza alcun sospetto./[…] ma solo un punto fu quel che ci vinse./ Quando leggemmo il disiato riso/ esser basciato da cotanto amante,/ questi, che mai da me non fia diviso,/ la bocca mi basciò tutto tremante./ Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse»?

Di Chrétien scarse sono le notizie certe. Nativo di Troyes, nella Champagne, in terra di Francia, ebbe dapprima come mecenate Enrico I di Champagne e, poi, dal 1181 Filippo d’Alsazia. È uno dei pochi scrittori che sceglie come protagonista di un poema cavalleresco una coppia di sposi, in Erec e Enide. La vicenda si conclude con Erec che scopre che può essere cavaliere e, nel contempo, amare la moglie tanto da dirle: «Vi amo più di prima e sono certo e sicuro che il vostro è perfetto amore […]. E se avete pronunciato una parola d’offesa, vi perdono e vi affranco del tutto, della parola e dell’ingiuria».

Chrétien de Troyes è, poi, anche il primo a raccontare la vicenda di Perceval e della ricerca del Sacro Graal, una storia che ha appassionato i contemporanei e i posteri e che ha aperto la strada a tanta produzione letteraria successiva, dal momento che il suo romanzo di avventura rimane interrotto a causa della sua morte.

Nel Perceval appare chiaro come la fede nasca da un incontro, si coltivi in un cammino e si approfondisca nella vita oppure possa anche affievolirsi, quando si smarrisce la strada. Sempre, però, ciascuno di noi, anche quando è lontano, dimentico o sperduto, ha l’occasione di incontrare di nuovo la verità incontrata la prima volta e di riprendere il cammino. Questo è raccontato in maniera emblematica nella storia del protagonista. Infatti, non volendo che il figlio possa intraprendere la strada della cavalleria, che è la stessa del marito e dell’altro figlio, entrambi morti, la madre tiene Perceval lontano dalla città, dai luoghi abitati, nella Foresta Desolata, fintantoché il ragazzo non incontra dei cavalieri rimanendo affascinato dalla loro armatura. Il giovane decide, così, di partire e di diventare anche lui un cavaliere. Il ragazzo incontra Cristo proprio grazie alla madre che, salutandolo, gli spiega i fondamenti del Kèrigma cristiano (l’incarnazione, la morte e la resurrezione di Gesù) ricordandogli di recarsi spesso in Chiesa a pregare.

In seguito, Perceval fa altri incontri. Dapprima con il Maestro Gornemont de Goorn che lo educherà ai valori e al codice della cavalleria (il soccorso ai deboli, alle donne e ai bimbi). Poi, con Biancofiore, il suo primo amore. Mosso dal desiderio di rivedere la madre, Perceval abbandona, però, la ragazza.
Dopo diverse vicissitudini, Perceval si imbatte nella grande avventura. Un ostacolo, un fiume, posto sul suo cammino è l’occasione di conoscere un pescatore che lo invita nella sua abitazione. Lì, il pescatore si presenterà al cavaliere come un re ammalato. In una reggia immensa Perceval assiste ad una scena strana e quasi incomprensibile. Un paggio porta una lancia insanguinata, mentre una dama segue con una larga coppa in mano, un Graal, che emana una luce luminosa. Perceval vorrebbe chiedere e domandare quale sia il significato del gesto. Ma non chiede.

Chiara è la simbologia nell’episodio. Il Re Pescatore è Gesù, mentre il vecchio padre cui si porta il Graal è Dio Padre. Per il fatto che non ha chiesto, il giorno seguente, al risveglio Perceval non troverà più nessuno nella reggia. «Chiama, ma non v’è risposta». Se avesse chiesto, il regno sarebbe tornato fecondo e il re sarebbe guarito.

Si allontana allora, tutto dedito alla ricerca del Sacro Graal, ma dimentico delle raccomandazioni materne. Per cinque anni abbandona anche la compagnia della chiesa e non partecipa alla celebrazione eucaristica, finché un giorno ha la grazia di incontrare di nuovo dei testimoni della fede in Cristo. È il giorno di Pasqua quando si imbatte sulla strada in tre cavalieri e in sette dame. Questi ricordano a Perceval quanto lui si è scordato (il Kèrigma): «(Oggi) è il venerdì adorato, in cui si devono piangere i propri peccati e adorare la croce, perché in questo stesso giorno fu crocifisso e venduto per trenta denari Colui che fu mondo di peccato. Egli vide le colpe di cui il mondo è impastoiato e macchiato, e per esse si fece uomo». Gesù, ricordano ancora i dieci pellegrini, è vero Dio e vero uomo ed è stato partorito dalla Vergine Maria per opera dello Spirito Santo «e prese forma e anima d’uomo con la sua Santa divinità. E in tal giorno, in verità, fu messo in croce e trasse i suoi amici dall’Inferno». Con la sua morte ha redento il mondo e «salvò i vivi e i morti facendoli passare dalla morte alla vita». Da questo momento, da quando Dio si è fatto piccolo come un bambino, nulla è più insignificante. «Chi in tal guisa non lo cercherà mai lo vedrà in viso», cioè chi non cerca Dio nel volto dell’uomo non lo troverà mai.

Contrito per la sua fragilità e per la sua dimenticanza, ridestato alla fede dalle parole appena udite, Perceval chiede loro quale sia la strada per giungere dall’eremita a cui hanno appena fatto visita. La risposta è bellissima: la strada è semplice, contraddistinta da segni lasciati dalle persone che li hanno preceduti nel percorso. Questa strada è la via segnata dalla Chiesa, cioè dal popolo dei credenti. Giunto là, Perceval si confessa, celebra la messa pasquale e riparte, uomo nuovo e rigenerato, alla ricerca del Sacro Graal. Nei sacramenti (confessione, eucarestia, ecc.) e nella chiesa Perceval incontra Cristo e fa l’esperienza di essere un misero peccatore che dipende da Dio, salvato non per i propri meriti, ma per la grazia divina e per la fede.

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-la-ricerca-del-graal-non-si-fa-da-soli-5624.htm

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LA SACRA COPPA DELL’ULTIMA CENA

        Sacro Graal: nome latino medievale che deriva da gradalis (recipiente), da cui in francese Graal.

Calice o piatto usato da Gesù durante l’ultima cena e che poi fu usato da Giuseppe d’Arimatea per raccogliere il suo sangue durante la crocifissione. la storia del Graal di ritrova in innumerevoli versioni. Secondo la tradizione medievale, con Chretien de Troyes (che prese come riferimento lo scritto storico latino di Geoffrey of Monmouth sulla storia dei re di Britannia del 1137), nel XII secolo assunse, nei suoi romanzi di stile cortese-cavalleresco, il simbolo di purezza ricercata dai cavalieri della tavola rotonda e da re Artù.

Secondo certe tradizioni, il calice si sarebbe tramandato da generazione in generazione all’interno dell’ordine dei templari fino ai giorni nostri. Esso sarebbe ancora nascosto in una delle loro fortezze sparse per tutta Europa. Si pensa, ad esempio, che possa trovarsi nella cappella di Rolin a Midlothian sepolto insieme ad altri tesori dell’ordine, oppure nella chiesa di Rennes le Chateau, o altrove.  Alcuni lo vogliono nel castello di Montsegur in linguadoca, eretto dall’ordine dei Catari e arresosi nel 1244 sotto gli attacchi dei crociati venuti dalla Francia settentrionale. Per altri, il Graal sarebbe nascosto nel castello di Corbenic, in Gran Bretagna, dove vi fu portato da Giuseppe d’Arimatea o dai suoi discepoli.  

I cultori del ciclo bretone di re Artù lo collocano sulla leggendaria isola di Avalon, dove risiederebbero le anime dei defunti e dove la tradizione vuole che riposi ancor oggi il corpo del grande re, in attesa di un ritorno alle armi. Forse, l’imperatore Federico II di Svevia ne fu in possesso quando decise di costruire il suo esoterico castello a pianta ottagonale sito in Puglia, il Castel del Monte.   Ma, una tra le più recenti versioni è quella che vede il Graal non come la coppa che raccolse il sangue di cristo morente, ma come la discendenza stessa di Gesù. Infatti, secondo alcuni, Gesù prima di morire sulla croce (sempre che sia realmente morto, perché ci sono dei recenti dubbi pure su questo particolare…), ebbe modo di lasciare un eredità in Maria Maddalena, sua probabile consorte. Ella, successivamente, si trasferì in Francia coi suoi figli e lì, diede vita ad un’importante dinastia, quella Merovingia. Naturalmente, non si hanno prove sicure per nessuna di queste ipotesi.  

L‘unica cosa sicura è che il Graal è il simbolo della ricerca che è in tutti noi, la ricerca del divino, di una verità assoluta. Esso rappresenta l’eterna ricerca di noi stessi e di risposte che forse non avremo mai…

GIORGIO PASTORE

INTRODUZIONE AL GRAAL
(di Vito Foschi)

L’inizio dell’avventura

La leggenda del Graal ha un inizio storico ben definito e un inizio mitico che si perde nella notte dei tempi. Tutto ha inizio col romanzo medievale incompiuto di Chrétien de Troyes, Perceval o il racconto del Graal, composto tra il 1175 e il 1190 circa. Il Graal viene appena citato e descritto sommariamente, ma tanto basta per scatenare una ricerca che dura da otto secoli.

L’eroe è Perceval. Il padre e i suoi fratelli sono morti in battaglia, e per tenere in vita l’unico figlio rimastole, la madre decide di tenerlo lontano dal mestiere delle armi. Lo alleva in una landa isolata e impone ai suoi servitori di non parlare al ragazzo della cavalleria. Un giorno passano da lì dei cavalieri e Perceval decide di abbandonare la madre che muore di crepacuore e di diventare cavaliere. All’inizio del viaggio Perceval è poco più di un ragazzo digiuno del mondo e delle buone maniere e non solo del mestiere delle armi. Vive varie avventure e trova un cavaliere, che gli insegna come comportarsi in società, tra l’altro gli dice di non parlare molto. A questo punto ha ricevuto l’iniziazione di cavaliere. Prosegue nel suo viaggio e raggiunge il castello del Graal. Il castello è abitato dal Re Pescatore che ferito ad una gamba ha come unico diletto quello di pescare. Il Re lo ospita. Durante il pasto serale assiste ad una strana processione e qui viene citato per prima volta il termine Graal. Un valletto passa nella sala con in mano una lancia sanguinante seguito da due valletti con dei candelabri a dieci braccia e da una fanciulla con un “graal”. Il corteo si dirige in un’altra stanza dove si trova il padre del Re Pescatore. All’ingresso del corteo la sala viene inondata di luce. La processione si ripete ad ogni portata. Il giovane ricordandosi dell’insegnamento non domanda a chi viene servito il Graal e questo è il suo errore. Facendo la domanda il Re sarebbe guarito e con lui sarebbe ritornato a fiorire anche il suo regno. Risvegliandosi Perceval trova il maniero deserto e riparte. Nel racconto non viene spiegato cosa sia esattamente il Graal. Si capisce che è un contenitore perché viene servito a qualcuno. Viene descritto come preziosismo, ma nulla più. Il romanzo ha uno strano andamento. Perceval ritorna alla corte di re Artù, e da qui riparte per altre avventure che non vengono descritte, mentre vengono descritte quelle di un altro cavaliere: Galvano. In pratica il romanzo è quasi diviso in due, da una parte le avventure di Perceval e dall’altra quelle di Galvano. Il romanzo è incompiuto quindi l’impianto potrebbe essere più complesso. A un certo punto delle vicissitudini di Galvano l’autore ritorna a Perceval. Lo ritroviamo mentre incontra una processione del Venerdì Santo. Si dice che ha vissuto mille avventure che ci rimangono oscure, ma stando lontano da Dio. La processione gli ricorda i suoi doveri religiosi e si rifugia da un eremita, e qui fa penitenza. Riceve una seconda e definitiva iniziazione. L’eremita che scopriamo essere un suo zio materno spiega che il Graal viene servito al padre del Re Pescatore e che contiene un’ostia, unico sostentamento dell’uomo da dodici anni ed insegna al nipote una preghiera segreta da usare solo in caso di grave pericolo. Questo il racconto del Graal di Chrétien. Un’opera incompiuta divisa in due parti quasi slegate o per lo meno apparentemente slegate. Da questo momento nasce la leggenda del Graal. Si può affermare che il vero mistero del Graal è come un termine citato un paio di volte in un romanzo incompiuto abbia potuto scatenare una ricerca da parte degli uomini che dura da secoli.

VITO FOSCHI

BREVI RIFLESSIONI SULLA FOLLIA DI PERCIVAL
(di Vito Foschi)

Nel racconto di Chrétien de Troyes, all’inizio dell’avventura, il giovane Perceval è all’oscuro di tutto, vive in uno stato quasi selvaggio accudito dalla madre e dai servitori. È giovane, sta per entrare nell’età adulta ma è come se non fosse ancora nato, addirittura non viene chiamato con il suo nome… è il puro Folle. Puro perché non contaminato dal mondo, è vissuto nella foresta ed è come se avesse continuato a vivere nel grembo materno, folle perché ignorando totalmente le regole del vivere in società il suo comportamento ai più sembra dettato da follia. Nei primi passi del romanzo abbondano gli appellativi folle, stolto, giovane selvatico. Ma nonostante la Follia o proprio grazie ad essa decide di seguire la Luce, la luce portata nel suo mondo dal bagliore delle armature dei cavalieri che egli non a caso crede angeli.

Qui mi sovviene l’Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam che indica nella Follia il motore della storia, per cui nascono e muoiono imperi, città, si formano famiglie, si intraprendono viaggi, attività economiche, ecc. Il saggio, prudente qual è, rimane in casa senza gettarsi in avventure e si accontenta del suo stato e non sogna. Il Folle sogna e qui mi sovviene Lwarence D’Arabia e il suo aforisma sugli uomini che sognano. Recito a memoria. “Esistono due tipi di uomini quelli che sognano quando dormono e quelli che lo fanno ad occhi aperti. Di queste specie di uomini la seconda è la più pericolosa perché lotta per realizzare i suoi sogni”. Non sono le parole esatte, ma il senso è quello. Perceval è della specie che sogna ad occhi aperti. Vede i cavalieri e decide di diventarlo, si arma e parte senza indugiare oltre abbandonando la madre che muore di crepacuore. La vede a terra, ma non si ferma, non indugia, sferza il cavallo e corre via lontano. Un comportamento non propriamente saggio. E quando vede le tre gocce di sangue sulla neve fresca e rimane lì imbalsamato nel dolce ricordo di Biancofiore, che cosa fa se non sognare ad occhi aperti? Addirittura non si accorge dei molti cavalieri che vengono ad interrogarlo su chi era e cosa voleva, che irritati lo caricano e vengono abbattuti puntualmente da Perceval che combatte come in sogno. Una volta “sveglio” raggiunge la corte di Re Artù e chiede del siniscalco Key, con cui aveva una contesa e gli dicono che è stato proprio lui ad abbatterlo e ferirlo ad un braccio. Non si era accorto di niente, il nostro sognatore. Nel saggio di Erasmo esaminata la follia di tutta l’attività umana si giunge alla conclusione che l’unica “follia giusta” è quella in Cristo, quella dei Santi, dei Martiri, ma anche del semplice credente che in Cristo solo può trovare risposta alla follia della vita. Questa è l’idea di Erasmo, che riprende in maniera satirica il concetto di follia come massima saggezza espresso da San Paolo nella lettera ai Corinzi, non a caso citato nell’Elogio, che nonostante la sua sostanziale ortodossia, verrà tacciato di eresia, probabilmente per il suo sarcasmo sui teologi cervellotici, le critiche alla chiesa e al potere costituito, anche se il suo intento era solo di ironizzare sulla società terrena per mettere in evidenza la Verità ultraterrena. E il buon Perceval cosa fa verso la fine del romanzo incompiuto di Chrétien? Dopo aver vissuto cinque anni lontano dalla chiesa, e quindi lontano dallo spirito, vivendo mille avventure senza ritrovare il Graal incoccia in una processione di Venerdì Santo e uno dei presenti lo rimprovera del suo andare armato. Perceval stupito chiede che giorno sia e, ottenuta la risposta sente la necessità di fare penitenza e gli viene indicato un eremita e lui ci se reca prontamente. Qui riceve la sua iniziazione spirituale, ma non ci soffermeremo su questo, ma sul fatto che il Puro Folle ritorna a Dio, la sua follia nel mondo si tramuta in follia in Cristo. Dopo cinque anni di avventure, di follia umana, scopre ciò che è veramente importante la Follia del Cristo che si fece uomo per riscattare i peccati degli uomini e Perceval capito ciò è pronto a riconquistare il Graal ed essere il Folle in Cristo capace dell’estremo sacrificio per mondare il mondo dal peccato e risorgere alla vita eterna.

Naturalmente questa è l’interpretazione cristiana del racconto di Chrétien, ma non è la sola possibile dato che nel cristianesimo persistono reminiscenze di antichi culti e l’evidente presenza nel racconto di elementi celtici posta in luce da molti studiosi.

VITO FOSCHI

Fonte: http://freeweb.supereva.com/ilsitodelmistero/ 

LA SIMBOLOGIA DEL CUORE E LA LEGGENDA DEL GRAAL
(di Vito Foschi)

Il geroglifico egizio che indica il cuore è costituito da un piccolo vaso e per gli antichi egizi il cuore era la sede dell’anima(1); alla morte il cuore veniva pesato dal dio Anubi(2) e da questa pesa veniva decisa la sorte dell’anima del defunto.

Il testo da cui inizia la leggenda del Graal, è il Perceval di Chrétien de Troyes. In tale racconto, il Graal non ha ancora una forma definita. Viene descritto come preziosissimo, fatto in oro e tempestato di pietre preziose. Non si accenna alla sua forma, si intuisce che è un contenitore perché “il giovane non domanda a chi lo si serva” e poco dopo “Ma non sa a chi lo si serva”. Il Graal viene portato in processione e viene preceduto da altri oggetti simbolici, tra cui la lancia sanguinante. Già in questo primo racconto si fa accenno al sangue. In un passo successivo Perceval incontra lo zio Eremita che gli spiega il significato del Graal. Il Graal serve l’ostia, unico nutrimento da dodici anni, al padre del Re Pescatore. Da questo riferimento eucaristico è quasi immediato pensare al Graal come ad un calice. 

Geroglifico egizio rappresentante il cuore

Dopo pochi anni dalla diffusione dell’opera di Chrétien, Robert de Boron con il suo Giuseppe d’Arimatea spiega l’origine del Graal identificandolo con il calice dell’Ultima Cena che poi serve a Giuseppe d’Arimatea per raccogliere il sangue sgorgato dalle ferite di Cristo in croce.
Questa versione del calice contenente sangue fa tornare in mente il geroglifico egizio del cuore, ed è facile identificare il Graal al cuore.


Il calice di Cristo contiene il sangue di Cristo in due modi diversi: nel corso dell’Ultima Cena, quando il vino è il Suo sangue e successivamente quando è raccolto dal Suo corpo sulla croce.
Ricordiamo anche il simbolo del Cristo come un pellicano che si strappa il cuore per nutrire o ridare vita ai figli.(3) Il collegamento col simbolo cristiano del Sacro Cuore di Gesù è evidente.
Citiamo un passo di un articolo in cui si discute sul significato simbolico del cuore:”Il simbolo del cuore indica il centro dell’essere, il luogo in cui si svelano i significati profondi, al di là delle connessioni stabilite dalla razionalità.”(4)
Riportiamo un passo di un librino dedicato al Sacro Cuore di Gesù, che mette in evidenza come anche nella tradizione cattolica il cuore è associato al centro dell’essere:”È il nostro centro nascosto, irraggiungibile dalla nostra ragione e dagli altri; solo lo Spirito di Dio può scrutarlo o conoscerlo. È il luogo della decisione, che sta nel più profondo delle nostre facoltà psichiche. È il luogo della verità, là dove scegliamo la vita o la morte. È il luogo dell’incontro, poiché, ad immagine di Dio, viviamo in relazione: è il luogo dell’Alleanza”. E ribadisce al n. 368: “La tradizione spirituale della Chiesa insiste anche sul cuore, nel senso biblico di ‘profondità dell’essere’, dove la persona si decide o no per Dio”.
Dio parla al cuore dell’uomo, il centro dell’essere, non al suo orecchio, non alla sua mente. Si legga il seguente passo della Bibbia:”Anzi, questa (sua) parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore”(Dt 30,14).
Si noti lo stesso significato nella seguente citazione:”Il termine arabo per indicare il cuore è, Qalb, che indica l’atto di ricevere ‘da bocca ad orecchio’ (da cui Qabbalah), e significa un’intuizione intellettuale, che è prima di tutto un ascoltare.”(5)
Un’altra assonanza tra cuore e coppa si ritrova nella tradizione islamica quando paragona il cuore dell’arif(il saggio, l’iniziato) ad una coppa contenente potenza e sapienza.
Il simbolo del cuore ha quindi un profondo significato spirituale. Rappresenta il centro dell’essere, la sua anima ed il luogo dell’”incontro” e dell’”Alleanza”.
In questa accezione la cerca del Graal è una ricerca eminentemente spirituale e i luoghi che attraversa il cavaliere non sono luoghi fisici, ma luoghi dell’anima. Alcuni episodi delle avventure dei cavalieri partiti alla ricerca del Graal, sono palesemente delle prove dello spirito perché si trovano ad affrontare demoni o sortilegi approntati dal Demonio. Il pericolo di perdersi prima del raggiungimento della meta, è il pericolo di perdere la via che porta a Dio. Non a caso gli eroi si muovono senza un’apparente via da seguire come se fossero in un labirinto, quei labirinti che ricoprono il pavimento di alcune cattedrali medievali che stanno lì a simboleggiare il percorso dell’anima deve affrontare per raggiungere la grazia di Dio.
Inoltre il simbolo del cuore è equivalente a quello del sole. Il primo centro dell’essere, il secondo centro del cielo. Tutte e due simboli positivi della vita. Il sole ha un ulteriore aspetto: è il simbolo della regalità. Il re come centro del regno da cui tutto dipende tutto. I suoi raggi arrivano ovunque a portare la sua presenza. È naturale pensare a Luigi XIV, detto Re Sole, ed al suo motto: “Io sono lo stato”.
Nel Perlesvaus, romanzo anonimo ma di area cistercense, Parsifal recupera il Graal diventando Re del Graal e divenendone custode. I due significati si sommano: il cuore puro permette la conquista del centro.

VITO FOSCHI

Note

1) “…Thoth aveva la testa di un ibis perché l’uccello, quando piegava l’ala, assumeva la forma di un cuore, la sede della vita e della vera intelligenza.” Peter Tompkins – “La magia degli obelischi” – Marco Tropea Editore 2001;
2) La stessa funzione nella tradizione ebraica è attribuita all’angelo Mikael, divenuto il nostro S. Michele arcangelo. Un suo attributo è proprio la bilancia; anche nell’iconografia cristiana del Giudizio Universale è raffigurato con spada e bilancia, attributi della giustizia;
3) J. L. Borges e M. Guerriero – “Manuale di zoologia fantastica” – Einaudi 1998;
4) G.C. – “Il simbolo del cuore”, da Massoneria Oggi – n. 2 – luglio 1994 – Soc. Erasmo Roma; reperibile nel sito di Esoteria al seguente indirizzo: http://www.esoteria.org/;
5) Ibidem.

Fonte: http://freeweb.supereva.com/ilsitodelmistero/

ALCUNI CENNI SULLA SIMBOLOGIA FEMMINILE DEL GRAAL
(di Vito Foschi)

Il Graal è un simbolo molteplice che racchiude vari significati. È un tramite per la divinità e rappresenta la molteplicità della potenza di Dio. Fra i suoi vari attributi c’è quello di rappresentare il principio creatore e in genere tutto quello che è legato alla vita: guarigione, nascita e rigenerazione. I suoi cantori gli hanno fatto assumere varie forme, calice, pietra, vassoio, ma le sue proprietà di rigenerazione sono costanti. La forma principale con cui è conosciuto il Graal è quello di un calice o in genere un contenitore. Ci soffermeremo su questa forma. 

Se esaminiamo il geroglifico egizio rappresentante la donna vedremo la presenza di un pozzo d’acqua. La donna, sorgente di vita, è legata all’acqua, sorgente di vita per eccellenza ma anche liquido amniotico. Il pozzo d’acqua come grembo materno. Nell’antico Egitto l’acqua assumeva un significato particolare. Le sue capacità agricole dipendevano dalla regolarità delle piene del Nilo. Tutto dipendeva dall’acqua. Non a caso tutte le grandi civiltà si sono sviluppate intorno a corsi d’acqua: il Nilo, il Tevere, il fiume Giallo, il Tigre e l’Eufrate, l’Indo. Nell’antica Mesopotamia una divinità dell’oltretomba chiamata Enki, riempiva di acqua le vasche dei primi templi. Poi semidei in forma di pesce la donavano agli uomini. I fedeli persiani la raccoglievano in anfore e versavano libagioni in coppe approntate dinanzi agli altari. In queste antiche cerimonie religiose, la vasca e il bacile, l’anfora e la coppa rappresentavano la creazione della vita.
Il Graal ha memoria di questi antichi miti. Forse un legame diretto non esiste, ma questi simboli sono universali e portano con sé memoria degli antichi significati. La potenza del simbolo è quella di rappresentare significati universali a tutti gli uomini e di passare indenne attraverso le generazioni umane assumendo nuovi significati ma conservando gli antichi.
Questa simbologia connessa all’origine della vita è indubbiamente legata alla donna e alla sua qualità di generatrice di vita. Il Graal contiene questa simbologia femminile, perché è un dispensatore di vita. In alcune leggende il Graal è legato alla Lancia sanguinante. Il sangue cola nel Calice e la lancia è simbolo maschile per eccellenza. Il Calice, la donna, la lancia, l’uomo, generano la vita e rappresentano l’atto creatore di Dio. Quale migliore rappresentazione della potenza creatrice divina del mistero della generazione di una vita dall’unione di un uomo e di una donna? 

E, di fatto, in passato quale altro simbolo si poteva utilizzare? Più tardi lo sviluppo della ceramica portò l’immagine di un Dio vasaio. Già nell’antico Egitto fu adottato il simbolo del vaso per significare il verbo creare. Il Graal essendo un contenitore possiede anche quest’immagine del vaso come simbolo della creazione divina. Anche il Dio cristiano che crea l’uomo dal fango riprende quella di un dio vasaio. Più tardi nel Medioevo Dio prende il compasso per creare. Il riferimento è all’architettura che allora sviluppava imponenti opere.

Il Graal rappresenta il tutto, perciò racchiude in sé il principio maschile e femminile. A volte reso più esplicito dalla presenza della Sacra Lancia. Simbolo maschile e quindi della guerra. Crea insieme al Graal-donna la vita, ma distrugge i nemici.
Nella tradizione cristiana un collegamento fra la donna e un contenitore esiste nella Litania Lauretana, la Vergine Maria viene descritta come: “Vas sprirituale, vas onorabile, vas insigne devotionis”, ovvero “vaso spirituale, vaso dell’onore, vaso pregiato di devozione”. La Vergine è descritta come un contenitore, il “contenitore” per eccellenza perché ha custodito il Figlio di Dio.
Un esempio di connessione fra il simbolo del vaso e la donna si ritrova nelle decorazioni della chiesa di S. Vitale a Ravenna in cui la regina Teodora viene accomunata ad un vaso. La metafora è sempre quella della donna come contenitore della vita.
Trattando di generazione, il ricordo di antichi culti legata alla Grande Madre, è evidente. La simbologia femminile del Graal è piuttosto forte a scapito di quella maschile, nonostante il tempo trascorso e l’avvento del cristianesimo e del Dio Padre. Anche per questo il simbolo del Graal, nonostante i tentativi di riportarlo all’ortodossia, rimane fondamentalmente un simbolo eteredosso.

VITO FOSCHI

Bibliografia

“L’avventura del Graal” di Andrew Sinclair
“Il segreto dei geroglifici” di Christian Jacq

Fonte: http://freeweb.supereva.com/ilsitodelmistero/

http://www.croponline.org/sacrograal.htm

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