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Perceval, la ricerca del Graal ed il Re Pescatore (4)

 

l Graal, la coppa, la ferita, la misura, lo spazio,
la domanda e il ventre femminile…
Testo e Ricerca di Anna Pirera

Del Graal si è parlato forse più di ogni altro simbolo:
esso ha affascinato pittori, poeti, studiosi, maghi, cavalieri, uomini e donne in un modo o nell’altro coinvolti nelle molte vie della sua Cerca. Multiforme e molteplice, esso è un archetipo inesauribile, come inesauribile è il suo Dono.

Incantata dal suo potere, dalla sua infinita potenza simbolica, ho incontrato il Graal in molte forme sul mio cammino ed è stato il più delle volte, prima ancora di sapere come e perché, attivatore di guarigione per me e per le persone che nel lavoro con me lo hanno evocato.

Vorrei qui offrire in ringraziamento alcuni spunti riflessivi, alcune immagini o suggestioni,
che hanno trovato eco nella mia e nelle loro storie.

 

Nel segno della Coppa
In primo luogo, in primo piano, del Graal si impone al nostro sguardo la figura: splendida coppa,
contenitore, calice, il Graal è il segno e il simbolo del femminile dal tempo più antico e forse anche da prima,
da quel tempo prima del tempo da cui in seguito è sorto il nostro tempo storico.
Secondo alcuni, lo vedremo, il Graal porta a noi il suo mistero dalle ere più antiche, dai tempi della mitica Atlantide e dalle lontane civiltà che avrebbero preceduto l’era preistorica. O da ancora prima, dalle origini della manifestazione….

Coppa, ho detto, contenitore: il Graal, prima di essere calice, prima di ergersi, prima di entrare in relazione con la mano umana, era infatti la coppa, il calderone. E alle sue origini esso era forse luna crescente, puro segno del concavo, quell’apertura e contenimento in uno, origine e fine della vita, fonte eterna, luogo in cui ogni cosa, ogni vita, può trovare senso e riposo.
Come nelle coppelle, nelle concavità naturali delle pietre, così sacre, così semplici, così eterne.

Ventre della Dea, segno del Femminile Sacro, il calderone-coppa era nel tempo antico inesauribille sorgente di nutrimento, trasformazione e rigenerazione. E lo stesso ventre della Dea si manifestava nelle coppelle e nei pozzi, luoghi da sempre sacri, simboli della forza della vita convogliata al centro e riofferta al mondo.

L’acqua piovana, primo contenuto del graal-coppa, si raccoglie nelle coppelle scavate nella pietra e diventa sacra espressione della fertiltà della terra, acqua nel grembo della Madre, potenza di guarigione, nettare, lacrime e latte dell’Antica Dea.
L’acqua sorgente dalla terra, l’acqua nei pozzi, era per gli antichi quell’acqua sacra che attraversa i mondi, che proviene dal cosidetto Altromondo, che muove dal ventre profondo della Madre per affiorare nel nostro mondo a dissetare Vita.

Di questa connessione profonda fra acqua e terra il Graal sarà sempre portatore, nella relazione di forma – terra e contenuto acqua, anche quando essa sarà l’acqua-luce della fonte spirituale.

Il Graal e la sua Cerca

Il Graal come lo conosciamo oggi fa la sua comparsa nella letteratura europea intorno al 1200, negli scritti di Chretién de Troyes, ritenuti da molti una trascrizione di ben più antichi racconti e leggende.
Nel cosidetto Ciclo Bretone, un gruppo di testi apparsi negli stessi anni, esso prende corpo e diventa un fulcro attorno a cui ruotano le vicende dei molti, un fulcro luminoso, misterioso e inafferrabile.

Esso è l’oggetto della Cerca, la ricerca, lo scopo che muove. Il Graal e il Re Pescatore, il Re ferito presso cui il Graal dimora, restano sostanzialmente immutati nei numerosi romanzi del ciclo (anche se, lo vedremo, il Graal diviene oggetto di una interpretazione cristiana del suo misterioso potere), mentre le vicende della Cerca si arricchiscono, i personaggi mutano, si moltiplicano, cambiano nomi e storie.

Cominciamo dunque il nostro viaggio nel mondo del Graal seguendo la storia narrata da Chretién nel Perceval:

Era il tempo in cui gli alberi fioriscono, gli arbusti si coprono di foglie, i prati verdeggiano,
gli uccelli cantano all’alba nel loro dolce linguaggio e tutte le cose si infiammano di gioia…

Come in ogni inizio, e il Graal è per essenza un inizio, siamo nel tempo in cui la vita rinasce, nel tempo della gioia.
La storia comincia dalla Terra, dal tempo della rinascita nella terra.
Fin da subito, è il femminile a trasmettere il senso della storia. Terra – pare – è un termine che in tutte le lingue è declinato al femminile.
E al punto di partenza troviamo, naturalmente, la madre nelle figura della mamma di Perceval, il protagonista.

Molta parte dei racconti del Graal ha a che vedere con il maschile, il femminile e la giusta relazione fra loro.
Se guardiamo all’antico simbolismo della coppa poco fa descritto, viene da chiedersi come dal femminile – la coppa – sia sorto il maschile – il calice, il Graal. E la vicenda narra anche di questo. E di come essi infine siano uno.

Perceval, l’eroe, lascia la madre e si mette in viaggio, è giovane e sprovveduto e dipende dai consigli di figure più anziane di lui, non avendo in sè altro che un barlume di consapevolezza, quella piccola luce che appunto lo muove al viaggio, all’andare verso il suo destino.
Dopo alcune vicende che lo vedono tra l’altro agire in un modo sciocco con una dama fino a comportarsi in modo insultante nei suoi confronti, incontrare l’Amore e allontanarsene troppo presto per poi perdersi lungo la via, Perceval giunge ad un fiume profondo. Al centro del fiume naviga una barca da cui un pescatore gli indica la strada per trovare la casa del Signore di quelle terre.
Giunto alla dimora, Peceval si trova alla corte del Re ferito, il Re Pescatore, e conversa con lui mentre il re è sdraiato sul suo letto, ferito alla coscia di una ferita da cui non guarisce. In quel mentre, Perceval assiste con stupore ad uno spettacolo straordinario:

… arrivò a corte un valletto con una lancia bianca.
Una goccia di sangue colava dalla punta fin sulla mano del valletto.
Il giovane rimase a bocca aperta a tale vista e si trattenne dal domandarne ragione…
A questo punto arrivarono altri due valletti, con in mano candelieri d’oro fino.
In ogni candeliere bruciavano dieci candele.
Una fanciulla entrò insieme a loro reggendo fra le mani una coppa.
Al suo apparire si diffuse una luce sì grande che le candele persero chiarore,
come le stelle quando si leva il sole.
Dietro di lei un’altra damigella recava un piatto d’argento.
La coppa era fatta dell’oro più puro ed era ricoperta dalle pietre più preziose.
Come la lancia era passata davanti al letto dove sedeva il vecchio signore,
così passarono le damigelle andando da una stanza all’altra.
Il giovane le vide passare, ma a nessuno osò domandare il significato di tutto ciò.
..

Per via della domanda non formulata, Perceval perde la sua occasione, si allontana dalla corte del Graal e non avrà modo di ritornarvi se non al termine di lunghi anni di sofferta ricerca.

Attorno alla coppa, il Graal, appaiono nell’episodio gli elementi ad esso strettamente connessi: la terra desolata, la ferita, la guarigione, la domanda, le due damigelle, la luce, l’oro e l’argento, il passare.
La terra del regno del re ferito è infatti una terra desolata, ci racconta la storia, una terra sterile.
Il re, il re pescatore, è ferito ad una coscia, una ferita che non può guarire come le altre solo nel tempo, una ferita spirituale, simbolo delle numerose ferite che ognuno di noi reca in sè, ferite che ci hanno allontanato dal flusso naturale dell’Amore che scorre in ogni vita.
E per tali ferite dell’Anima il Graal è Guarigione.
Ma la guarigione, per il re come per ognuno di noi, dipende da un passaggio essenziale, che sta nel porre La Domanda. Non può esservi guarigione se la domanda non viene posta.
Due damigelle, due fanciulle portano la Coppa d’oro e il Piatto d’argento.
Dalla Coppa, dal Graal si sprigiona una luce ultraterrena.
E, infine, il Graal si presenta come qualcosa che passa, una processione. Si viene a sapere poi che tale processione avviene ogni giorno. Come a dire: il Graal è sempre presente, l’incontro con lui ogni giorno possibile. E’ sempre oggi.

Erede del calderone, il Graal è guarigione in quanto potenza trasformativa, rigenerazione, rinnovamento.
Come ognuno di noi sa, ogni ferita, quando è ferita interiore, reca con sè dolore anche nelle nostre relazioni, nel nostro mondo. Se il re è ferito, la sua terra è desolata, sterile. La Guarigione interiore comporta dunque anche la guarigione del nostro regno, delle nostre relazioni, del nostro vivere nel mondo.

Nel Graal si congiungono elementi che riguardano la guarigione di ciascuno di noi singolarmente ed elementi che riguardano la guarigione della Terra Madre e della Vita nel senso più ampio. Il Graal ci parla delle connessione profonda fra la nostra guarigione individuale e la Guarigione collettiva della Terra. Ancora più fortemente, il Graal racconta l’essere una sola cosa la guarigione dell’uno e quella del mondo.

L’unità di guarigione individuale e guarigione della Terra era una cosa ben nota nel tempo più antico, nell’epoca neolitica e forse ancora da prima, ed era simbolicamente rappresentata dal Matrimonio Sacro del re con la sua terra, quel rito che sanciva il legame d’amore e la promessa che uniscono la Terra al suo Re. L’antico hyero-gamos greco nel mondo del Graal era celebrato fra il Re Cervo e la Sacerdotessa-Terra e rinnovava nel rito annuale questo patto.
In esso il Femminile divino si univa al Re offrendogli la Sovranità, quel Trono che nelle sue lontane origini altro non era se non il grembo della Dea.

Il legame fra la Terra ferita, il femminile, il calderone della rigenerazione e il Graal viene raccontato in alcune storie che possono essere considerate antefatti e precedenti delle vicende del Graal.

Il calderone di Bran nel Mabinogion.
Nella mitologia irlandese e nei testi più o meno coevi al Perceval raccolti nel Mabinogion – anch’essi elaborazione scritta di precedenti tradizioni orali – appaiono gli elementi della coppa-calderone e del piatto, entrambi associati ad un eroe di nome Bran.
Vi compare infatti, collegato a Bran, il “calderone della rinascita” con funzione rigenerativa: i guerrieri morti che vi vengono gettati al cader della notte, la mattina seguente risorgono. Nel calderone, ventre del femminile, la vita si rigenera, così come la vita vegetale rinnova la sua nascita in primavera dopo aver riposato nel ventre della Madre Terra durante il tempo invernale.
Bran possedeva secondo le leggende anche un piatto straordinario, tale che qualunque cibo si desiderasse, subito lo si otteneva.
Fonte di nutrimento e soddisfazione di ogni desiderio, esso svolgeva la funzione del femminile che nutre la vita e offre alimento all’anima come al corpo.

Le damigelle dei pozzi
Prima della storia narata da Chretién, si svolgono le vicende di uno scritto di poco posteriore al Perceval, giunto a noi col nome di “L’Elucidazione”. Una delle storie in esso narrrate è per noi il simbolo del ponte che dalle antiche coppelle e dalle acque sacre reca al Graal.
In esso si narra di un tempo di rovina, in cui la magia del femminile era violata e incompresa, e la terra desolata.

Il regno volse in rovina, la terra divenne secca e sterile tanto che non valeva più il prezzo di due noci.
Perdute erano le voci dei pozzi e delle damigelle che vi abitavano.
Esse svolgevano un tempo questo servizio, che se un viandante desiderava cibo e bevande
bastava che lasciasse la strada e cercasse uno di questi pozzi,
e immediatamente senza neppure dire che cosa gli piacesse se ne poteva disporre; bastava chiedere.
Infatti da uno di essi usciva una damigella, che più bella non si poteva immaginare,
recando in mano una coppa d’oro con dentro carne lardellata e pane,
mentre un’altra damigella portava una candida tovaglia e un vassoio d’oro con il cibo ch’egli aveva chiesto…
Tale splendida accoglienza si riceveva a quei pozzi…
e le damigelle con grazia e letizia servivano tutti coloro che ai pozzi venivano.

Anche qui la coppa e il piatto, e le damigelle in coppia, come nell’incantata processione.
Del femminile il numero è il due, come nelle raffigurazioni dell’antica Dea, quando il potere del due, il potere del doppio, era potere della generazione, della Madre-Figlia che perpetua la Vita come ci mostrano le raffigurazioni neolitiche.
E anche qui acqua e nutrimento, soddisfazione dei desideri e dei bisogni di ognuno, sgorgano dai pozzi – dai ventri – del femminile.
Di quei tempi perduti resta solo la nostalgia.
Resta Il ricordo di quando dal ventre della terra, dai pozzi, sorgevano le acque fertili a placare la sete e il cibo a placare la fame dei viandanti.
Resta Il ricordo della sacralità della fonte da cui sgorga il liquido del piacere, di cui le damigelle di indicibile bellezza sono il simbolo, da cui proveniva ogni vita e fertilità e gioia in tutto il regno.
Come nella Storia, è stata la violenza a generare la frattura:

Il re Amangons, crudele e vile di cuore, per primo infranse la consuetudine dei pozzi,
e molti altri poi fecero lo stesso seguendo l’esempio del re,
che aveva invece il compito di difendere le damigelle e tenerle sotto la sua protezione.
Il re violò una damigella privandola, col di lei duolo, della verginità, e la privò anche della coppa d’oro…
in cui si fece servire il cibo d’ora in avanti…
Ma da quel giorno la damigella non uscì più dal pozzo per servire chi là venisse a chiedere nutrimento,
e anche tutte le altre damigelle servirono il cibo senza più farsi scorgere.

E proprio perché molti altri uomini del re seguirono l’esempio del re, e poiché tutti i pozzi vennero violati,

Il regno cadde in tale desolazione che nessun albero metteva più le foglie.
Seccarono i prati ed i fiori, e i corsi d’acqua inaridirono.
E da allora nessuno potè più trovare la corte del Ricco Pescatore,
che era solito riempire la terra dello scintillio dell’oro e dell’argento…

Perdute sono dunque le voci dei pozzi, le voci dell’anima cui non viene più dato ascolto, le voci del femminile nel mondo come in ognuno di noi.
Perduto il rispetto dell’intimità sacra, perché dove vi era sorgente di vita, nettare e piacere, la violenza ha portato aridità, secchezza, sterilità

Quante volte l’aridità e la secchezza, di umidità e di piacere, ci parlano in una donna di una intimità violata? Troppo spesso, ahimé.
Quante volte l’aridità del cuore ci parla del femminile interiore violato, del sentire violato, anche nel maschile? Perché ogni volta che ha luogo una violenza, essa ferisce anche il feritore di una ferita che non può guarire.

La Guarigione e la domanda


Un punto molto importante nella storia del Graal è connesso al fatto che l’eroe deve porre La Domanda.
Come in ogni buona storia, anche nelle vicende del Graal un elemento resta aperto, ambiguo, inspiegato. Tale apertura, tale ambiguità, è connessa con la domanda. Il Graal, anche quando raggiunto, resta legato ad un elemento attivo, trasformativo della coscienza.

Se il racconto di Chretién è incompiuto – termina prima che la Cerca abbia fine, altri hanno offerto conclusioni alla vicenda del Graal, in cui l’eroe, Perceval, Parsifa, Galahad e gli altri nomi che egli prende nelle diverse versioni, giunge infine a ritrovare il Graal.
Ma il successo, sappiamo, dipende dal porre una domanda – non una domanda qualsiasi – la domanda che apre la soluzione.

In ogni storia di guarigione, così tanto dipende dal porre domande, dal coraggio di porre domande, dal coraggio di superare la vergogna (a Perceval era stato detto che non era conveniente porre domande) che il domandare comporta.

Il domandare nomina, addita e svela: la ferita del re, la goccia di sangue della lancia, il mistero, la luce ultraterrena. Occorre anche vedere la ferita, sapere che non cessa di sanguinare, prendere atto della terra desolata, rompere il muro dell’omertà – si direbbe oggi.
Anche il questo caso, in ognuno di noi c’è l’esperienza che la domanda – quando è la domanda giusta – porta con sè, in uno, la risoluzione.

E sulla Guarigione spirituale, sul Graal, la domanda, come ci è giunta, è ambigua, doppia, bifronte:

“Chi serve il Graal?”

Il mistero del Graal si connette al mistero su chi giunge a lui: è egli il servitore del Graal o colui che dal Graal viene servito, colui che da esso si abbevera?

Nell’identità di Guaritore e Guarito, di servitore e servito, il Graal ci conduce infine al centro del mistero della Guarigione, dove inizio e fine coincidono.

La Guarigione, la domanda e l’altro
E ‘importante il fattto che, come hanno sottolineato molti, il Graal ci pone di fronte al nostro rapporto con il Femmnile Sacro, da cui siamo nutrite e che nutriamo in noi e/o nel femminile intorno a noi.
La ferita porta con sè l’impossibilità di attingere alla fonte di nutrimento, così come nella terra sterile e desolata non scorre più l’acqua di vita. Abbiamo bisogno che un altro veda e domandi di tutto ciò. Lo sguardo dell’altro, che vede, e il suo dire, la domanda, riconnettono, liberano il re e la sua terra e il cibo dell’anima viene nuovamente offerto dalla fonte dell’abbondanza.

L’ingresso del Cristianesimo e le infinite interpretazioni
Un capitolo va dedicatao alle vicende simboliche del Graal con l’ingresso, avvenuto molto presto, del simbolismo cristiano nella sua storia.
Come molti sanno, il Graal venne inteso da Chretién in poi come il calice usato da Gesù nell’ultima cena, quello stesso in cui Giuseppe di Arimatea avrebbe poi raccolto il Suo sangue versato nella crocefissione. Il Graal diventa il Santo Graal. Il Sang Reel, il sangue Reale, il sangue di Cristo, che in francese si sovrappone al San Greel.
E Giuseppe di Arimatea stesso avrebbe portato con sé il Santo Calice nel suo viaggio dalla Palestina fino all’isola di Avalon, dove – dicono i racconti, ma non vi sono prove storiche – fondò il suo primo centro di diffusione del cristianesimo.
Dal punto di vista storico, è da segnalare peraltro che nei più di 1.000 anni trascorsi dal tempo di Gesù alle narrazioni del ciclo del Graal, non vi è praticamente traccia del Santo Calice nella letteratura cristiana. Esso scompare dopo i vangeli e riappare appunto nel 1.200.

In quell’epoca dunque la base originariamente pagana dei romanzi del Graal subì con l’ingresso del simbolismo cristiano una trasformazione il cui significato in realtà non è mai stato a fondo chiarito.
Quale reliquia misticamente collegata a Gesù, il Graal diede origine a una quantità di romanzi o lunghi poemi narrativi che, ancora oggi, accendono la fantasia. Nonostante la disapprovazione della Chiesa, questi romanzi fiorirono per quasi un secolo e diedero origine a un vero e proprio culto in un periodo contemporaneo alla massima espansione e potenza dell’Ordine dei Templari.
Dopo una pausa di un paio di secoli, le vicende del Graal divennero nuovamente oggetto di narrazione, nell’intrecciarsi del ciclo del Graal con il ciclo di Artù. Il Graal figura qui come l’oggetto della cerca dei cavalieri della Tavola Rotonda

Il Graal diventa, come è consono alla sua essenza, fonte illimitata di ispirazione e continuerà nei secoli a dar luogo a interpretazioni, racconti e connessioni simboliche, inesauribile.
Abbastanza interessante per noi è il fatto che ogni linea interpretativa tende a presentare se stessa come detentrice dell’autentico ‘significato’ del Graal, quando non – direttamente – come detentrice del segreto luogo di custodia del Graal. Se rammentiamo la domanda, la risposta e la Guarigione, possiamo forse comprendere come ad ogni ‘domanda’ il Graal offra la sua ‘risposta’, fonte di guarigione e di senso. Dimenticando probabilmente che il Graal è in primo luogo esperienza, molti hanno creduto ahimé di poterlo trasmettere attraverso la sua interpretazione.

Diventando il calice di Gesù, il Graal viene ad essere compreso in connessione con figure maschili: non solo Gesu, ma anche colui che raccoglie il suo sangue, sono figure maschili. Ed entra in relazione, come dicevo all’inzio, con la mano che lo tiene. Un calice usato, nell’ultima cena, tenuto in mano da Gesù e dai suoi discepoli, e poi ancora tenuto in mano per raccogliere. Nel cristianesimo in effetti la compassione, sentimento femminile, è attribuita al Cristo.

Il filone cristiano porta anche con sè l’enfasi sui temi della Compassione e del Sangue che guarisce, temi antichissimi già connessi alla coppa-calderone. Accanto al calderone, la lancia e la sua goccia di sangue già portavano il legame fra i due sangui: il sangue della ferita, che scorre inarrestable, e quello della guarigione, il sangue della Passione-Compassione. Come in omeopatia, il simile guarisce il simile.

Ed è infine il sangue che – non va dimenticato – echeggia il sangue di Vita che scorre dal ventre della Dea

Come tale il Graal-Sangue Reale diventa in alcune interpretazioni moderne oggi assai famose – vedi il bestseller “Codice da Vinci” – la linea di sangue di Gesu, che alberga nel ventre di Maria Maddalena incinta. Una di quelle ‘storie parallele’ che dai Catari a oggi è scorsa nei secoli sul filo di testi più o meno esoterici.

Il Graal torna qui ad essere identificato col luogo del femminile, col mistero della vita che nel ventre della Maddalena si forma.

La Conoscenza
Alla Guarigione, al Nutrimento,
si associa nel simbolismo del Graal la Conoscenza, la Sapienza.

Forse erede dell’antica Sapienza
dei Misteri femminili, di cui le dame portatrici del Graal sono il segno, esso reca all’eroe quella
Conoscenza che non è di tipo intellettuale, quella Conoscenza
che è esperienza, iniziazione, illuminazione mistica, e come tale viene descritta e rappresentata da narratori e pittori.

Anche come fonte di conoscenza assoluta, il Graal dà luogo a innumerevoli interpretazioni nelle diverse tradizioni iniziatiche in cui si intrecciano trasformazione
alchemica e Rivelazione sapienziale.

In altri percorsi, viene assimilato alla Pietra Filosofale.

Da contenitore magico a misura
E concludiamo questo viaggio, con un salto di molti secoli, con la visone magico-esoterica che del Graal hanno oggi ricercatori spirituali che lavorano a cavallo fra antichissime tradizione e moderna esperienza, quali sono i damanhuriani. Il Graal è da loro considerato uno degli oggetti salvati dai tempi della mitica Atlantide:

“Se il ricettacolo, il crogiolo, il calderone è l’aspetto più noto del Graal, il Graal stesso non è un contenitore fisso, quanto piùttosto qualcosa che può passare da un contenitore all’altro non nel modo in cui passa un contenuto, ma pittosto in un modo simile a quello con cui l’anima passa da un corpo all’altro…
Questa Forza, questa energia esiste oggettivamente – anche se è un simbolo che anche un individuo può portare – e in certi momenti può essere “ospitata”. Moltissimi quesiti sono nati attorno alla magica figura del Graal, alla sua ubicazione, alla sua forma, alla sua funzione, ecc. Si è cercato di  scoprire se il Graal esista fisicamente, proprio come oggetto, o se la sua sia soltanto un’esistenza simbolica…
Il Graal esiste fisicamente anche se la sua forma è mutevole. E’ una una forza benefica enorme, una “macchina” raffinatissima dal punto di vista magico. L’oggetto il Graal, o meglio la forma, che abbiamo visto essere all’origine delle storie del Graal, è uno strumento particolarmente importante e quindi ha un notevole valore in magia. ..
La sua funzione è quella di essere l’archetipo dei contenitori di energia; praticamente è una misura fissa.
Il Graal è un contenitore, una particella misurabile di energia, quella che può dare a sua volta la misura; è un minimo comune denominatore. E’ come un metro ed è anche una chiave che consente di trasmutare un’energia in un’altra.
E’ un contenitore che rimane sempre pieno. Il Graal è quel qualcosa, dal quale bevendo, attingi sempre la stessa quantità di energia. Però, la sua dose è ben definita, è perfettamente definita.

Il minimo comun denominatore, la misura fissa, che allo stesso tempo è mutevole, l’archetipo dei contenitori che può essere ‘ospitato’ da diversi contenitori ci riporta ai temi da cui siamo partiti, al femminile archetipico. Al contenimento femminile, a quel contenere che, se ha la giusta ‘misura’, è fonte di nutrimento che non si esaurisce, è quella forza infinitamente benefica da cui viene la Guarigione. E ogni ventre, misura diversa in ogni donna, è unità di misura contenente che ospita la forza che genera la vita.

Si dice, a Damanhur, del Graal che sia una forza animata, che chiama e parla a chi gli è accanto, regalando quei sogni guaritori, profetici, ispirati, quei sogni-medicina che non si scordano, poi. Non saprei dire se sia stato quello, ma ricordo nelle sue vicinanze di aver fatto uno di quei sogni speciali.

E si dice, del Graal che, come tutte le creature che hanno un certo grado di evoluzione, sia dotato anche di un notevole umorismo. Anche quanto il Graal rappresenta, può dunque essere umoristico. Non si può escludere che possa appunto apparirvi per strada, ma potrebbe essere un gioco, un invogliare, un suggerire quanto possa essere recepito, niente di più.

Sta a chi lo incontra il far coincidere le misure, porre la domanda, attivare la cerca…

Testo e ricerca di Anna Pirera per http://www.ilcerchiodellaluna.it

Fonti di ispirazione:

Il Linguaggio della Dea, M. Gimbutas, Neri Pozza
Passaggio ad Avalon, J.S.Bolen Piemme
Guarire con il Graal, John Matthews, Amrita

e, online:
http://www.ynis-afallach-tuath.com/
http://www.damanuhr.com/

http://www.ilcerchiodellaluna.it/central_Simboli_graal.htm

Robert de Boron

Il Libro del Graal

Giuseppe di Arimatea, Merlino, Perceval
A cura di Francesco Zambon
2005, 2ª ediz., pp. 343
isbn: 9788845919879
Risvolto
Poche storie sono state tanto feconde di sviluppi e hanno lasciato un’impronta così profonda e duratura come quella del Graal, il recipiente con cui Gesù celebrò il sacramento eucaristico e nel quale Giuseppe di Arimatea, suo primo custode, avrebbe raccolto il sangue del Salvatore dopo la crocifissione. E tuttavia pochi hanno una diretta conoscenza del testo fondatore del mito, quel Libro del Graal che è anche, in assoluto, il più antico romanzo in prosa della letteratura francese. Nella trilogia narrativa che lo compone – databile ai primissimi anni del XIII secolo e almeno in parte basata su alcuni poemi, giunti a noi frammentariamente, del borgognone Robert de Boron –, la vicenda del Graal assume il carattere di una vera e propria Storia della Salvezza, di cui sono protagonisti i membri di una stirpe eletta da Dio che si trasmette, insieme al sacro calice, una rivelazione esoterica riguardante i misteri più alti della fede. La reliquia verrà poi trasferita in Gran Bretagna, dove sarà al centro delle avventure dei cavalieri della Tavola Rotonda – e qui si staglierà la figura di Merlino, profeta del Graal e guida di re Artù –, per essere infine consegnata al suo terzo e ultimo custode, Perceval. La visionaria «teologia della storia» costruita da Robert de Boron resterà alla base dei vasti cicli romanzeschi composti successivamente – ma forse nessuno di questi attinge la densità simbolica e religiosa del Libro del Graal, che al tempo stesso incanta con una varietà di toni narrativi di sorprendente ricchezza.
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Perceval, la ricerca del Graal ed il Re Pescatore (3)

Perceval


NOTIZIE SULL’AUTORE

Come per la maggior parte degli scrittori del Medioevo, poco si conosce della vita di Chrètien de Troyes, il maggior poeta medievale prima di Dante. Gli elementi certi della sua vita sono dedotti dalle sue opere; il resto non sono che congetture costruite intorno a pochi dati sicuri.

Sappiamo che egli è nato nella Champagne, probabilmente a Troyes, verso il 1135. A giudicare dalla sua formazione culturale, da un passaggio del suo libro Lancelot e attraverso le sue nozioni geografiche pare che egli fosse un chierico, araldo d’armi e che avrebbe soggiornato in Inghilterra. Forse conobbe “il gran mondo” alla corte di Champagne e nella città di Troyes, dove due importanti fiere richiamavano mercanti e novellatori da ogni parte del mondo cristiano.

Chrètien de Troyes fu attivo alle corti di Champagne e di Fiandra tra il 1160 e 1190. Tra le sue mani il romanzo arturiano divenne una forma superiore di narrativa cortese, nella quale il poeta fuse i propri concetti etici con l’imitazione dei poeti latini, l’eredità delle chansons de geste e dei romanzi con una ricca raccolta di miti e di motivi che affondano le proprie radici nella cultura celtica della Bretagna insulare e continentale.

RIASSUNTO

“I Romanzi Cortesi”, scritto da Chrètien de Troyes, è una raccolta di cinque libri, in ognuno dei quali l’autore racconta la storia di cinque eroi medievali: Perceval, Ivano, Lancillotto, Cligès e Erec e Enide.

PERCEVAL (PARSIFAL)

Il romanzo, composto di 10.600 ottonari, è noto anche con il titolo di Perceval le Gallois ou le Conte du Graal (Parsifal il Gallese o Il racconto del Graal), dedicato a Filippo d’Alsazia, conte di Fiandra. L’opera, rimasta incompiuta probabilmente a causa della morte dell’autore, fu continuata e portata a un totale di 60.000 versi da altri poeti (un anonimo Wachier de Denain, Gerbert de Montreùil e Manessier). La materia del Perceval, l’ultima e la più celebre delle opere di Chrètien de Troyes, trovò inoltre numerosissimi imitatori e continuatori che la trattarono sia in poesia (da ricordare Robert de Boron, autore intorno al 1190 di un Joseph d’Arimathie ou Histoire du Graal) sia in prosa (come la raccolta più antica del Piccolo Santo Graal e quella ben più vasta del Grande Sacro Graal, nota anche sotto il nome di Lancelot-Graal, risalente al 1225 circa e comprendente cinque parti: La storia del Santo Graal, La storia di Merlino, Il libro di Lancelot du Lac, La ricerca del Graal e La morte di Artù) . Tutto questo materiale costituisce il cosiddetto “ciclo del Graal” che, iniziato appunto con il Perceval di Chrètien, trova ampia diffusione alla fine del XII e in tutto il XIII secolo. L’opera di Chrètien narra le avventure del giovane Perceval che la madre ha allevato in una foresta, ignaro della vita e del mondo, affinchè resti lontano dai pericoli della vita cavalleresca. Ma un giorno Perceval incontra alcuni cavalieri e, vinto dal desiderio di imitarli, decide di andarsene alla ventura. La madre ne morrà dal dolore. Perceval, nel suo errare, giunge a un castello meraviglioso dove vive il Re Pescatore: qui assiste a una strana processione in cui viene recata una lancia da cui cola del sangue e un Graal, un vaso così splendente “che le candele persero la loro chiarità come le stelle quando il sole si leva o la luna … Era di oro fino purissimo; pietre preziose erano incastonate nel gradale, di molte varietà, delle più splendide e delle più rare che in mare o in terra si trovino: superavano tutte le altre gemme, senza alcun dubbio, quelle del gradale”. Egli non osa chiedere spiegazione e il giorno dopo, al suo risveglio, tutto è sparito. Saprà in seguito che, se avesse posto qualche domanda, avrebbe conosciuto la felicità. Perceval continuerà il suo errare di avventura in avventura alla ricerca del Graal. Nelle altre opere del “ciclo del Graal” alla leggenda di Perceval si aggiungono e si intrecciano le vicende di altri eroi della Tavola Rotonda: Lancillotto, Merlino, Galvano, Bohort, ma tutti i loro sforzi per ritrovare il sacro vaso in cui Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo sono vani perchè essi vivono nel peccato. Solo Galaad, figlio di Lancillotto, l’eroe puro, ritroverà il Graal e ne potrà comprendere il mistero. Galaad morirà e svanirà anche tutto il mondo incantato di re Artù. Ispirato ad alcune leggende celtiche, il Perceval di Chrètien – ricco di valore poetico, di fantasia, di senso del fiabesco e del meraviglioso, scritto in stile prevalentemente agile e vivo – esprime non solo l’ideale del cavaliere semplice e puro di cuore ma, col suo giungere dall’infanzia alla maturità “attraverso amori, errori, delusioni e rimpianti … un drammatico senso della condizione umana che trascende la concezione cavalleresca e cortese della vita” (Viscardi). Solo con gli altri scrittori del “ciclo del Graal” la leggenda verrà a rivestirsi di un più accentuato simbolismo mistico e senso religioso, sicchè appunto il Graal sarà considerato come la sacra reliquia che servì alla celebrazione dell’Ultima Cena e in cui fu raccolto il sangue di Cristo, divenendo simbolo di santità e di purezza.

IVANO O IL CAVALIERE DEL LEONE

Forse il romanzo migliore di Chrètien de Troyes: nella foresta di Brocèliande, dove si trova una fontana magica, Ivano affronta e ferisce a morte un cavaliere. Giunge poi al castello dove vive la vedova del cavaliere ucciso e se ne innamora. Grazie anche all’aiuto di un’ancella che gli dona un anello che rende invisibili, riuscirà a sposare la bella Laudine. Non resiste però alla tentazione di riprendere la vita cavalleresca: la sposa gli concede un anno di tempo, ma Ivano lascia trascorrere il termine convenuto. Quando finalmente ritorna, Laudine si rifiuta di accoglierlo. Ivano, accompagnato da un leone che ha salvato dalle spire di un serpente, compirà nuove imprese per riconquistare l’amore di Laudine e ottenere infine il suo perdono. Nell’ Ivano, il cavaliere errante che si trova di fronte al problema di “come conciliare la suprema esigenza cavalleresca dell’ avanture (avventura) con l’esigenza umana di abbandonarsi al dolcissimo amore della donna adorata … Personaggi e vicende … sono collocati in un mondo remoto di sogno e d’incanto” (Viscardi), in cui perfettamente si accordano elementi realistici e fantastici. .

LANCILLOTTO

Lancillotto fui scritto contemporaneamente a Ivano e rimase incompiuto: Chrètien lasciò al chierico Godefroi de Legni il compito di terminarlo. La storia è nota: Lancillotto ama, riamato, Ginevra, moglie di re Artù; per lei arriva a coprirsi d’infamia salendo volutamente sulla carretta destinata ai malfattori. Il suo valore tuttavia resta integro, tale è la sua capacità d’amare. Guerriero perfetto e perfetto amante, Lancillotto incarna la figura ideale del cavaliere, ed è più rappresentativo del suo celebre successore Perceval.

Il poeta immerge la narrazione in un’atmosfera irreale dove gli episodi si snodano senza precisi contorni.

CLIGÈS

In Cligès elementi della materia bretone si fondono con la più antica tradizione classica e greco-bizantina, dando vita a un’insolita narrazione ricca di avventure e di colpi di scena. L’azione si sposta più volte dalla Grecia alle due Bretagne e lo sfarzo orientale s’impone sull’austerità della corte arturiana. Cligès, a differenza degli altri cavalieri, non esita ad abbandonare le imprese cavalleresche alla corte di re Artù per raggiungere in Oriente l’amore di Fenice. Prode cavaliere, egli si fa timido davanti all’amata e si dichiarerà a lei non apertamente. Cligès rappresenta l’esaltazione dell’amore coniugale, poiché nell’armonia della coppia, dove passione e dovere si conciliano, egli scopre l’unica via per realizzare l’autentico ideale cavalleresco.

EREC E ENIDE

Primo dei romanzi di Chrètien di materia arturiana, Erec e Enide presenta un’unità nello sviluppo narrativo, una crescita dei protagonisti e del loro rapporto di una maturità stupefacente. Di un «racconto di avventura», cioè di una serie di incidenti non collegati, Chrètien ha fatto un insieme coerente e organizzato, un’«azione» che i personaggi dirigono e creano evolvendosi a ogni passaggio. Il racconto descrive la crescita del rapporto di Erec, cavaliere di nobile famiglia, con la sposa Enide; il superamento della grave crisi causata dalla difficoltà di conciliare l’attrazione per la sposa con i doveri di cavaliere, fino alla riconciliazione finale, coronata dall’insediamento di Erec sul trono che era stato del padre.

http://www.parodos.it/books/poesie/perceval.htm

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IL SANTO GRAAL, TRA INVENZIONE E MISTERO
Alla ricerca del significato

di Fabio Patacca

 Che cos’è il Graal? É una creazione della mente umana oppure è realmente esistito? L’argomento affascina ancora oggi milioni di persone. Quando esattamente si è discusso di Santo Graal? Chi ha visto il Santo Graal?

 L’epoca in cui compare per la prima volta la parola Graal è il Medioevo, più o meno tra la fine del XII secolo.

 É importante precisare che si descriveranno qui soltanto alcuni poemi in cui compare per la prima volta la parola Graal. Questo scritto, quindi, certamente non dà risposte su cosa sia realmente.

 Non abbiamo intenzione di rilevare alcun mistero, né abbiamo la presunzione di spiegare un enigma storico così importante.

A Voi, dunque trarre le conclusioni e approfondire l’argomento.
Il Medioevo è un periodo storico fondamentale, durato un arco di tempo lunghissimo, in cui il più grande impero mai esistito, quello romano ha fine. Molti resteranno sorpresi, ma analizzare la parola Graal è più difficile di quanto si pensi.

 Nel dodicesimo e il tredicesimo secolo si sviluppa una nuova letteratura, ovvero i romanzi o poemi cavallereschi.

Tra questi vi era: Perceval ou le conte du Graal.

 L’autore è Chrétien de Troyes. Di questo misterioso narratore si conosce pochissimo, ma si può affermare con certezza che non riuscì a terminare il suo lavoro e morì lasciando il suo racconto incompleto.

Forse per questo è così affascinante il Graal?
Il protagonista del suo racconto è Perceval. Se analizziamo le parti principali del poema, ovvero soltanto le parti in cui si menziona il Graal, resteremo piuttosto sorpresi dall’idea che oggi molti hanno di questo misterioso oggetto o del suo vero significato.

Il poema di Chrétien de Troyes, narra di un giovane “Perceval” che nella foresta incontra alcuni cavalieri ed è subito affascinato dalla loro presenza, tanto che confonde quest’ultimi per angeli e decide di diventare egli stesso un cavaliere, nonostante le suppliche della madre che, rimasta vedova, gli implora di non partire.

 Raggiunta la corte di re Artù, il giovane viene beffato dal siniscalco e giura che un giorno si sarebbe vendicato.

 Il racconto prosegue con il giovane protagonista “Perceval” che trova ospitalità in un castello e viene istruito da Gorneman, colui che lo innalzerà cavaliere insegnandogli l’uso delle armi.

 Nei suoi viaggi incontrerà diverse persone, tra queste il misterioso pescatore “Re” che lo ospiterà per la notte. É a questo punto che nel racconto, finalmente, fa la sua comparsa per la prima volta il Graal.

 Nel racconto infatti si legge che Perceval cavalcò sino in cima alla collina, dove il pescatore gli aveva riferito si trovasse la sua casa; con stupore vide dei servi avvicinarsi e condurlo dinanzi al loro signore.

Seduto al suo fianco Perceval vide entrare un giovane, con una lunga lancia bianca dalla cui punta vide colare una goccia di sangue, ma Perceval non osò domandare di cosa si trattasse.

 Poi entrò una giovane, alta e graziosa dagli splendidi capelli biondi che portava con sé un Graal. Perceval vide una luce abbagliante, dopo di lei un’altra fanciulla che reggeva un vassoio d’argento.

 Il Graal era d’oro con pietre preziose, le più belle che Perceval avesse mai visto in vita sua. Rimase incantato, privo di parole, dinanzi a tanto splendore. Perceval però non osò chiedere nulla, anche se avrebbe desiderato sapere a chi fosse destinato il Graal. Mangiò in compagnia del suo signore, ma ogni volta che veniva servita una pietanza, vedeva apparire il Graal.
Il mattino seguente il giovane si svegliò, ma non vi erano tracce della servitù, ed indossò la sua armatura. Al castello non c’era nessuno, così entrò nella stalla e montò a cavallo e uscì dal castello ma non trovò mai nessuno…
Quindi, dal racconto di Chrétien de Troyes non si conosce nulla del Graal, si sa solo che sarebbe stata una giovane damigella a portarlo con sé e che la luce emanata dall’oggetto misterioso è tale da far impallidire il protagonista il quale, nonostante desiderasse sapere a chi fosse destinato, non osa però far alcuna domanda.

Vi è nel racconto la comparsa anche di un alto oggetto misterioso: la lancia dalla cui punta sgorgava ancora del sangue.

 Poi il racconto si intreccerà con un altro personaggio (Gawain) che parte alla ricerca della lancia, mentre Perceval dopo cinque anni di gloriose imprese cavalleresche, pentito di aver lasciato sua madre e schiacciato dal rimorso di non essersi più rivolto a Dio e di non esser più entrato in una chiesa, si metterà alla ricerca di un eremita.

Lo incontrerà, finalmente, e confesserà i suoi peccati.
L’eremita gli spiegherà che proprio grazie alle preghiere della madre – che gli rivelerà essere sua sorella – Dio ha vegliato su di lui, e gli spiegherà il motivo del suo silenzio dinanzi alla lancia e il Graal.

 É il peccato – spiega l’eremita al giovane cavaliere, che gli ha impedito di far domande e di sapere a chi fosse destinato il Graal. L’oggetto è stato consegnato al “Re” pescatore, anche lui in realtà uno zio di Perceval.

 L’eremita sostiene che il Graal è una cosa santa che per continuare ad esistere ha bisogno dell’Ostia e che Perceval dovrà recarsi in chiesa tutti i giorni e pentirsi dei suoi peccati. Il poema di Chrétien è incompiuto, ma troverà grande consenso tra il pubblico, diffondendosi in breve tempo in quasi tutta Europa.

Ma allora, quale mistero cela il Graal?

 Dal racconto di Chrétien non traspare alcuna notizia. E come collegare il prezioso oggetto ad una coppa? Chrétien non usa mai l’espressione Santo Graal e perché allora per molti secoli il suo racconto ha affascinato milioni di persone?

Che cos’è esattamente il Graal? Un contenitore dell’Ostia?

 Il poema Conte du Graal di Chrétien, rivela ben poco. Ciò che racconta è che Perceval non ha avuto un buon comportamento cristiano, ma mentre l’eremita raccomanda al giovane l’importanza della Messa, del Graal non rivela alcun significato nascosto.

Nella letteratura successiva altri autori parlano del Graal nei loro poemi: di volta in volta il Graal è sorretto da una fanciulla che piange, oppure compie miracoli nutrendo tutte le persone ospiti al castello e scomparendo poi misteriosamente.
Tra i numerosi romanzi del Graal, apparsi dopo la morte di Chrétien, troviamo che il “Re” pescatore racconta a Perceval la vera storia della lancia, arricchita rispetto al racconto originale di numerosi dettagli: il Graal è portato da un angelo che guarisce Perceval e il suo avversario dopo un duro scontro; il Graal appare anche dopo la morte del “Re” pescatore che segue l’incoronazione di Perceval, il quale regnerà per sette anni e, dopo la sua morte, sia la lancia che il Graal scompariranno e nessuno avrà più modo di vederli.

Dunque come è plausibile, visto il successo del primo racconto, molti narratori seguono l’opera di Chrétien, ma in nessuno di loro spiegherà cosa sia effettivamente il Graal.

 Forse, l’autore che più di tutti avvicina il Graal al nostro immaginario è Robert De Baron. Questi affronta l’argomento del Graal in maniera totalmente diversa da Chrétien, riportando la narrazione al tempo di Cristo e non di re Artù. L’estoire dou Graal” di Baron, parla di Giuseppe di Arimatea, di Merlino e la morte di Artù e dei cavalieri della tavola rotonda. Negli scritti di Baron il Graal è la coppa dell’ultima cena che Giuseppe di Arimatea riempì con il sangue di Gesù quando fu posto sulla croce.

 Inizialmente è il piatto in cui Gesù spezzò il pane durante l’Ultima Cena, consegnato poi a Pilato ed infine a Giuseppe di Arimatea. Dopo la resurrezione, Cristo rivelò allo stesso Giuseppe rinchiuso in una cella di essere risorto e gli donò il famoso piatto che ora Baron chiama Graal.

 Dunque, Giuseppe e la sua famiglia diventano custodi del Graal. L’oggetto passa in seguito passa nelle mani del cognato di Giuseppe, “Bron” che diviene il “Re” pescatore.

 Questa versione vede l’introduzione di un nuovi personaggi, Merlino e i Cavalieri della Tavola Rotonda. Alla ricerca del Graal andrà anche Perceval il quale sarà l’unico a raggiungere il castello, grazie all’aiuto dello zio eremita menzionato da Chrétien.  Perceval diventerà, dunque, il custode del Graal e Bron morirà rivelandogli le sacre parole di Giuseppe di Arimatea. Nel poema di Baron soltanto poche persone sono ammesse alla cerimonia del Graal, le altre sono escluse: “Giuseppe e la sua famiglia saranno i custodi del Graal”.

Altro romanzo riguardante il Graal: “Perlesvaus”, forse scritto poco dopo quello di Baron, ma che ha poco in comune con il suo racconto. Ciò che appare subito evidente è che l’autore (anonimo) menziona il Graal come il contenitore del sangue di Cristo, raccolto da Giuseppe di Arimatea e traccia la genealogia dei custodi del Graal.

 La storia è ambientata alla corte del re Artù, ed oltre al Graal compaiono anche la lancia e la spada con cui fu decapitato San Giovanni. In questa versione, però, il Graal assume una dimensione molto “stravagante”, dal racconto si evince che il segreto del Salvatore (Gesù) non può essere rivelato, infatti quando il protagonista (Gawain) tenterà di entrare nel castello, gli verrà detto di recuperare la spada con cui fu decapitato San Giovanni, ma nulla del Graal.

 Il racconto assume qui caratteri non più cavallereschi, ma spirituali, finché il protagonista, recuperata la spada, non la consegnerà al “Re” pescatore. Nel racconto, infatti Lancilotto, in quanto peccatore, non potrà vedere il Graal, diversamente dagli altri cavalieri. Interessante, però, è leggere che il protagonista vedrà nel Graal l’immagine di un bambino e un re inchiodato alla croce.
Nel Parzival di Wolfram Von Eschenbach, il Graal è un oggetto oltre qualsiasi bellezza terrena, portato da alcune damigelle.
Parzival rimase stupito da tanta abbondanza di cibo: tutto veniva richiesto ed elargito dal Graal. Anche in questo scritto, però, il protagonista si trattiene dal fare domande sul Graal, il quale viene riposto in una stanza segreta.

 Questo racconto sembrerebbe quasi identico al racconto di Chrétien, a parte il numero delle damigelle. Tuttavia nel Parzival di Wolfram il segreto del Graal deve restare un segreto.

 Molto interessante in questo poema è il passaggio in cui si nomina Kyot che, secondo l’autore, è colui che ha trovato gli scritti in lingua pagana delle avventure di Parzival e le ha tradotte. Dunque gli scritti di Chrétien non sarebbero originali?

 Nel poema di Wolfram, Parzival chiederà a Trevrizent “uno dei protagonisti”, di parlargli del Graal. Quest’ultimo gli parlerà di una pietra di composizione purissima che è in grado di prolungare la giovinezza e ritardare la morte, il nome della pietra è “il GRÂL”.
Ogni Venerdì Santo una colomba porterà una piccola ostia e la porrà sulla pietra, spiega Trevrizent.
Inoltre sul Graal appare un’iscrizione che indica il nome dei bambini prescelti, poiché nella compagnia del Graal si entrerà solo da bambini. Il personaggio parlerà anche di angeli neutrali, ovvero angeli che, dopo la cacciata dal paradiso, non si schiereranno né con Dio né con Lucifero.

 Questi angeli costretti a scendere sulla terra presso il Graal che è rimasto custodito e affidato solo ai membri scelti.

 Il luogo dove è custodito il Graal è un tempio e i suoi custodi detti “Templeise” parola che poi in molti hanno tradotta con “TEMPLARI”.

Dunque per Wolfram il Graal è una pietra? Ha poteri soprannaturali? E se effettivamente il Graal è una pietra c’entra qualcosa con la Kabbalah? É possibile che siano i Templari i custodi del Graal? Ci troviamo di fronte soltanto alla fantasia dell’autore?

 Tutte queste opere, nelle quali compare inizialmente la parola “Graal” sono state scritte tra il 1190 e 1240.

Ma, allora, che cosa è il Graal?

 Nel racconto di Chrétien de Troyes, “Le conte du Graal”, il Graal è visto dagli occhi di Perceval, (il protagonista) senza alcun riferimento o simboli religiosi, nulla a che fare con l’immaginario collettivo diffusosi in seguito.

 Piuttosto, perché il Graal è tra le mani di una donna, visto che quest’ultime erano completamente escluse dalle funzioni religiose?

Non dimentichiamo che siamo in presenza di poemi medioevali. Nei successivi racconti il Graal è, invece, il piatto dell’ultima cena. Perché questo radicale cambiamento?
Nell’opere di Robert de Baron, il Graal diventa il piatto in cui Giuseppe di Arimatea ha raccolto il sangue di Cristo. Dunque, forse, più che un piatto era una coppa?

 Nel “Perlesvaus”, il protagonista, vedrà nel Graal addirittura un bambino e poi un re incoronato e inchiodato ad una croce. In seguito, il Graal appare sotto forma di un calice, anche se l’autore all’inizio menziona un piatto.

 Ciò che avvicina i diversi racconti che il Graal è sempre all’interno di un castello, non dentro chiesa, ed è sempre portato da fanciulle. Nel racconto di Wolfram il Graal è una pietra, capace addirittura di far ringiovanire o rallentare l’invecchiamento.

 Un Graal dunque “pagano”, completamente diverso da quello di Chrétien, affidato a membri scelti.

 É dunque, il Graal soltanto uno splendido racconto medioevale di successo? Un racconto che continua a colpire il nostro immaginario? Oppure in qualche modo c’entra la fede? E fino a che punto? É un’invenzione fantastica o è un mistero?

 E se mistero è, fino a quando rimarrà un mistero?

http://www.instoria.it/home/santo_graal.htm

Perceval o il racconto del Graal

Posted by: I Cavalieri Templari   in CURIOSITA’

Perceval o il racconto del Graal Titolo originale

Le Roman de Perceval ou le conte du Graal Perceval-Chretien.jpg Scena del Perceval, da un manoscritto medievale Autore Chrétien de Troyes 1ª ed. originale 1175-1190 Genere Romanzo Sottogenere Romanzo cavalleresco Lingua originale francese Ambientazione Inghilterra, Medioevo Protagonisti Perceval Coprotagonisti Galvano Altri personaggi re Artù, Keu il siniscalco, Biancofiore, Re Pescatore Serie Romanzi cortesi

Il poema incompiuto Le Roman de Perceval ou le conte du Graal, di Chrétien de Troyes, fu scritto all’epoca delle crociate, ovvero tra il 1175 e il 1190 circa. Ne fu committente Filippo I d’Alsazia, conte di Fiandra.

È considerata la prima opera letteraria che fa cenno al Santo Graal e farà da modello ai molti successivi romanzi ispirati alla leggenda del Graal. All’interno dell’opera il Graal non viene raffigurato come il calice dell’ultima cena di Gesù Cristo. Inoltre il nome “graal” è fatto precedere dall’articolo indeterminativo “un”, il che fa pensare che l’autore volesse menzionare un oggetto convenzionale (probabilmente un bacile o un vassoio), certo non ancora identificabile col “Santo Graal” delle produzioni successive.

Il protagonista di quest’opera è Perceval, presentato in qualità di figlio della vedova. Il padre e i fratelli di Perceval sono morti in guerra, e per non rischiare di perdere l’unico figlio rimasto, la madre decise di tenerlo lontano dal mestiere della cavalleria.

Un giorno egli, cresciuto in semplicità di spirito e purezza di cuore, incontra alcuni cavalieri e, rimasto affascinato dallo splendore delle loro armi, vuole raggiungere la corte di re Artù.

Lasciata la madre, che dopo la sua partenza muore dal dolore, Perceval, vestito da boscaiolo, raggiunge la corte del leggendario sovrano. Qui, messosi in luce per coraggio e virtù, viene nominato cavaliere da re Artù prima, e successivamente dal signore Gornemant. La nipote di costui, Biancofiore, se ne innamora, ma Percaval, pur ricambiando, decide di partire per il desiderio di rivedere sua madre e accertarsi che stesse bene, in quanto per seguire il suo sogno di diventare cavaliere l’aveva lasciata svenuta al di là di un ponte.

Nel viaggio scoprirà che essa era rimasta uccisa per la sofferenza di vederlo partire. Iniziano così le nuove avventure, durante le quali il giovane giunge al castello del Re Pescatore che reca su di sè un’inguaribile ferita: sino a quando essa non sarà rimarginata regneranno sulla sua terra tristezza e carestia.

In una sala del maniero, durante una cena, appaiono in successione diversi oggetti, tra cui una lancia sanguinante (obiettivo della successiva ricerca di Galvano) e un graal, un piatto che al suo apparire sprigiona una grande luce. Ricordandosi le parole di Gornemant, il quale gli aveva consigliato di parlare e domandare il meno possibile, si risolve col non chiedere al Re Pescatore perché la lancia sanguinasse e a chi serviva il graal, pur provandone l’impulso.

Questi oggetti, infatti, venivano portati in una stanza celata ai suoi occhi, all’interno della quale stava il padre del Re. La sua mancata domanda porterà disgrazia al Re Pescatore e alla sua terra, che per mezzo di quelle semplici domande avrebbe potuto essere risanata. Per questo motivo al suo risveglio tutto è sparito, nessuno a parte lui sembra essere presente nel castello, ed egli deve ricominciare le sue peregrinazioni. Durante una lunga serie di nuove avventure, egli dovrà rendersi degno di ritrovare il graal, ponendo rimedio al suo errore e salvando così la terra malata e il Re Pescatore. Incontra un eremita, fratello del Re Pescatore, che lo confessa durante la Quaresima e rinnova i suoi sentimenti religiosi, che aveva perso durante il cammino. Perceval viene a conoscenza della sua appartenenza alla Famiglia del Graal e che il Re Pescatore è suo zio.

Qui si ferma il racconto, rimasto incompiuto. Diversi autori hanno tentato di dare una risposta ai quesiti lasciati da Chrétien, che ha visto molti continuatori della sua opera, ma nessuno saprà mai realmente come sarebbe andata a finire la storia.

Struttura dell’opera

Il roman è suddiviso in quattro parti.

La prima e la terza raccontano le avventure del giovane gallese Perceval. Dapprima inesperto e digiuno del mestiere delle armi, diventa cavaliere di re Artù e compie numerose prodezze. Ha molti incontri con cavalieri che gli impartiscono lezioni sulla morale cortese e con altre figure non di minore importanza che lo aiutano a crescere sul piano spirituale. Mentre dapprima conosciamo un ragazzo Gallese inconsapevole del mondo esterno (a causa della eccessiva protettività di sua madre), lo scopriamo in un secondo tempo come il prototipo del perfetto cavaliere cortese, per poi vederlo superare tale condizione e assumere un ruolo di maggior levatura spirituale, divenendo simbolo di una rinnovata cavalleria non più soggetta ai limiti della precedente.

Seconda e quarta parte narrano invece delle prodezze di un altro cavaliere, Galvano. Egli rappresenta la vecchia cavalleria, condannata da Chrétien per la troppa attenzione alle apparanze, senza però un vero spessore di forza benefica. Un mondo decadente, come dimostra la situazione drammatica in cui si trova la corte di re Artù, che ha grosse contraddizioni e scarsa coscienza sociale. Galvano si rende infatti protagonista di grottesche scenette, avventure fini a se stesse e descritte con sottile ironia, e sonore sconfitte. La narrazione occupa ben 4000 versi del poema su un totale di 9000 segnando nettamente la contrapposizione tra due sezioni dell’opera, e di conseguenza tra i due cavalieri.

All’interno del testo l’autore gioca spesso con l’immaginazione del lettore, prendendo ben di rado posizioni esplicite, ma insinuando instancabilmente il dubbio su ciò che intende comunicarci. Il poema si compone di ottonari ed è in rima baciata. Chretien de Troyes si inserisce dopo la poetica cortese, portata dai trovatori della Francia meridionale all’incirca nel XII secolo, denunciandola e superandola. La ricerca del Graal da parte di Perceval non è una mera ricerca per ottenere la gloria, ma soprattutto un momento di crescita a beneficio del mondo intero. Non a caso il libro è stato scritto per Filippo di Fiandra, tutore dell’erede al trono Filippo Augusto. Per Chrétien il proprio romanzo ha l’ambizione di diventare il supporto per la formazione del nuovo Re di Francia.

Le Continuazioni apocrife

Quattro poeti di innegabile talento, dopo la morte di Chretien de Troyes, provarono a dare un seguito al suo romanzo. Prima Continuazione [modifica] La prima Continuazione ha aggiunto al romanzo di Chretien dai 9.500 ai 19.600 versi (a seconda del manoscritto). Essa è stata talvolat attribuita a Wauchier de Denain e per questo motivo spesso la si definisce Pseudo-Wauchier. Ne esiste una versione breve, una media ed una lunga; la corta è la più antica e la meno fedele al racconto di Chrétien. Roger Sherman Loomis ritiene che questa versione rappresenti la vera tradizione della leggenda del Graal, notevolmente diversa da quella di Chrétien. Questa prima Continuazione comprende la avventure anteriori di Galvano; suo madre e sua nonna sono andate a trovare Artù, giacché la sorella di Galvano, Clarissant, deve sposare Guiromelant. Galvano dapprima si oppone al matrimonio, per poi riconciliarsi con Guiromelant, e raggiungere Artù per assediare con lui due castelli.

Alla fine, visita il castello del Graal.

Le versioni più lunghe comprendono due romanzi indipendenti ma imbricati nell’azione principale. Il Livre de Caradoc (Libro di Caradoc) parla dell’eroe Caradoc, un cavaliere di Artù, e spiega come è nato il suo soprannome « dalle corte braccia » ; l’altro racconta le disavventure del fratello di Galvano, « Guerrehet » (Gaheris o Gareth), su un battello tirato da un cigno.

Seconda Continuazione

Poco tempo dopo la prima Continuazione, un altro autore aggiunge altri 13.000 versi al complesso narrativo. Questa sezione è stata attribuita a Wauchier de Denain e ci sono buone possibilità che sia davvero sua. Composta soprattutto di avventure, questa parte mostra Perceval che ritorna al castello del Graal e ripara la spada di Trébuchet. Nonostante tutto, una minuscola fessura continua a sussistere nella lama, segno che il cavaliere non ha ancora raggiunto la perfezione.

La Continuazione di Gerbert

17.000 versi aggiunti al testo formano la Continuazione di Gerbert. L’autore, comunemente identificato con Gerbert de Montreuil, ha composto la sua versione indipendentemente da quella di Manessier e intorno alla medesima epoca. Egli aveva scritto una conclusione, ma essa è stata soppressa nei due manoscritti sopravvissuti, che si sono limitati ad inserire una parte dell’opera di Gerbert all’interno della Continuazione di Manessier. Gerbert cerca di ricollegarsi al romanzo originario di Chretien, e l’influenza di Robert de Boron è sensibile. È notevole che abbia inserito all’interno della sua versione un frammento della storia di Tristano che non esiste da nessuna altra parte.

La Continuazione di Manessier

La Continuazione di Manessier (chiamata anche Terza Continuazione poiché trova posto nei manoscritti che non includono la Continuazione di Gerbert, ma ciò ingenera ulteriore confusione) aggiunge 10.000 versi e (finalmente) una conclusione.

Manessier ha fuso insieme un gran numero di finali differenti che ha trovato negli autori precedenti, cercando per quanto possibile di mettere ordine nella tradizione, ed ha incluso innumerevoli episodi tratti da altre opere, inclusa la Joie de la Cour, un’avventura dell’Erec e Enide di Chrétien de Troyes e la morte di Énide e di Calogrenant telle qu’on la raconte dans la partie consacrée à la Queste del Saint Graal dans le cycle du Graal de Lancelot. Le conte se termine avec la mort du Roi Pêcheur et la montée de Perceval sur son trône. Après sept ans Perceval s’en va pour mourir dans les bois, Manessier suppose qu’il a emporté avec lui au Ciel le Graal, la Lance et le plat d’argent.

L’influenza di Perceval

Benché Chrétien non avesse fatto in tempo a completarla, la sua ultima opera ha avuto enorme influenza sul mondo letterario medievale. Perceval fece conoscere il Santo Graal ad una Europa entusiasta e tutte le versioni successive della storia del Graal rimandano a lui direttamente o indirettamente. Il Parzival di Wolfram von Eschenbach è una delle più grandi opere della Germania medievale, ed è fra le tante fondate direttamente sull’opera di Chretien. Un altro personaggio è il Gallese Peredur, figlio di Efrawg, eroe di uno dei tre romanzi gallesi associati al Mabinogion.

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La leggenda del re pescatore

Anno:
1991
Regista: Terry Gilliam
Produzione:Sony Pictures

Scusami se mi prendo la libertà, ma… Tu non mi sembri per niente un cuorcontento. La conosci la storia del Re Pescatore? Comincia col re da ragazzo, che doveva passare la notte nella foresta per dimostrare il suo coraggio e diventare re. E mentre passa la notte da solo è visitato da una visione sacra: nel fuoco del bivacco gli appare il Santo Graal, simbolo della grazia divina. E una voce dice al ragazzo: “Tu custodirai il Graal, onde possa guarire i cuori degli uomini”. Ma il ragazzo, accecato dalla visione di una vita piena di potere, di gloria, di bellezza, in uno stato di completo stupore, si sentì per un attimo non un ragazzo, ma onnipotente come Dio: allungò la mano per prendere il Graal, e il Graal svanì lasciandogli la mano tremendamente ustionata dal fuoco. E mentre il ragazzo cresceva la ferita si approfondiva, finché un giorno per lui la vita non ebbe più scopo. Non aveva più fede in nessuno, neanche in se stesso. Non poteva amare, né sentirsi amato. Era ammalato di troppa esperienza, e cominciò a morire. Un giorno un giullare entrò al castello e trovò il re da solo. Ed essendo un semplice di spirito, egli non vide il re: vide solo un uomo solo e sofferente. E chiese al re: “Che ti addolora, amico?”. E il re gli rispose: “Ho sete, e vorrei un po’ d’acqua per rinfrescarmi la gola”. Allora il giullare prese una tazza che era accanto al letto, la riempì d’acqua e la porse al re. Ed il re, cominciando a bere, si rese conto che la piaga si era rimarginata: si guardò le mani e vide che c’era il Santo Graal, quello che aveva cercato per tutta la vita. Si volse al giullare e chiese stupito: “Come hai potuto tu trovare ciò che i miei valorosi cavalieri mai hanno trovato?”. E il giullare rispose: “Io non lo so: sapevo solo che avevi sete”.

Certo che esiste il Santo Graal. Altrimenti che cosa erano le crociate, un giro promozionale del Papa?

Parry (Robin Williams), Jack Lucas (Jeff Bridges) dal film “La leggenda del re pescatore” di Terry Gilliam
Parry (Robin Williams), Jack Lucas (Jeff Bridges)
dal film “La leggenda del re pescatore” di Terry Gilliam

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/film/l/la-leggenda-del-re-pescatore-(1991)/citazione-97021?f=w:607>

Parry (Robin Williams), Jack Lucas (Jeff Bridges)
dal film “La leggenda del re pescatore” di Terry Gilliam

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/film/l/la-leggenda-del-re-pescatore-(1991)/citazione-98985?f=w:607>

La leggenda del re pescatore

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La leggenda del re pescatore

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Titolo originale The Fisher King
Paese USA
Anno 1991
Genere drammatico
Regia Terry Gilliam
Sceneggiatura Richard LaGravenese
Attori
Note

La leggenda del re pescatore, film statunitense del 1991 di Terry Gilliam con Robin Williams.

Frasi

  • Pensare è molto importante. Ci distingue dalle lenticchie e da quelli che leggono libri come La Canzone dell’Amore. (Jack Lucas)
  • Se vuoi farmi male fammelo subito, sempre meglio di un dolore prolungato, che mi ruba mesi di vita, solo perché tu non hai palle. (Anne)
  • “Amor vincit omnia”. È latino, significa “l’amore vince tutto”. Ma non parlo di noi, non ti preoccupare, vale per tutti gli altri. (Anne)
  • Due persone possono stare a una festa insieme sedute accanto e non incontrarsi mai, mentre altre due persone possono trovarsi ai due capi del mondo e niente potrebbe tenerle separate. (Anne)
  • Be’, paga così non deve guardare. (Barbone a Jack parlando di un passante che gli ha tirato una moneta senza guardarlo)
  • Sei la più bella invenzione dopo il profitterol! (Parry a Lydia)
  • La conosci la storia del Re Pescatore? Comincia col re da ragazzo, che doveva passare la notte nella foresta per dimostrare il suo coraggio e diventare re, e mentre passa la notte da solo è visitato da una visione sacra: nel fuoco del bivacco gli appare il Santo Graal, simbolo della grazia divina, e una voce dice al ragazzo: “Tu custodirai il Graal onde possa guarire il cuore degli uomini!“. Ma il ragazzo accecato dalla visione di una vita piena di potere, di gloria, di bellezza, in uno stato di completo stupore, si sentì per un attimo non un ragazzo, ma onnipotente come Dio, allungò la mano per prendere il Graal e il Graal svanì, lasciandogli la mano tremendamente ustionata dal fuoco. E mentre il ragazzo cresceva, la ferita si approfondiva, finché un giorno la vita per lui non ebbe più scopo, non aveva più fede in nessuno, neanche in sé stesso, non poteva amare ne sentirsi amato, era ammalato di troppa esperienza, e cominciò a morire. Un giorno un giullare entrò al castello e trovò il re da solo, ed essendo un semplice di spirito egli non vide il re, vide soltanto un uomo solo e sofferente, e chiese al re: “Che ti addolora amico?” e il re gli rispose: “Ho sete e vorrei un po’ d’acqua per rinfrescarmi la gola“. Allora il giullare prese una tazza che era accanto al letto, la riempì d’acqua e la porse al re, ed il re cominciando a bere si rese conto che la piaga si era rimarginata. Si guardò le mani e vide che c’era il Santo Graal, quello che aveva cercato per tutta la vita. Si volse al giullare e chiese stupito: “Come hai potuto trovare tu quello che i miei valorosi cavalieri mai hanno trovato?” e il giullare rispose: “Io non lo so, sapevo solo che avevi sete“. (Parry)
  • Non dica così, non c’è spazzatura nel sentimento! Il sentimento è immaginazione, è passione, è bellezza. E poi… si trovano cose bellissime nella spazzatura. (Parry a Lydia)

Dialoghi

  • Anne: Credi che la tua compagnia sia stata una favola? I tuoi umori, le tue depressioni, i tuoi problemi.. Credi che per me sia stato un divertimento?
    Jack Lucas: Ma allora perché ci tieni a restare con me?
    Anne: Perché io ti amo, brutto stronzo che non sei altro!
  • Lydia: Non sei tenuto a dirlo.
    Parry: Non dico mai quello che sono tenuto a dire.
    Lydia: No, dicevo: non sei mica tenuto a dirmi cose carine. È un po’ all’antica in vista di quello che stiamo per fare.
    Parry: E cos’è che stiamo per fare?
    Lydia: Tu mi accompagni a casa.
    Parry: Mmm.
    Lydia: Credo che tu mi trovi un po’ attraente.
    Parry: Si.
    Lydia: E… magari vorrai salire a prendere un caffè.
    Parry: Io non prendo caffè.
    Lydia: E forse berremmo qualcosa, parleremo, arriveremo a conoscerci… un po’ meglio. Ci metteremo comodi e poi tu… passerai la notte da me e domattina ti sveglierai e sarai distaccato e non vorrai nemmeno restare per la colazione. Forse soltanto per un caffè.
    Parry: Io non prendo mai il caffè.
    Lydia: E poi ci scambieremo i numeri di telefono e tu te ne andrai… e non telefonerai più. Io andrò a lavoro e mi sentirò molto bene per la prima ora e poi, lentamente, comincerò a sentirmi diventare una cacca. Io mica lo so perché mi espongo a tutto questo. È stato un piacere conoscerti… ‘notte.
    Parry: ‘notte. Hei, scusami ! Aspetta, sen… aspetta ! Scusa, senti, aspetta, dove, scusa. Ti prego aspetta aspetta.
    Lydia: No guarda, io non mi sento molto bene.
    Parry: E lo credo ! Ci siamo conosciuti, amati e lasciati ed è successo tutto nel giro di 30 secondi… e non ho avuto neanche il primo bacio! Che poi è la parte migliore.
    Lydia: Senti. È stata una bellissima cosa anche per me.
    Parry: Altrettanto.
    Lydia: È stata una cosa meravigliosa.
    Parry: Ma secondo me sarebbe ora che tu stessi zitta. Sta zitta. Ti prego.
    Lydia: Si.
    Parry: Io non voglio venire a casa tua. Non ne ho mai avuto intenzione.
    Lydia: Oh, lo sapevo. Non mi desideri.
    Parry: No, io ti desidero… il mio desiderio è così grande che sembra la Florida. Ma non voglio una cosa di una notte. Io ho una confessione da farti.
    Lydia: Ah, sei sposato?
    Parry: No.
    Lydia: Sei divorziato?
    Parry: No.
    Lydia: Hai… hai una malattia?
    Parry: No! Ti prego: basta. Io mi sono innamorato di te.
    Lydia: Oh!
    Parry: Ssshhhh! E non solo da questa sera. Io ti conosco da un sacco di tempo. Io so che esci da lavoro tutti i giorni a mezzogiorno e che entri in agitazione per uscire dalla porta girevole ma poi ti spingono dentro e 3 secondi dopo scappi fuori. E poi io ti seguo quando vai a pranzo e so che per te è una buona giornata se compri un giornaletto rosa da quel giornalaio. E so cosa ordini, e so che ogni mercoledì vai dal parrucchiere e che… che ti compri unno di quelli spaccagengive prima di andare a lavoro. E so che odi il tuo lavoro e che non hai molto amici. E che a volte ti senti un po’ scombinata e non ti senti euforica come tutti gli altri perché… ti senti sola e… e io ti amo.
    Io ti amo e secondo me tu sei la più bella invenzione dopo il profiterole. E credo che mi verranno le convulsioni se non potessi avere quel primo bacio. E non sarò mai e poi mai distaccato e tornerò da te domattina e ti telefonerò se melo permetterai.
    Ma continuo a non bere caffè.
    Lydia: Tu sei vero.
    Parry: Si.
    Lydia: Proprio vero.
    [Bacio]
    Lydia: Eh… ho sbagliato porta. Puoi telefonarmi.
    [Lei rientra a casa]
    Parry: Non mi ha dato il suo numero… ehehehe!
    Cavaliere Rosso: [Appare]
    Parry: No, ti prego. Questo lasciamelo. Devi lasciarmelo… [Urlo].

Chalice Well, Le Sacre Acque del Calice

https://i0.wp.com/www.runningfox.nl/plaatjes/overigeart/Jill%20Chalice%20Well.jpg

“Si narra che Giuseppe d’Arimatea, dopo la morte di Cristo, intraprese un viaggio che lo condusse sino alle terre dell’Inghilterra meridionale, e più precisamente in questo luogo: fondò la prima comunità cristiana al di fuori della Palestina e visse a lungo portando il verbo alle popolazioni che non lo conoscevano; dalla verità storica, poi si passa a quella mitica, identificando nel santo colui che qui nascose il Santo Graal (che, come sappiamo, non è mai stato ritrovato) e perfino due ampolle contenenti il sangue e il sudore di Gesù sulla croce. Non sappiamo se quest’ultima affermazione sia vera, ciò che di sicuro c’è però è che in questa cittadina, esistono due fonti, distanti solo 50 metri: una dalla quale sgorga acqua bianca (che nascerebbe dal luogo di riposo della fiala col sudore), l’altra dalla quale sgorga acqua rossa (ricca di ferro, ove sarebbe stato sotterrato il contenitore col sangue).

Glastonbury è un luogo dove, indipendentemente dalla propria fede, si respira un’aura di misticismo. New-age, neo-pagani “celtici”, hare krishna, cristiani, semplici curiosi… (ma anche amanti del rock, che si radunano lì ogni anno in estate per il periodico festival). Una cosa è certa: chiunque si reca a Glastonbury, ne ritorna arricchito.
Tornando alle “fonti”, si possono visitare entrambe, ed è una esperienza unica, che raccomando!

https://i0.wp.com/lisacee.jalbum.net/Ancient%20Sites%20and%20Old%20Traditions/slides/Water%20from%20the%20Chalice%20Well%20at%20Glastonbury.JPG

La white spring, dal colore biancastro (evidentemente ricca di calcio) si origina dalla collina del Tor e la sua acqua è convogliata in una grossa vasca all’interno di un tempietto “pagano”.
La blood spring, invece, si origina dalla vicina Chalice Hill e le sue acque scorrono placide nei bellissimi giardini del Chalice Well e, “scivolando” lungo una piccola cascata (di color rosso sangue), sono fatte sgorgare attraverso una fontanella a forma di testa di leone (da cui è possibile dissetarsi). Infine, le acque sono convogliate in una vasca a forma di vesica piscis (che è un simbolo molto ricorrente a Glastonbury e adorna anche il coperchio del Chalice Well).
L’aqua di entrambe queste fonti può essere raccolta e bevuta e il sapore è davvero particolare (ci sono delle fontanine lungo la strada che costeggia i prospicienti Chalice Well Gardens e White Spring).
La leggenda delle ampolle con il sangue e il sudore di Cristo non è certo famosa come quella del Sacro Graal, ma esistono diverse raffigurazioni di Giuseppe di Arimatea che reca queste ampolle. In particolare, su una vetrata istoriata della chiesa di S. Giovanni Battista a Glastonbury, nella chiesa di Ognissanti nella vicina cittadina di Langport e infine nella chiesa di Plymtree (nel vicino Devon: ricordo che Glastonbury si trova nel Somerset).

https://i0.wp.com/www.hedgedruid.com/wp-content/uploads/2010/06/Chalic-Well-and-Gardens-June-2010-3_forblog.jpg

https://i2.wp.com/www.chalicewellayurveda.com/web/images/stories/ChaliceWellSluce.jpg

The Divine Mother & Child at Chalice Well

https://i1.wp.com/ih0.redbubble.net/work.1524516.1.flat,550x550,075,f.mother-mary-sculpture-chalice-well.jpg

Vescica piscis, Pozzo di Glanstonbury

“Nel 1919 al pozzo venne apposto un coperchio decorato da un disegno in ferro battuto chiamato vesica piscis.
[..] Vesica Piscis in latino significa “vescica del pesce”. Il suo semplice disegno è composto mediante la sovrapposizione dei bordi di due cerchi identici, la circonferenza di ognuno dei quali passa attraverso il centro dell’altro, il che produce fra loro una forma di ovale appuntito, detta “mandorla”.
Quando i due cerchi sono l’uno sopra l’altro, la forma tra loro diviene il profilo del corpo di un pesce, che era un simbolo del Cristo [..].
Tuttavia, prima di diventare un simbolo cristiano il vesica piscis era universalmente il simbolo della Dea Madre, con la forma a mandorla simile alla forma del contorno della vulva, attraverso la quale scaturiva la vita.
[..] Per essere un simbolo della Dea, i cerchi devono venire sovrapposti lateralmente, di modo che la forma di mandorla sia puntata verso l’alto e verso il basso. Come il nome suggerisce, vesica piscis, si dice che la vulva emani un leggero odore di pesce; in greco la parola delphos significa sia utero che pesce, ed esistono molte associazioni infraculturali tra la Dea e il pesce.
[..] Il vesica piscis sul coperchio del Pozzo del Calice propone i cerchi sovrapposti l’uno sopra l’altro, ma all’interno di un disegno più complesso. I due cerchi sono a loro volta compresi in un altro cerchio più ampio. Su entrambi i lati sono raffigurate foglie di vite, e al centro figura un’asta verticale che sembra emergere o conficcarsi nella vita vegetale che le sta alla base.”
[..] Arrivai a concepire il vesica piscis, l’immagine di due cerchi sovrapposti, come una metafora visiva di quei momenti in cui i mondi si sovrappongono o si compenetrano e la vita si impregna di profondità e significato.
Qui hanno luogo quei momenti dentro e fuori del tempo quando il mondo visibile e il mondo invisibile si intersecano; quando i valori eterni e quelli mondani si sovrappongono; quando il mondo archetipico e il mondo materiale si incontrano; quando il Cielo e la Terra, il mondo superire e quello inferiore si fondono in un momento liminare.
[..] Quando riusciamo a comprendere ciò che è profondamente significativo e al di là di quello che riusciamo ad affermare intellettualmente. Quando abbiamo intuizioni mistiche e poetiche.” ”

Jean Shinoda Bolen, Passaggio ad Avalon

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“Glastonbury è un luogo dove, indipendentemente dalla propria fede, si respira un’aura di misticismo. New-age, neo-pagani “celtici”, hare krishna, cristiani, semplici curiosi… (ma anche amanti del rock, che si radunano lì ogni anno in estate per il periodico festival). Una cosa è certa: chiunque si reca a Glastonbury, ne ritorna arricchito.
Tornando alle “fonti”, si possono visitare entrambe, ed è una esperienza unica, che raccomando!
La white spring, dal colore biancastro (evidentemente ricca di calcio) si origina dalla collina del Tor e la sua acqua è convogliata in una grossa vasca all’interno di un tempietto “pagano”.
La blood spring, invece, si origina dalla vicina Chalice Hill e le sue acque scorrono placide nei bellissimi giardini del Chalice Well e, “scivolando” lungo una piccola cascata (di color rosso sangue), sono fatte sgorgare attraverso una fontanella a forma di testa di leone (da cui è possibile dissetarsi). Infine, le acque sono convogliate in una vasca a forma di vesica piscis (che è un simbolo molto ricorrente a Glastonbury e adorna anche il coperchio del Chalice Well).
L’aqua di entrambe queste fonti può essere raccolta e bevuta e il sapore è davvero particolare (ci sono delle fontanine lungo la strada che costeggia i prospicienti Chalice Well Gardens e White Spring).
La leggenda delle ampolle con il sangue e il sudore di Cristo non è certo famosa come quella del Sacro Graal, ma esistono diverse raffigurazioni di Giuseppe di Arimatea che reca queste ampolle. In particolare, su una vetrata istoriata della chiesa di S. Giovanni Battista a Glastonbury, nella chiesa di Ognissanti nella vicina cittadina di Langport e infine nella chiesa di Plymtree (nel vicino Devon: ricordo che Glastonbury si trova nel Somerset).”

Iil Tor, è il pozzo sacro situato ai suoi piedi, chiamato dagli inglesi “chalice well”

POZZO DI GLANSTONBURY
L’oggetto è il coperchio in legno di quercia del pozzo di Glastonbury, la mitica Isola di Avalon dove fu portato il corpo di re Artù gravemente ferito per essere sanato. Il nome Glastonbury deriva dal celtico Yniswytrin ‘Isola di Vetro’ (uno dei nomi dell’Altromondo celtico), perchè la superficie era di colore verdeazzurro perchè vi abbondava l’erba chiamata glast, ossia il guado – Isatis tinctoria – le cui foglie e radici contengono una sostanza colorante azzurra usata dai Celti per dipingersi il corpo. Nel peridodo celtico a Glastonbury (“Villaggio della Verde Collina”) sorgeva una scuola druidica e il luogo era considerato una porta di passaggio verso l’Altromondo. Nel 1191 fu rinvenuta dai monaci dell’Abbazia la tomba di Artù e Ginevra e si narra che nel Pozzo di Glastonbury Giuseppe d’Arimatea gett˜ il Santo Graal. Il coperchio è quindi il simbolo del passaggio nell’Altromondo, di protezione, di guarigione sacra, di conoscenza dei misteri della salute.

Ho sempre creduto, anzi sentito dentro di me, che questa è una delle entrate per la terra cava…e che l’erba chiamata glast (contenente quella particolare sostanza verdognola) abbia a che fare anche con il vril… (di cui parlano sia Lytton che MacLellan come sostanza verdognola, in grado poi di essere usata per diverse finalità).

Il simbolo del coperchio del pozzo di Glastonbury è la vescica piscis:

La vesica piscis è un simbolo dato da due cerchi dello stesso raggio, intersecantisi in modo tale che il centro di ogni cerchio si trova sulla circonferenza dell’altro.
Il nome significa letteralmente vescica di pesce in latino.

Denominato mandorla in India e conosciuto nell’antica Mesopotamia, in Africa e nelle civiltà asiatiche, esso passa nel Cristianesimo come un riferimento a Cristo, come è evidente nell’ichthys. Nella successiva elaborazione dell’Iconografia cristiana, essa viene associata alla figura del Cristo in Maestà, e rappresentata in molti codici miniati, dipinti e sculture del Medioevo. In tale contesto essa assume una doppia valenza:

alludendo al frutto della mandorla, e al seme in generale, diventa un chiaro simbolo di Vita e quindi un naturale attributo per Colui che è “Via Verità e Vita”.
come intersezione di due cerchi essa rappresenta la comunicazione fra due mondi, due dimensioni diverse, ovvero il piano materiale e quello spirituale, l’umano e il divino. Gesù, il Verbo divino fattosi uomo, diventa il solo Mediatore fra le due realtà, il solo pontefice fra il terrestre e il celeste, e come tale viene rappresentato all’interno dell’intersezione. A conferma di ciò, in alcune miniature del periodo Carolingio e Ottoniano i due cerchi vengono anche rappresentati attorno al Cristo, ma in verticale.

Questa descrizione mi convince anche perchè tratta da “simboli della scienza sacra” di René Guénon:

La vescica piscis o mandorla.

Quanto più ci addentriamo nella ricerca nell’ambito della simbologia costruttiva, tanto più i simboli che sottendono alla costruzione delle opere da noi analizzate si emancipano dal ruolo di espressioni articolate ed ermetiche (1).
Quanto più ci avviciniamo alla radice delle cose, tanto più i simboli si fanno semplici, riducendosi ad elementari e, in virtù di questa essenzialità, informano i manufatti senza che se ne sospetti la loro esistenza!
Un esempio che indicheremo come “tipico” è quello relativo alla mandorla o vescica piscis.
Il simbolo di per sé è un simbolo arcaico semplice e “per quanto concerne le sue origini prime, sembra si debba riconoscergli una provenienza nordica, o addirittura iperborea; la sua presenza è stata infatti segnalata nella Germania settentrionale e in Scandinavia e in tali regioni esso è verosimilmente più vicino al suo punto di partenza che non nell’Asia centrale, ove fu senza dubbio portato dalla grande corrente che, derivata direttamente dalla Tradizione primordiale, doveva poi dar origine alle dottrine dell’India e della Persia” (2)

La vescica piscis è dunque un simbolo semplice ma dalla grande forza evocativa e, considerandone l’impiego misterico e l’utilizzo dei suoi rapporti geometrici nei progetti di alcune notissime opere architettoniche, giungiamo a intuire l’importanza del tutto particolare del soggetto che stiamo trattando.
Abbiamo definito la mandorla un simbolo semplice per distinguerlo da altri che si esprimono attraverso una grammatica più articolata e, forse, meno intelligibile.
Ma rimuovendo il manto di semplicità ingenua che veste questo simbolo, ci accingiamo a conoscere l’impianto che lo genera.
In termini di geometria sacra la vescica è il punto di derivazione del triangolo equilatero cosi come possiamo ricavarlo dal cerchio e rappresenta la scaturigine della vita traslando, a guisa di labbro carnale, 1’infinita e primigenia meccanica della fertilità della Dea Madre.
La vescica è generata dall’incrocio di due circonferenze passanti l’una attraverso il centro dell’altra, tracciandone le diagonali e collegandone i vertici così evidenziati con linee rette, si ottiene un rombo, formato da due triangoli equilateri sovrapposti. I lati di questi triangoli sono eguali in lunghezza al raggio del cerchio di partenza. Dal triangolo equilatero possono facilmente essere derivati 1’esagono e 1’icosaedro, in quanto 1’intera serie di solidi geometrici regolari, meglio conosciuti come Solidi Platonici, può essere generata da figure piane.
Ma c’è di più, perché triplicando il raggio che genera lo schema geometrico della vescica piscis, indicata poc’anzi, è possibile tracciare altre due circonferenze che di rimando ne originano una seconda, tanto più grande da inscrivere il disegno della precedente nella sua totalità.
In merito a queste osservazioni indichiamo due tra le opere architettoniche più note del passato: Castel del Monte e la piramide di Cheope. Entrambe le costruzioni sono state realizzate attraverso l’applicazione e lo sviluppo dei rapporti geometrici della vescica e questa cosa sott’intende un legame tra i due edifici che si pone oltre il semplice confronto formale.
La Dea Madre di ogni umanità ha partorito i suoi templi consacrando, con la sua presenza silenziosa, diversi luoghi sulla faccia del pianeta. Colei che non possiede altro Genere che il Principio si è adattata a far da cornice al Cristo di Chartre, si è infusa nella globalità dell’impianto del grande santuario di Karnak, nella sostanza progettuale del tempio di Tell el-Amarna, e si è disposta come un gioiello sul coperchio del pozzo di Chalice Well (3).
Dalla vescica piscis al pesce che diviene emblema del Cristo il passo è davvero molto breve: il pesce rappresenta la crescita e una rapida riproduzione e nel Talmud il Messia viene chiamato Dag che vuol dire appunto pesce.
Rileggendo i simboli che vennero associati al cristo, non si può non notare la corrispondenza polare di due tra questi segni-significanti: la vescica, già citata, e lo swastika, altro simbolo del Cristo nella duplice accezione di centrale e solare.

Posto un’ultima immagine del coperchio del pozzo, perchè da qui si vede bene la freccia (con la punta che fa da chiusura) rivolta verso il basso…

e questa è la fonte situata nel giardino del Chalice Well che ripropone la stessa simbologia

 

https://i1.wp.com/morningstarcraft.co.uk/images/chalice%20well%20chalice.jpg

Chalice Well, Avalon, Vesica Piscis

https://i1.wp.com/files.splinder.com/f7834a07f6acc926b16238d786e2777e.jpeg
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http://landedicarta.blogspot.com/2010/10/chalice-well.html

the chalice well

Eccovi adesso un post leggermente “enciclopedico”: vi parlerò (grazie alla brochure, che non ho buttato via:) di un posto ricco di atmosfera e di leggenda, visitato quest’estate a Glastonbury, in Inghilterra.
Il Chalice Well (Pozzo del Calice) è un luogo senza tempo, sacro ed eterno, ricco di leggenda, simbolismo e atmosfera. E’ un giardino che permette di rilassarsi e rigenerarsi in mezzo ai fiori, alla vegetazione, ai suoni lenitivi dell’acqua che scorre.
Quando si entra nei giardini di Chalice Well, passeggiando sul vialetto pavimentato con ciottoli, sotto gli archi di piante che si intrecciano intorno alla pergola di quercia, si può dimenticare per un attimo il trambusto del mondo circostante. Si seguono le tracce degli antichi, poiché questo luogo è meta di pellegrinaggi da millenni.

Il nome di questo luogo (così come quello della collina che sorge proprio nelle immediate vicinanze del giardino) è collegato alle leggende cristiane e arturiane che proliferano a Glastonbury. Secondo la leggenda, Giuseppe di Arimatea, prozio di Gesù, avrebbe portato ad Avalon il Calice dell’Ultima Cena (il famoso Santo Graal), e lo avrebbe depositato sotto la collina sacra, da dove è scaturita la sorgente sanguinante. Quindi, secondo la tradizione, il Calice è il recipiente che contiene l’essenza consacrata – e Chalice Well e i suoi giardini sono essi stessi un recipiente per l’elisir vivificante della terra madre, Gaia, sotto forma delle acque che sgorgano qui.

La sorgente di Chalice Well ha la sua origine naturale qui, proprio in un pozzo di pietra che si stima abbia oltre 800 anni.

Il coperchio del pozzo è fatto di quercia inglese, ed è sormontato da un simbolo in ferro battuto – detto “vescica piscis”, che ricorre in molte delle decorazioni dei giardini. Questo simbolo è molto antico: i due cerchi che si intrecciano sono universali, e rappresentano l’unione del cielo e della terra, dello spirito e della materia, del conscio e dell’inconscio, del maschile e del femminile. Le stesse proporzioni si ritrovano nel disegno delle antiche località sacre e nelle cattedrali medievali, e si riflettono a loro volta nelle armonie e nelle proporzioni trovate in natura.

L’acqua di Chalice Well è pura ed è ricca di ferro, tanto che la sua corrente lascia un colore rossiccio (per questo motivo è conosciuta anche come la sorgente sanguinante), sgorga a una temperatura costante di 11°, ha un sapore decisamente particolare ma è ritenuta estremamente curativa. Il potere curativo consiste nella forza sottile, vibrante, che rilascia quando emerge dal sottosuolo ed interagisce con le forze della terra, dell’aria e della luce in superficie. Molti visitatori hanno sentito che le energie della terra intorno a Glastonbury sono molto potenti, e la forza vitale del pianeta è spesso evidente in questi luoghi.


Nel giardino ci sono tre alberi sacri di spine (holy thorns) – secondo la leggenda, discenderebbero dall’albero originale che germogliò miracolosamente dal bastone pastorale di Giuseppe d’Arimatea durante la sua visita a Glastonbury. L’albero è molto speciale perché fiorisce durante i periodi più importanti del calendario cristiano, Natale e Pasqua.
(http://landedicarta.blogspot.com/2010/10/chalice-well.html)                                   ——————————————————-

 

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https://lupoedraghina.files.wordpress.com/2011/09/chalicewellandindigonight.jpg?w=212

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