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Archivio per la categoria ‘Leggende Racconti Saggezza’

RYUNIO, FIGLIA DEL RE DRAGO (FIABA BUDDHISTA)

 

RYUNIO,FIGLIA DEL RE DRAGO (FIABA BUDDHISTA)

Ryunio è una bambina che ha appena compiuto otto anni. È una che capisce subito le cose, anche quelle che non si vedono.

 Lei, ad esempio, è capace di guardare un paio di scarpe e di capire tutti i viaggi che hanno fatto, lei è capace solo guardando gli occhi delle persone di capire chi sono i loro amici, quali sono i loro dolori, come sarà il loro futuro. Conosce un sacco di cose anche molto difficili, e certe volte si mette tutta seria seria a chiedersi il perché della vita, e i pensieri che fa e le parole con cui li dice sono meravigliosi.

E poi, anche se è così piccina, soffre e gioisce per gli altri come fossero tutti figli e figlie sue. È gentile, benevola, dolce,

con un carattere sensibile e forte allo stesso tempo. Insomma è davvero magica ed è difficile crederci perché tutti lì dicono che è impossibile essere così saggi quando si è così piccoli e così femmine. Perché le femmine, dicono, non possono diventare così sagge in così poco tempo.

Quasi neanche i maschi lo possono, figurati le femmine, dicono (tanto tanto tempo fa c’erano credenze del genere).

Tant’è che un giorno il signor Accumulo di Saggezza (si chiama proprio così perché sa praticamente tutto),

che stava discutendo di cose molto profonde con altri saggi, dice: «Per essere magici lo sappiamo

ci vogliono kalpa e kalpa (è così che loro chiamano gli anni), ci vogliono kalpa e kalpa di esercizi difficilissimi senza mai riposare.

 Solo dopo aver fatto tutto questo ce la si può fare. Non ci posso credere che questa bambina ce l’abbia fatta in così poco tempo». Insieme a lui c’era Manjushri (avevano questi nomi strani a quel tempo e in quel paese).

Manjushri era un saggio che l’aveva conosciuta bene per essere stato tanto tempo nel regno del padre di Ryunio, il famoso Re Drago. E poi c’era Shariputra, un saggio conosciuto da tutti perché aveva letto tutti i libri del mondo e conosceva milioni di milioni di parole.

 E c’era soprattutto Shakyamuni, un saggio saggissimo perché era quello che sapeva guardare meglio nel cuore delle persone e che loro, per questo, chiamavano Budda (Budda è una parola che vuol dire all’incirca “persona che sente il cuore degli altri, desidera la loro felicità e capisce il senso della vita”).

Mentre questi signori saggi stavano discutendo sulle capacità di questa bambina, eccola là che appare improvvisamente: Ryunio era proprio piccola come se la ricordava Manjushri. Lei avanza verso di loro e arrivata lì davanti china il capo in segno di rispetto.

 Allora Shariputra le dice: «Tu presumi di avere raggiunto la conoscenza profonda della vita in così breve tempo ma questo è davvero difficile da credere. Solo dopo aver trascorso tanto tempo e aver fatto tanti esercizi e prove difficilissime alla fine si può ottenere questa conoscenza profonda. E le donne non possono farcela. Figurati le bambine. Come hai fatto?» Allora Ryunio si toglie dalla tasca un gioiello che aveva con lei, prezioso come milioni di mondi, lo porge al Budda Shakyamuni e il Budda lo accetta immediatamente. E poi lei dice, rivolta ad Accumulo di Saggezza e a Shariputra: «Io ho offerto questo gioiello e il Budda l’ha accettato, non è accaduto forse in un attimo?» «Sì», rispondono loro un po’ stupiti. «Allora – riprende Ryunio – ora osservatemi bene e guardate cosa so fare in modo ancora più veloce». E lì successe qualcosa di straordinario: tutti videro la bambina trasformarsi in un istante in un uomo. (Per loro, infatti, solo un uomo poteva essere veramente saggio e capire il senso della vita).

 Insomma tutti la videro predicare la Legge agli dèi e agli esseri viventi di quel tempo. I cuori di tutte le persone del mondo si riempirono di gioia. Tanti, tantissimi, ascoltandola, riuscirono a capire il senso della vita e come la vita funziona e diventarono felici. Il mondo si scosse e tremò in sei modi diversi. Poi la bimba tornò se stessa, alta poco più di un metro e saggia quanto tutti i mondi. Più alta e saggia di quando per convincerli aveva usato lo stratagemma della trasformazione. Accumulo di Saggezza e Shariputra e tutti gli altri che erano lì capirono. E non se lo scordarono più.Questo racconto è contenuto nel Sutra del Loto. E serve a insegnarci che la comprensione profonda della vita è una capacità che non si guadagna con lo studio o con l’età. La saggezza è una cosa che abbiamo dentro di noi. Che non si ottiene studiando o facendo fatiche grandissime ma andando al cuore delle cose.”

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La danza del Drago (la nascita della discendenza dalla famiglia dei Draghi)

 

La danza del Drago (la nascita della discendenza dalla famiglia dei Draghi)

“All’inizio del tempo c’era solo il vuoto. Esisteva l’abisso degli abissi, ribollente e senza fine del caos. Era incomprensibile, profondo e immenso e si perdeva nell’infinito che è all’origine del tutto. Poi, un giorno, questo abisso si squarciò all’improvviso, e dentro ad esso si aprì una breccia e si formò una grande voragine. E da questa voragine uscì fuori con un salto il Drago da cui ha origine la nostra esistenza. Per prima cosa si rannicchiò su se stesso chiudendosi come l’uovo generatore, poi si alzò in piedi e si stese in tutta la sua altezza aprendo le braccia che diventarono gigantesche e possenti ali, dispiegandole in tutta la loro estensione. Lanciò il suo urlo verso il grande vuoto, tanto forte che risvegliò la vita che esso nascondeva. Il Drago si fermò, immobile, per guardarsi intorno, muovendo solo la coda in segno di sfida e di determinazione. Il suo sguardo era terribile. Era come un immenso serpente in stato di veglia, con lo sguardo acuto dei rapaci, ipnotico e pietrificante come quello dei rettili. Guardava davanti a sé con intensità e fissità pronto a colpire, rapido e senza esitazione, ogni suo possibile nemico. Aveva l’acutezza della percezione, la costanza della vigilanza, aveva il potere di uccidere, ma aveva anche una conoscenza delle cose segrete che gli dava saggezza. Il Drago era enorme e pieno di forza. Poteva volare nell’aria con le sue ali, poteva esplorare le inaccessibili grotte che scendevano nel cuore della Terra, poteva dimorare nelle acque e poteva eruttare il fuoco con il suo fiato. E non lo si poteva neppure guardare a lungo perché la sua figura che era di fuoco, brillante e luminosa, faceva abbassare gli sguardi. Poi il Drago portò le braccia sui fianchi sollevandole sino a serrare le mani sul petto per trovare tutta la forza di cui poteva disporre e accennò al suo primo passo di danza. Dal suo fiato infuocato nacquero i primi dei. Li fece a sua somiglianza e trasfuse in loro l’amore per la vita, la forza e la conoscenza. Perché essi potessero imparare ad essere dei e ad evocare il potere del Drago diede loro la ruota delle saz-hat. Dal sangue degli dei nascemmo infine noi. Da loro apprendemmo come diventare uomini e ci venne trasmesso il potere del Drago. ”

(preso da Internet)

Il drago e la bambina (fiaba)

 

 

Il drago e la bambina
 

“C’era una volta una bambina di nome Cassandra che abitava nella più alta torre di una lugubre fortezza nascosta in un fitto bosco. Insieme a lei vivevano una maga brutta e perfida e un drago enorme ma buono. La bimba non lo sapeva, ma era in realtà una principessina. Anni prima, quando era ancora in fasce, era stata rapita dalla strega, irata col re suo padre per non averle concesso di diventare la protettrice del regno. Era stata quindi condotta nel vecchio castello ed allevata col solo scopo di servire la vecchia megera. Ma Cassandra non sapeva nulla di tutto questo: pensava di essere una povera orfanella che la strega, nella sua infinita bontà, avesse accolto nella sua casa. La donna le aveva infatti raccontato di averla trovata per la strada in una cesta e di averla sottratta a dei briganti che volevano raccoglierla e venderla. Ragione per cui la bimba le era infinitamente grata e, nonostante quella la trattasse sempre in malo modo, non poteva fare a meno di sorriderle e di soddisfare ogni suo desiderio.
Certo, la vita al castello per lei non era facile: ogni giorno doveva spazzare i pavimenti, spolverare i libri e lustrare tutte le ampolle delle pozioni tanto da farle brillare. Poi doveva pulire accuratamente tutte le vetrate colorate del maniero, perché alla strega piacevano i giochi di sfumature prodotti dalla luce del sole che le illuminava…………
………. La piccola Cassandra non aveva quasi mai un attimo di pace. Per fortuna, però, ad aiutarla c’era il suo inseparabile amico Berto, il drago.
Berto era grande come una casa, col corpo blu come il mare più profondo e le ali di un rosso caldo come il sole al tramonto. Aveva enormi occhi di un azzurro intenso come il cielo in una mattinata limpida, una cresta nera come una notte senza stelle e senza luna ed un muso così simpatico che la bimba proprio non capiva come riuscisse a spaventare qualcuno. Lui le dava una mano nelle faccende domestiche. Ad esempio, legava degli spazzoloni alla coda per poter pulire i pavimenti scodinzolando. O sbatteva le lunghe ciglia vicino alla libreria per spolverare in men che non si dica tutti i libri. O si sgranchiva le ali proprio davanti al filo del bucato in modo che questo, col movimento dell’aria, si asciugasse più in fretta. Insomma: si dava da fare in ogni modo possibile per aiutare la sua piccola amica.
E, quando tutti i doveri quotidiani erano stati portati e termine, si caricava la principessina sul dorso e insieme volavano via ad esplorare il mondo. Certo, di questo la strega non era molto contenta, ma il drago la aveva dato la propria parola d’onore che avrebbe sempre riportato indietro la piccola e che non le avrebbe mai permesso di scappare. E, nonostante la parola di un drago fosse sacra, la megera si era premunita di minacciarlo che, se non non fosse tornata, la piccola sarebbe morta.
E così scorreva la loro vita, tra il lavoro di ogni giorno e le grandi fughe. Berto mostrò a Cassandra luoghi incantevoli ed indimenticabili. La condusse attraverso i deserti divertendosi a cambiare la forma delle dune col movimento delle ali e a fare castelli di sabbia sulla riva degli specchi d’acqua nelle oasi. Sorvolò boschi e giungle soffiando leggermente tra le foglie degli alberi in modo che tutti gli uccelli si alzassero in volo e Cassandra potesse vederne gli sgargianti colori. Passò su città e paesi ridendo con lei nel veder fuggire spaventati gli abitanti, che dall’alto sembravano tante formichine. Sfiorò col grande corpo mari ed oceani, perché lei potesse assaporare gli schizzi di acqua salata e potesse scorgere le sagome dei grandi animali marini. Una sera la portò addirittura su nello spazio più profondo, perché potesse ammirare la luminosità di ogni stella del firmamento e potesse prendere un pugno di polvere di luna da conservare in una bottiglietta per illuminare la sua stanza di argentei bagliori.
La bimba crebbe, e crescendo divenne una splendida fanciulla. Ma non era solo bella: il lavoro di ogni giorno l’aveva resa energica, i libri della strega colta ed i viaggi col drago coraggiosa. Non fosse stata prigioniera, certo avrebbe avuto stuoli di corteggiatori. E il drago stesso, nonostante la conoscesse da sempre, non riusciva a non guardarla con occhi diversi. Tanto diversi, tanto dolci e tanto strani che, talvolta, la facevano arrossire.
Un giorno, mentre entrambi erano affaccendati nei loro mestieri, la strega corse nella stanza dove entrambi si trovavano gridando:
“Presto Berto! C’è un cavaliere alle porte della foresta! Chiede di Cassandra! Dice di essere venuto per liberarla e portarla via!”
Cassandra ebbe un fremito di gioia e rivolse lo sguardo verso l’amico drago per condividere con lui la sua emozione. Grande fu il suo stupore nello scorgere, negli occhi di lui, una strana espressione, come di tristezza e amarezza. La strega riprese ad urlare:
“Berto, non stare lì impalato! Vai a cacciarlo via! SUBITO!!!”
Il drago si voltò verso la principessa: aveva appena preso una decisione importante. Le sorrise, le fece un goffo inchino e volò via.
Cassandra non capiva: perché la strega non aveva usato la magia per allontanare l’intruso senza mettere a rischio la vita di Berto? Provò a chiederlo alla donna, ma costei le rispose che le sue decisioni non dovevano riguardarla.
Intanto Berto volava verso il cavaliere: sapeva che l’unico modo per liberare la principessa era quello di lasciare che l’uomo lo sconfiggesse. Lui avrebbe certamente perso la vita, ma la fanciulla avrebbe finalmente trovato la felicità e, forse, l’amore. Ma non poteva lasciarsi battere troppo facilmente, altrimenti la strega se ne sarebbe accorta e sarebbe intervenuta. Doveva essere furbo e fingere di combattere.
Arrivò finalmente ai margini del bosco. Tutto era silenzioso: sembrava che anche gli animali tacessero in attesa dello scontro. Il cavaliere gli si parò di fronte: era vestito di un’armatura splendente ed impugnava una spada affilata e lucente. Sotto l’elmo aveva uno sguardo fiero nei grandi occhi neri incorniciati da riccioli biondi. Per un attimo a Berto ricordò Cassandra. Dopo un breve scambio di sguardi feroci, la battaglia iniziò. I fendenti del cavaliere erano potenti e furiosi e il drago si difendeva debolmente con le grandi zampe. L’uomo avanzava con sicurezza ed ardimento, il drago indietreggiava facendogli credere di essere più forte. L’uno gridava per la rabbia, l’altro ruggiva per il dolore. Ogni soffio infuocato del drago era stranamente troppo alto per colpire il giovane o troppo debole per superare la sicura protezione del suo scudo. Alla fine Berto si arrese e, col cuore colmo di tristezza e paura, allargò le zampe in modo che il cavaliere potesse sferrare il colpo mortale. E così fu: la lama gli trapassò il petto e si conficcò nel cuore. Il drago, con le ultime forze rimaste, spiccò il volo: voleva vedere per l’ultima volta la sua principessa. Planò sulla grande terrazza della sua torre, dalla quale lei aveva seguito con terrore tutto il combattimento, e crollò tra le sue braccia. Le lacrime della fanciulla bagnarono il suo muso, e lui si sentì felice e pronto a morire. In quel mentre giunse sulla terrazza anche il cavaliere che, pensando che il drago fosse tornato per uccidere Cassandra, si avventò su di lui per finirlo. Ma la ragazza fu più veloce e protesse Berto col proprio corpo, ricevendo la spada dritta nel cuore.
Fu in quel momento che arrivò la strega che, alla vista della scena, lanciò un terribile urlo di rabbia. E l’urlo fu così forte ed acuto da frantumarla come fosse stata di cristallo. Fu allora che qualcosa di meraviglioso accadde: la fortezza si trasformò magicamente in un magnifico castello, la fitta foresta in un meraviglioso bosco costellato di graziose casette, ed ogni sasso in un uomo, una donna o un bambino. Il drago, lentamente, cambiò aspetto e divenne un bellissimo principe, con gli occhi di un azzurro intenso come il cielo in una mattinata limpida ed i capelli neri come una notte senza stelle e senza luna. Non appena si rese conto di ciò che era accaduto, abbracciò stretta a sé la principessa ormai senza vita. E pianse.
In quell’istante, dal nulla, comparve una fata.
“Io sono la fata protettrice del regno della principessa. Nulla potei fare quando fu rapita, ma lanciai un incantesimo grazie al quale la fanciulla sarebbe stata libera se un cavaliere, a costo della sua stessa vita, l’avesse liberata. E contro quel prode, nulla avrebbe potuto la magia della strega. Per questo ella non l’ha usata contro il giovane giunto a salvarla. Non piangete, mio bel principe. Nulla è perduto. L’amore che l’uno prova per l’altra ha spezzato l’incantesimo che vi legava alla strega e l’ha distrutta. Ora, finalmente, siete liberi.”
A quelle parole, Cassandra miracolosamente aprì gli occhi e tornò alla vita. E tutte le ferite del principe scomparvero. La giovane guardò sorpresa l’uomo che la sosteneva tra le braccia e riconobbe, nei suoi, gli occhi del suo amico drago. Lui le sorrise e le raccontò la sua storia.
“Sono il principe Dagoberto, e tutto ciò che vedi intorno a te fa parte del mio regno. Secoli fa la strega venne al mio cospetto chiedendomi di diventare la protettrice del mio regno. Per lei doveva essere una vera fissazione, visto che lo chiese poi anche a tuo padre. Avendo saputo della sua malvagità, la cacciai e lei, per vendetta, scagliò una terribile maledizione. Il regno si trasformò in una selva, le persone in sassi, il castello in un’oscura fortezza. Io stesso fui tramutato in drago e condannato a servirla in eterno, sotto la minaccia di veder scomparire per sempre tutto il mio paese. Vissi con la sola speranza di trovare un modo per distruggere la strega e salvare il mio popolo. Poi giungesti tu, principessa, a portare la gioia nella mia vita. La strega mi obbligò a non narrarti mai la tua vera storia, né la mia, ma a tenerti sempre sotto stretto controllo. Ed io ti vidi crescere, e alla fine mi innamorai di te. E quando questo cavaliere arrivò per trarti in salvo, capii che sebbene nulla potessi ormai fare per liberare i miei sudditi, avevo almeno la possibilità di donare a te la libertà. Andai verso la morte. Ma prima che la vita mi abbandonasse, volli darti l’ultimo saluto. Il resto lo sai. Il tuo coraggioso sacrificio ha rotto l’incantesimo e ti ha salvato la vita. Ora va’ col cavaliere che ti ha liberata. È a lui che spetta l’onore di averti al proprio fianco per la vita.”
A quelle parole il giovane, che fino ad allora era rimasto silenzioso ad ascoltare, sorrise.
“Principe Dagoberto. Ciò che ha spezzato il sortilegio è il vostro amore. E comunque io non potrei mai sposare Cassandra, perché sono suo fratello. Sono cresciuto con l’idea di liberarla e, non appena l’età e l’esperienza con le armi me l’hanno permesso, ho affrontato la sfida. E sono certo che mia sorella sarà felicissima di concedere a voi la sua mano.”
Nel tripudio generale, il terzetto fu accolto nel paese della principessa, dove lei poté finalmente riabbracciare i genitori ed i fratelli. Poi, tutti insieme, tornarono nel regno di Dagoberto, dove si celebrarono le nozze reali e dove la fanciulla ed il principe-drago vissero una vita lunghissima e felice”.
 
(fiaba di Alessandra Fella)
 

La leggenda della Creazione

 

La leggenda della creazione

 
Molto, molto tempo fa il mondo dormiva tra le braccia dell’oscuro vuoto.
Da questo nulla, lo Spirito formò la nostra Signora dell’amore infinito. La Signora danzò
nei cieli, e i suoi piedi battevano il ritmo della creazione. Scintille di luce sprizzarono
dai suoi capelli, dando vita alle stelle e ai pianeti. Mentre la Dea ruotava nella danza,
questi corpi celesti iniziarono a muoversi con lei nella divina sinfonia dell’universo.
Accelerando la danza, creò i mari e le montagne. Cantò parole d’amore e di gioia e i suoni,
cadendo sulla Terra, diedero vita alle piante e ai fiori.
Dal puro bianco del suo respiro derivarono i colori dell’universo, trasformando tutte le
cose in vibrante bellezza.
Dallo spumeggiante riso nella sua gola derivarono il suono argentino dei ruscelli, la dolce
vibrazione dei laghi e il ruggito degli oceani. Le sue lacrime di gioia divennero la
pioggia della nostra sopravvivenza.
Quando la sua danza rallentò, e la Dea cercò un compagno per condividere le meraviglie del
mondo, lo Spirito creò il suo compagno e sposo.
Poiché ella amava così tanto la Terra, lo Spirito creò il suo compagno per metà spirito e
per metà animale, perché assieme potessero popolare il nostro pianeta.
Il potere del Signore passa attraverso lei, che elargisce la sua benedizione alla Terra e a
tutto ciò che vive su di essa. Assieme, il Signore e la Signora, crearono gli uccelli, gli
animali, i pesci e l’umanità.
Per proteggere l’umanità e guidarla, il Signore e la Signora crearono gli angeli e gli
spiriti. Queste energie si muovono costantemente tra noi, anche se il più delle volte non
li vediamo. A ogni uccello la Signora donò un canto magico, e a ogni animale il Signore
diede l’istinto di sopravvivenza.
Il Signore è il rettore del regno animale e vegetale, e perciò la sua testa è adornata di
corna di cervo. Il suo aspetto, per metà uomo e per metà animale, rivela la sua gioia per
entrambe le creazioni dello Spirito, quella umana e quella animale.
Quando l’umanità iniziò a crescere e a prosperare, il Signore e la Signora videro che nel
regno umano c’era bisogno di guaritori. Perciò trassero energia dal reame degli angeli, dal
regno animale e dal regno umano per creare le Strege. Le Streghe avevano in sé la
conoscenza del Signora e della Signora, la capacità di curare e le arti magiche.
La Signora insegnò alle streghe a tracciare il cerchio magico per parlare con lo Spirito, e
il Signore insegnò alle streghe a comunicare con gli spiriti dell’Aria, del Fuoco, della
Terra e dell’Acqua, con gli animali e con i vegetali.
All’inizio gli uomini accettarono le streghe e le trattarono bene, ma poiché erano diverse,
alcuni uomini iniziarono ad aver paura delle Sapienti del Signore e della Signora. Così le
streghe si trasformarono nei bambini Nascosti, celebrarono i loro riti di energia positiva
in segreto, a rischio di venire catturate e messe a morte dagli umani che le temevano.
Mentre il mondo si oscurava sempre di più a causa dell’ignoranza e dell’odio creati
dall’umanità stessa, la Signora prese la forma della Luna per simboleggiare la luce
tranquilla della sua perfetta pace, e il Signore prese gli ardenti raggi del Sole a simbolo
della forza del perfetto amore.
Una volta al mese, quando la Luna è piena, le streghe ricordano e celebrandole benedizioni
che la Madre ci elargisce. Evochiamo la sua energia perché ci aiuti a prenderci cura di noi
stesse, delle nostre famiglie, dei nostri amici dell’intero pianeta.
Quattro volte l’anno, mentre il Sole si muove nelle stagioni, le streghe celebrano le feste
del fuoco, onorando il Signore e il suo amore per noi.
Agli equinozi e ai solstizi, le streghe celebrano il ciclo della vita e i dono della Terra.
La Signora ha molti nomi (Iside, Astante, Bride, Diana, Aradia, e migliaia di altri), ed è
accanto e dentro ogni donna di qualunque razza.
Anche il Signore ha molte facce, dal poderoso Cernunnus al delizioso Pan. Ci protegge e ci
guida, e abita, in ogni maschio di qualunque razza.
Quando il tuono romba nei cieli e il fulmine scoppia, sono il Signore e la Signora che
danzano il mito divino della creazione; così ci ricordiamo di loro e sappiamo di non essere
soli. Quando il Sole sorge ogni mattina, ci rallegriamo del suo amore per noi; e quando la
Luna attraversa le sue fasi, comprendiamo il ciclo di nascita, crescita, morte e rinascita,
in quanto natura del genere umano.
Quando viene la nostra ora, le streghe passano nella Terra dell’Estate. Attraverso lo
Spirito che scorre nel Signore e nella Signora, qui impariamo altre cose sulla Musica
dell’universo per ritornare, una vita dopo l’altra, a servire i nostri fratelli e le nostre
sorelle.
In ogni vita, lo Spirito ci conduce attraverso varie esperienze di apprendimento,
preparandoci così per la nostra missione individuale. A volte rinasciamo già tra i nostri
simili, altre volte dobbiamo invece cercare la nostra famiglia spirituale. Molte di noi non
ricordano la scelta fatta fino all’età adulta, mentre altre si ricordano spontaneamente
della loro eredità sin da quando iniziano a pensare autonomamente. Noi siamo le streghe, le
rappresentanti dello sviluppo della conoscenza sul nostro pianeta. Siamo i Bambini
Nascosti, ritornati dalla morte. Siamo gente, il potere, il cambiamento, e ci siamo
incarnate in ogni razza e ogni cultura. Siamo gli angeli della Terra.
(Silver Ravenwolf)

SWEET CHESTNUT

 

11SWEET CHESTNUT
Di Lelita Staffieri*

Le novizie in attesa di essere consacrate alla Dea erano radunate intorno alla polla sacra. La Sacerdotessa anziana le aveva condotte lì al calare del Sole. Era stato loro imposto il voto del silenzio. Già alle prime luci della Luna nascente le loro menti erano sgombre ed i loro sensi amplificati.

Di lì a poco la grande sacerdotessa le avrebbe guidate nel loro primo rituale. L’iniziazione da cui dipendeva la permanenza di ognuna sull’isola sacra, ma anche gli insegnamenti che avrebbero ricevuto dipendevano dai talenti che la Dea avrebbe attivato in ognuna delle fanciulle.

L’attesa le rendeva trepidanti e l’energia della prossimità alla fonte sacra le investiva ad ondate procurando loro brividi ed un leggero stordimento.

La Luna era ormai sorta e la grande Sacerdotessa accompagnata dai Druidi sarebbe arrivata a breve. I tamburi ed i canti delle sacerdotesse consacrate si facevano sempre più vicini. La vibrazione dei suoni si espandeva ad ogni corpo facendo trepidare la terra da cui emanava una forza primordiale crescente che si sovrapponeva al battito del cuore, al respiro, allo scorrere del sangue.

Quando tutto fu suono e vibrazione la Sacerdotessa comparve accanto alla polla sacra indicando la prima fanciulla ed invitandola con un sorriso rassicurante, se pur austero, a raggiungerla.

Anja con riverente emozione la raggiunse non rendendosi conto di aver smesso di respirare. Un senso di anticipazione la turbava un poco, cosa che non sfuggì alla Sacerdotessa che le prese dolcemente il mento in una mano, le soffiò sulla fronte, e con l’altra mano le spinse il diaframma. Il suo sguardo fisso in quello di Anja, che riprese a respirare come fosse emersa dalla sua apnea dai fondali marini. Non riusciva a distogliere lo sguardo dagli occhi della Sacerdotessa. Le pareva di sprofondare in un vortice sempre più luminoso, sempre più profondo e caldo, tanto caldo e profumato. Sì profumato di fiori. A quel punto udì nella sua mente la voce della Sacerdotessa che le suggeriva di ascoltare. Allo stesso modo le rispose:

“Sì, mia Signora, ti ascolto, ti sto ascoltando. Parlami, guidami.”

“Non me. Devi ascoltare la Sua voce. La voce della Dea. Ti parlerà attraverso un fiore. Scegline uno. È il consiglio della Dea per te. Ascolta la voce del tuo fiore, ti guiderà” rispose la Sacerdotessa, che interrotto il contatto con Anja, le indicò la sacra sorgente.

Anja vi si accostò sporgendosi, inebriata dal crescente profumo di fiori. Con grande stupore si rese conto che la polla era colma di fiori. Erano tanti, tutti bellissimi e profumatissimi. Decise di chiudere gli occhi e di scegliere il suo fiore lasciando che questi in qualche modo venisse a lei. Si abbandonò completamente, lasciando che la mente fosse pronta a cogliere un segno, i suoi sensi a captare una qualsiasi forma di risonanza. E avvenne. Riuscì ad isolare tra tanti quell’unico profumo, lo inspirò con tutto il suo essere fino al punto di fondersi con esso, e nel silenzio creato da quella connessione percepì distintamente una voce manifestarsi nella sua mente, nel suo ventre, nel suo cuore.

“Manifesto la Dea nascendo da un castagno. Mi chiamo Castanea Sativa, ma sono conosciuta come Sweet Chestnut. Assumendo la mia essenza accederai al messaggio della Dea per te, oggi, ed alla sua guida. Le porte della tua anima si spalancheranno rivelando l’assoluta verità del tuo essere. Non temere, ed abbi coraggio, perché non c’è viaggio senza vista. Se sei pronta ad accogliermi, avvicinati. Quest’acqua sacra è intrisa della mia essenza, ne reca l’informazione energetica che trapasserà dal mio spirito al tuo. Accogline la vibrazione, io risuonerò con la parte di te che ha bisogno del principio positivo di cui sono portatrice. Bevi, e lascia che io penetri nei recessi più profondi del tuo spirito.
Ti rivelerò ogni cosa di te, affinchè tu possa procedere con più leggerezza e luce nel tuo cammino e nella tua permanenza su quest’isola, e affinchè tu possa essere introdotta nello studio dell’antica conoscenza”.

Così si espresse lo spirito del fiore rivolgendosi intimamente ad Anja. La novizia aveva le gambe paralizzate, non per effetto del freddo, bensì per il suo timore di dover guardare dentro il suo ben celato dolore, dentro la sua anima piegata da troppi venti. Desiderava che qualcosa accadesse, non importava che fosse dirompente al punto di finirla o che fosse tanto devastante da riaccendere la fiamma della speranza e della gioia. Desiderava che quello stato di semimorte finisse. Fu questo a condurla al pozzo sacro, nonostante i suoi arti fossero immemori di quei lunghi passi esitanti. Bevve, bevve fino a bagnare la sua candida veste di novizia, reidratando il suo deserto interiore. Abbandonata ogni resistenza si inginocchiò, levò il viso alla Luna e tra lacrime strozzate disse:

“…E sia. Ecco chi sono. Ecco cosa ne è stato di me!”

“Piangi, figlia. Riversa su questo sacro suolo tutte le lacrime del tuo dolore antico. Sei stanca. Troppo a lungo hai al mondo serbato la morte di una parte di te, dignitosamente. Accetta di esprimere lo stremo delle tue forze. Vedo… che senti di non poter sopportare oltre. Senti che questa angoscia non ti appartiene e non vorresti più abitarla. La tenacia con cui le hai opposto speranza, perseveranza e gioia ora soccombe sotto il peso di eventi più grandi di te. E’ vero. Questi eventi però, non sono realmente più grandi del tuo spirito guerriero. Sono solo grandi forze che ti stanno opponendo, o proponendo, un cambiamento enorme, radicale, in un modo dirompente. In questa buia notte dell’anima tu stai già rinascendo come una Fenice dalle sue stesse ceneri. Stai attingendo ad una luce da te stessa generata per orientarti. Nessun faro esterno per te stavolta, perché tu non credi più in nessun faro esterno a te. Non vedi che proprio in questo sta il grande inizio, il grande cambiamento che la tua anima anela? Non ti accorgi che stai sperimentando la regia della tua vita che reclamavi assumere? Non è facile, certo… Né sempre ci riesci. Ed ogni volta che ricadi senti esaurire le ultime riserve di forza. Non cedere proprio adesso! Sei sul sentiero giusto per te, e nella giusta direzione. Se ti centri e rimani imperturbabile in questa verità, fidandoti nuovamente della tua intuizione e della mia voce, saprai attingere anche a quell’altra certezza che si è spenta in te: quella di essere amata e sostenuta. Non sei sola, e non lo sei mai stata. La Dea e le tue guide hanno sofferto con te, ma hanno dovuto lasciare che fossi tu a rinascere, fidandoti ancora. Presto, figlia! Nuove grandi forze ti sosterranno anziché osteggiarti, soffiando venti di leggerezza. Le tue vele ne saranno spinte agevolando la direzione del tuo timone. Naviga le tue acque! Sei qui per non dimenticare chi sei, per ricordare il tuo compito e, soprattutto, per realizzarlo. Manifestando chi realmente sei, manifesterai l’amore della Dea. Desideri compiere questo viaggio con il mio aiuto, figlia?

“Sì. Sì! E’ questo ciò che voglio. E’ questo tutto ciò che voglio! Aiutami…”, furono le uniche parole di Anja, prima che bevesse ancora quell’essenza straordinaria che le stava dando speranza, nuova luce e leggerezza d’animo per riprendere il suo viaggio.

 (http://www.ilcerchiodellaluna.it/central_Gaia_AVSweetChestnut.html)

avalon

La leggenda della Lupa Piena

‎”In una calda notte di luglio di tanto tempo fa un lupo, seduto sulla cima di un monte, ululava a più non posso.

In cielo splendeva una sottile falce di luna che ogni tanto giocava a nascondersi dietro soffici trine di nuvole, o danzava tra esse, armoniosa e lieve.

Gli ululati del lupo erano lunghi, ripetuti, disperati. In breve arrivarono fino all’argentea regina della notte che, alquanto infastidita da tutto quel baccano, gli chiese:

– Cos’hai da urlare tanto? Perché non la smetti almeno per un po’?-

– Ho perso uno dei miei figli, il lupacchiotto più piccolo della mia cucciolata. Sono disperato. Aiutami! – rispose il lupo.

La luna, allora, cominciò lentamente a gonfiarsi. E si gonfio, si gonfiò, si gonfiò, fino a diventare una grossa, luminosissima palla.

– Guarda se riesci ora a ritrovare il tuo lupacchiotto – disse, dolcemente partecipe, al lupo in pena.

Il piccolo fu trovato, tremante di freddo e di paura, sull’orlo di un precipizio. Con un gran balzo il padre afferrò il figlio, lo strinse forte forte a sé e, felice ed emozionato, ma non senza aver mille e mille volte ringraziato la luna. Poi sparì tra il folto della vegetazione.

Per premiare la bontà della luna, le fate dei boschi le fecero un bellissimo regalo: ogni trenta giorni può ridiventare tonda, grossa, luminosa, e i cuccioli del mondo intero, alzando nella notte gli occhi al cielo, possono ammirarla in tutto il suo splendore.

I lupi lo sanno.
E ululano festosi alla luna piena.”

 

 

Nel giardino della Dea

Nel giardino della Dea 

“Nel giardino della Dea

Un sacerdote e una sacerdotessa furono chiamati al tempio della Dea. In un grande cerchio nel mezzo della foresta fitta di alberi essi innalzarono i loro pensieri al Cielo e richiamarono i sacri nomi, implorando udienza nientemeno che con la Signora in persona.

La Dea apparì dinanzi a loro, scegliendo la forma delicata di una donna nuda, formosa, con capelli disordinati aggrovigliati con rovi e spine, fiori intrecciati attorno alle sue caviglie e polsi, una luna crescente tatuata sulla fronte.

Luccicante e splendida da ammirare, la Dea si avvicinò al sacerdote e alla sacerdotessa, sorridendo a loro con un’espressione luminosa come i raggi del Sole, delicata come la soffice luce della Luna. Davanti a loro la Dea era, alta e imponente, eppure così dolce e amichevole.

“Chi ha bisogno di me?”

Il sacerdote e la sacerdotessa schermarono i propri occhi dallo splendore. “Ti abbiamo chiamata, Grande Madre, dalle profondità del cielo, perché abbiamo bisogno di conoscere il nostro scopo nella vita. Dicci, Grande Madre, in cosa possiamo servirti?”

La figura della Dea acquistò in magnificenza e sembrò che la sua luminosità crescesse all’infinito. Ella allargò le braccia, come per abbracciare, e si indirizzò ai sui figli con voce amorosa e compassionevole. “Voi mi avete chiamato nelle lingue sacre dei vostri antenati. Voi vi siete avvicinati a me nel cerchio sacro immerso così profondamente nel mondo naturale per vedere il mio volto. Voi mi avete amato in modo così puro dalla più remota profondità del vostro cuore. Così io sono venuta davanti a voi ad illuminare le vostre menti e farvi sapere che la vostra vita non è stata invano”.

“Tutto il mondo è il mio corpo, e tutto il mio corpo è un tempio, risuonante di milioni di voci, ognuna delle quali è la mia voce, e milioni di sentieri, ognuno dei quali conduce a me. Ognuno di voi sarà una luce nel mio tempio, nessuna più luminosa di nessun’altra; ognuno la sua propria luce, ognuno la sua propria fiamma. E tutti assieme illuminerete tutto il mondo, e penetrerete con la luce anche nei luoghi più oscuri, in modo tale che anche le ombre riluceranno della mia gloria. Perché io sono la Grande Dea, la Custode del Cielo e della Terra, colei nota con diecimila nomi”.

Il sacerdote coprì la sua faccia e cadde sulle ginocchia davanti alla gloria della Dea, ma la Dea rise e gli ordinò di alzarsi. “Perché ti inginocchi a me, figlio mio?”.

Il sacerdote, umile di fronte alla presenza divina, abbassò la sua testa con reverenza. “Grande Madre, io sono umile di fronte a te perché tue sono la forza e la gloria e io sono solo un tuo servo”.

Ma la Dea rise divertita e carezzò sulla guancia il suo servo. “Io sono la stessa Dea che hai conosciuto nelle querce che perdono le loro foglie nella durezza invernale. Io sono la stessa Dea i cui occhi vedi rispondere al tuo sguardo quando lo incroci con quello della tua amante. Io sono la stessa Dea che ti bisbiglia nell’orecchio con voce portata dal vento. E dimmi, mio sacerdote, ti inginocchi forse dinanzi a queste cose, o le fronteggi con orgoglio, accettandole con gioia nel tuo cuore?”.

Il sacerdote fu toccato da questa rivelazione, ma la confusione ancora era in lui. “Ma Signora, queste cose che hai menzionato – la quercia che muore, l’amante che può smarrirsi e il vento che strazia il mare, divorando le navi che solcano le acque – queste cose sono volubili e momentanee. Come puoi dirmi che tu, infinita ed eterna, puoi essere rappresentata da queste cose?”.

La Dea sorrise al suo sacerdote e gli indicò il Sole. “Il Sole dà la luce al tuo mondo, il calore che gli occorre per portare la vita in tutti quelli che abitano sulla sua superficie. Eppure, anche il Sole un giorno si dissolverà, e il tuo mondo con esso. Ma ora, in questo momento, il Sole è il mio ambasciatore. È un ambasciatore meno importante semplicemente perché un giorno svanirà? Pensa alla mia gloria in questo modo – semplicemente come la fine di un momento del tuo piacere. Se io mi rivelassi a te come sono, tu non comprenderesti, e il mio splendore e la mia gloria, che io condivido con tutti i miei figli, sarebbero perduti”.

La sacerdotessa alzò le sue mani, il suo sguardo rivolto verso la Dea, compiacendosi della luce e dello splendore della sua presenza. “Grande Madre”, sussurò, “Cosa dovremo dire a chi ci chiederà chi ci manda?”.

La Dea ci pensò su un attimo, poi rispose solennemente, “Dite loro che siete stati mandati dalle profondità della Terra e dalle altitudini del Cielo. Dite loro che la vostra Dea è l’amore e la luce della vita. E dite loro che io sono dinanzi a voi con innumerevoli apparenze”.

La sacerdotessa tremò pensando a ciò che sarebbe stato. “Ma cosa risponderò a chi dirà che il tuo è un sentiero di oscurità?”.

A questo la Dea alzò la testa e si fece una grassa risata. “Dite loro che la mia mano destra è la luce e che la mia mano sinistra l’oscurità, e che io non taglierei mai la mia mano sinistra come non taglierei mai la destra. Dite loro che entrambe le mani sono necessarie per sostenere il mondo e che la mia mano sinistra scherma il mondo dall’accecante splendore della destra”.

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