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Archivio per la categoria ‘Il Re Pescatore’

Perceval, la ricerca del Graal ed il Re Pescatore (4)

 

l Graal, la coppa, la ferita, la misura, lo spazio,
la domanda e il ventre femminile…
Testo e Ricerca di Anna Pirera

Del Graal si è parlato forse più di ogni altro simbolo:
esso ha affascinato pittori, poeti, studiosi, maghi, cavalieri, uomini e donne in un modo o nell’altro coinvolti nelle molte vie della sua Cerca. Multiforme e molteplice, esso è un archetipo inesauribile, come inesauribile è il suo Dono.

Incantata dal suo potere, dalla sua infinita potenza simbolica, ho incontrato il Graal in molte forme sul mio cammino ed è stato il più delle volte, prima ancora di sapere come e perché, attivatore di guarigione per me e per le persone che nel lavoro con me lo hanno evocato.

Vorrei qui offrire in ringraziamento alcuni spunti riflessivi, alcune immagini o suggestioni,
che hanno trovato eco nella mia e nelle loro storie.

 

Nel segno della Coppa
In primo luogo, in primo piano, del Graal si impone al nostro sguardo la figura: splendida coppa,
contenitore, calice, il Graal è il segno e il simbolo del femminile dal tempo più antico e forse anche da prima,
da quel tempo prima del tempo da cui in seguito è sorto il nostro tempo storico.
Secondo alcuni, lo vedremo, il Graal porta a noi il suo mistero dalle ere più antiche, dai tempi della mitica Atlantide e dalle lontane civiltà che avrebbero preceduto l’era preistorica. O da ancora prima, dalle origini della manifestazione….

Coppa, ho detto, contenitore: il Graal, prima di essere calice, prima di ergersi, prima di entrare in relazione con la mano umana, era infatti la coppa, il calderone. E alle sue origini esso era forse luna crescente, puro segno del concavo, quell’apertura e contenimento in uno, origine e fine della vita, fonte eterna, luogo in cui ogni cosa, ogni vita, può trovare senso e riposo.
Come nelle coppelle, nelle concavità naturali delle pietre, così sacre, così semplici, così eterne.

Ventre della Dea, segno del Femminile Sacro, il calderone-coppa era nel tempo antico inesauribille sorgente di nutrimento, trasformazione e rigenerazione. E lo stesso ventre della Dea si manifestava nelle coppelle e nei pozzi, luoghi da sempre sacri, simboli della forza della vita convogliata al centro e riofferta al mondo.

L’acqua piovana, primo contenuto del graal-coppa, si raccoglie nelle coppelle scavate nella pietra e diventa sacra espressione della fertiltà della terra, acqua nel grembo della Madre, potenza di guarigione, nettare, lacrime e latte dell’Antica Dea.
L’acqua sorgente dalla terra, l’acqua nei pozzi, era per gli antichi quell’acqua sacra che attraversa i mondi, che proviene dal cosidetto Altromondo, che muove dal ventre profondo della Madre per affiorare nel nostro mondo a dissetare Vita.

Di questa connessione profonda fra acqua e terra il Graal sarà sempre portatore, nella relazione di forma – terra e contenuto acqua, anche quando essa sarà l’acqua-luce della fonte spirituale.

Il Graal e la sua Cerca

Il Graal come lo conosciamo oggi fa la sua comparsa nella letteratura europea intorno al 1200, negli scritti di Chretién de Troyes, ritenuti da molti una trascrizione di ben più antichi racconti e leggende.
Nel cosidetto Ciclo Bretone, un gruppo di testi apparsi negli stessi anni, esso prende corpo e diventa un fulcro attorno a cui ruotano le vicende dei molti, un fulcro luminoso, misterioso e inafferrabile.

Esso è l’oggetto della Cerca, la ricerca, lo scopo che muove. Il Graal e il Re Pescatore, il Re ferito presso cui il Graal dimora, restano sostanzialmente immutati nei numerosi romanzi del ciclo (anche se, lo vedremo, il Graal diviene oggetto di una interpretazione cristiana del suo misterioso potere), mentre le vicende della Cerca si arricchiscono, i personaggi mutano, si moltiplicano, cambiano nomi e storie.

Cominciamo dunque il nostro viaggio nel mondo del Graal seguendo la storia narrata da Chretién nel Perceval:

Era il tempo in cui gli alberi fioriscono, gli arbusti si coprono di foglie, i prati verdeggiano,
gli uccelli cantano all’alba nel loro dolce linguaggio e tutte le cose si infiammano di gioia…

Come in ogni inizio, e il Graal è per essenza un inizio, siamo nel tempo in cui la vita rinasce, nel tempo della gioia.
La storia comincia dalla Terra, dal tempo della rinascita nella terra.
Fin da subito, è il femminile a trasmettere il senso della storia. Terra – pare – è un termine che in tutte le lingue è declinato al femminile.
E al punto di partenza troviamo, naturalmente, la madre nelle figura della mamma di Perceval, il protagonista.

Molta parte dei racconti del Graal ha a che vedere con il maschile, il femminile e la giusta relazione fra loro.
Se guardiamo all’antico simbolismo della coppa poco fa descritto, viene da chiedersi come dal femminile – la coppa – sia sorto il maschile – il calice, il Graal. E la vicenda narra anche di questo. E di come essi infine siano uno.

Perceval, l’eroe, lascia la madre e si mette in viaggio, è giovane e sprovveduto e dipende dai consigli di figure più anziane di lui, non avendo in sè altro che un barlume di consapevolezza, quella piccola luce che appunto lo muove al viaggio, all’andare verso il suo destino.
Dopo alcune vicende che lo vedono tra l’altro agire in un modo sciocco con una dama fino a comportarsi in modo insultante nei suoi confronti, incontrare l’Amore e allontanarsene troppo presto per poi perdersi lungo la via, Perceval giunge ad un fiume profondo. Al centro del fiume naviga una barca da cui un pescatore gli indica la strada per trovare la casa del Signore di quelle terre.
Giunto alla dimora, Peceval si trova alla corte del Re ferito, il Re Pescatore, e conversa con lui mentre il re è sdraiato sul suo letto, ferito alla coscia di una ferita da cui non guarisce. In quel mentre, Perceval assiste con stupore ad uno spettacolo straordinario:

… arrivò a corte un valletto con una lancia bianca.
Una goccia di sangue colava dalla punta fin sulla mano del valletto.
Il giovane rimase a bocca aperta a tale vista e si trattenne dal domandarne ragione…
A questo punto arrivarono altri due valletti, con in mano candelieri d’oro fino.
In ogni candeliere bruciavano dieci candele.
Una fanciulla entrò insieme a loro reggendo fra le mani una coppa.
Al suo apparire si diffuse una luce sì grande che le candele persero chiarore,
come le stelle quando si leva il sole.
Dietro di lei un’altra damigella recava un piatto d’argento.
La coppa era fatta dell’oro più puro ed era ricoperta dalle pietre più preziose.
Come la lancia era passata davanti al letto dove sedeva il vecchio signore,
così passarono le damigelle andando da una stanza all’altra.
Il giovane le vide passare, ma a nessuno osò domandare il significato di tutto ciò.
..

Per via della domanda non formulata, Perceval perde la sua occasione, si allontana dalla corte del Graal e non avrà modo di ritornarvi se non al termine di lunghi anni di sofferta ricerca.

Attorno alla coppa, il Graal, appaiono nell’episodio gli elementi ad esso strettamente connessi: la terra desolata, la ferita, la guarigione, la domanda, le due damigelle, la luce, l’oro e l’argento, il passare.
La terra del regno del re ferito è infatti una terra desolata, ci racconta la storia, una terra sterile.
Il re, il re pescatore, è ferito ad una coscia, una ferita che non può guarire come le altre solo nel tempo, una ferita spirituale, simbolo delle numerose ferite che ognuno di noi reca in sè, ferite che ci hanno allontanato dal flusso naturale dell’Amore che scorre in ogni vita.
E per tali ferite dell’Anima il Graal è Guarigione.
Ma la guarigione, per il re come per ognuno di noi, dipende da un passaggio essenziale, che sta nel porre La Domanda. Non può esservi guarigione se la domanda non viene posta.
Due damigelle, due fanciulle portano la Coppa d’oro e il Piatto d’argento.
Dalla Coppa, dal Graal si sprigiona una luce ultraterrena.
E, infine, il Graal si presenta come qualcosa che passa, una processione. Si viene a sapere poi che tale processione avviene ogni giorno. Come a dire: il Graal è sempre presente, l’incontro con lui ogni giorno possibile. E’ sempre oggi.

Erede del calderone, il Graal è guarigione in quanto potenza trasformativa, rigenerazione, rinnovamento.
Come ognuno di noi sa, ogni ferita, quando è ferita interiore, reca con sè dolore anche nelle nostre relazioni, nel nostro mondo. Se il re è ferito, la sua terra è desolata, sterile. La Guarigione interiore comporta dunque anche la guarigione del nostro regno, delle nostre relazioni, del nostro vivere nel mondo.

Nel Graal si congiungono elementi che riguardano la guarigione di ciascuno di noi singolarmente ed elementi che riguardano la guarigione della Terra Madre e della Vita nel senso più ampio. Il Graal ci parla delle connessione profonda fra la nostra guarigione individuale e la Guarigione collettiva della Terra. Ancora più fortemente, il Graal racconta l’essere una sola cosa la guarigione dell’uno e quella del mondo.

L’unità di guarigione individuale e guarigione della Terra era una cosa ben nota nel tempo più antico, nell’epoca neolitica e forse ancora da prima, ed era simbolicamente rappresentata dal Matrimonio Sacro del re con la sua terra, quel rito che sanciva il legame d’amore e la promessa che uniscono la Terra al suo Re. L’antico hyero-gamos greco nel mondo del Graal era celebrato fra il Re Cervo e la Sacerdotessa-Terra e rinnovava nel rito annuale questo patto.
In esso il Femminile divino si univa al Re offrendogli la Sovranità, quel Trono che nelle sue lontane origini altro non era se non il grembo della Dea.

Il legame fra la Terra ferita, il femminile, il calderone della rigenerazione e il Graal viene raccontato in alcune storie che possono essere considerate antefatti e precedenti delle vicende del Graal.

Il calderone di Bran nel Mabinogion.
Nella mitologia irlandese e nei testi più o meno coevi al Perceval raccolti nel Mabinogion – anch’essi elaborazione scritta di precedenti tradizioni orali – appaiono gli elementi della coppa-calderone e del piatto, entrambi associati ad un eroe di nome Bran.
Vi compare infatti, collegato a Bran, il “calderone della rinascita” con funzione rigenerativa: i guerrieri morti che vi vengono gettati al cader della notte, la mattina seguente risorgono. Nel calderone, ventre del femminile, la vita si rigenera, così come la vita vegetale rinnova la sua nascita in primavera dopo aver riposato nel ventre della Madre Terra durante il tempo invernale.
Bran possedeva secondo le leggende anche un piatto straordinario, tale che qualunque cibo si desiderasse, subito lo si otteneva.
Fonte di nutrimento e soddisfazione di ogni desiderio, esso svolgeva la funzione del femminile che nutre la vita e offre alimento all’anima come al corpo.

Le damigelle dei pozzi
Prima della storia narata da Chretién, si svolgono le vicende di uno scritto di poco posteriore al Perceval, giunto a noi col nome di “L’Elucidazione”. Una delle storie in esso narrrate è per noi il simbolo del ponte che dalle antiche coppelle e dalle acque sacre reca al Graal.
In esso si narra di un tempo di rovina, in cui la magia del femminile era violata e incompresa, e la terra desolata.

Il regno volse in rovina, la terra divenne secca e sterile tanto che non valeva più il prezzo di due noci.
Perdute erano le voci dei pozzi e delle damigelle che vi abitavano.
Esse svolgevano un tempo questo servizio, che se un viandante desiderava cibo e bevande
bastava che lasciasse la strada e cercasse uno di questi pozzi,
e immediatamente senza neppure dire che cosa gli piacesse se ne poteva disporre; bastava chiedere.
Infatti da uno di essi usciva una damigella, che più bella non si poteva immaginare,
recando in mano una coppa d’oro con dentro carne lardellata e pane,
mentre un’altra damigella portava una candida tovaglia e un vassoio d’oro con il cibo ch’egli aveva chiesto…
Tale splendida accoglienza si riceveva a quei pozzi…
e le damigelle con grazia e letizia servivano tutti coloro che ai pozzi venivano.

Anche qui la coppa e il piatto, e le damigelle in coppia, come nell’incantata processione.
Del femminile il numero è il due, come nelle raffigurazioni dell’antica Dea, quando il potere del due, il potere del doppio, era potere della generazione, della Madre-Figlia che perpetua la Vita come ci mostrano le raffigurazioni neolitiche.
E anche qui acqua e nutrimento, soddisfazione dei desideri e dei bisogni di ognuno, sgorgano dai pozzi – dai ventri – del femminile.
Di quei tempi perduti resta solo la nostalgia.
Resta Il ricordo di quando dal ventre della terra, dai pozzi, sorgevano le acque fertili a placare la sete e il cibo a placare la fame dei viandanti.
Resta Il ricordo della sacralità della fonte da cui sgorga il liquido del piacere, di cui le damigelle di indicibile bellezza sono il simbolo, da cui proveniva ogni vita e fertilità e gioia in tutto il regno.
Come nella Storia, è stata la violenza a generare la frattura:

Il re Amangons, crudele e vile di cuore, per primo infranse la consuetudine dei pozzi,
e molti altri poi fecero lo stesso seguendo l’esempio del re,
che aveva invece il compito di difendere le damigelle e tenerle sotto la sua protezione.
Il re violò una damigella privandola, col di lei duolo, della verginità, e la privò anche della coppa d’oro…
in cui si fece servire il cibo d’ora in avanti…
Ma da quel giorno la damigella non uscì più dal pozzo per servire chi là venisse a chiedere nutrimento,
e anche tutte le altre damigelle servirono il cibo senza più farsi scorgere.

E proprio perché molti altri uomini del re seguirono l’esempio del re, e poiché tutti i pozzi vennero violati,

Il regno cadde in tale desolazione che nessun albero metteva più le foglie.
Seccarono i prati ed i fiori, e i corsi d’acqua inaridirono.
E da allora nessuno potè più trovare la corte del Ricco Pescatore,
che era solito riempire la terra dello scintillio dell’oro e dell’argento…

Perdute sono dunque le voci dei pozzi, le voci dell’anima cui non viene più dato ascolto, le voci del femminile nel mondo come in ognuno di noi.
Perduto il rispetto dell’intimità sacra, perché dove vi era sorgente di vita, nettare e piacere, la violenza ha portato aridità, secchezza, sterilità

Quante volte l’aridità e la secchezza, di umidità e di piacere, ci parlano in una donna di una intimità violata? Troppo spesso, ahimé.
Quante volte l’aridità del cuore ci parla del femminile interiore violato, del sentire violato, anche nel maschile? Perché ogni volta che ha luogo una violenza, essa ferisce anche il feritore di una ferita che non può guarire.

La Guarigione e la domanda


Un punto molto importante nella storia del Graal è connesso al fatto che l’eroe deve porre La Domanda.
Come in ogni buona storia, anche nelle vicende del Graal un elemento resta aperto, ambiguo, inspiegato. Tale apertura, tale ambiguità, è connessa con la domanda. Il Graal, anche quando raggiunto, resta legato ad un elemento attivo, trasformativo della coscienza.

Se il racconto di Chretién è incompiuto – termina prima che la Cerca abbia fine, altri hanno offerto conclusioni alla vicenda del Graal, in cui l’eroe, Perceval, Parsifa, Galahad e gli altri nomi che egli prende nelle diverse versioni, giunge infine a ritrovare il Graal.
Ma il successo, sappiamo, dipende dal porre una domanda – non una domanda qualsiasi – la domanda che apre la soluzione.

In ogni storia di guarigione, così tanto dipende dal porre domande, dal coraggio di porre domande, dal coraggio di superare la vergogna (a Perceval era stato detto che non era conveniente porre domande) che il domandare comporta.

Il domandare nomina, addita e svela: la ferita del re, la goccia di sangue della lancia, il mistero, la luce ultraterrena. Occorre anche vedere la ferita, sapere che non cessa di sanguinare, prendere atto della terra desolata, rompere il muro dell’omertà – si direbbe oggi.
Anche il questo caso, in ognuno di noi c’è l’esperienza che la domanda – quando è la domanda giusta – porta con sè, in uno, la risoluzione.

E sulla Guarigione spirituale, sul Graal, la domanda, come ci è giunta, è ambigua, doppia, bifronte:

“Chi serve il Graal?”

Il mistero del Graal si connette al mistero su chi giunge a lui: è egli il servitore del Graal o colui che dal Graal viene servito, colui che da esso si abbevera?

Nell’identità di Guaritore e Guarito, di servitore e servito, il Graal ci conduce infine al centro del mistero della Guarigione, dove inizio e fine coincidono.

La Guarigione, la domanda e l’altro
E ‘importante il fattto che, come hanno sottolineato molti, il Graal ci pone di fronte al nostro rapporto con il Femmnile Sacro, da cui siamo nutrite e che nutriamo in noi e/o nel femminile intorno a noi.
La ferita porta con sè l’impossibilità di attingere alla fonte di nutrimento, così come nella terra sterile e desolata non scorre più l’acqua di vita. Abbiamo bisogno che un altro veda e domandi di tutto ciò. Lo sguardo dell’altro, che vede, e il suo dire, la domanda, riconnettono, liberano il re e la sua terra e il cibo dell’anima viene nuovamente offerto dalla fonte dell’abbondanza.

L’ingresso del Cristianesimo e le infinite interpretazioni
Un capitolo va dedicatao alle vicende simboliche del Graal con l’ingresso, avvenuto molto presto, del simbolismo cristiano nella sua storia.
Come molti sanno, il Graal venne inteso da Chretién in poi come il calice usato da Gesù nell’ultima cena, quello stesso in cui Giuseppe di Arimatea avrebbe poi raccolto il Suo sangue versato nella crocefissione. Il Graal diventa il Santo Graal. Il Sang Reel, il sangue Reale, il sangue di Cristo, che in francese si sovrappone al San Greel.
E Giuseppe di Arimatea stesso avrebbe portato con sé il Santo Calice nel suo viaggio dalla Palestina fino all’isola di Avalon, dove – dicono i racconti, ma non vi sono prove storiche – fondò il suo primo centro di diffusione del cristianesimo.
Dal punto di vista storico, è da segnalare peraltro che nei più di 1.000 anni trascorsi dal tempo di Gesù alle narrazioni del ciclo del Graal, non vi è praticamente traccia del Santo Calice nella letteratura cristiana. Esso scompare dopo i vangeli e riappare appunto nel 1.200.

In quell’epoca dunque la base originariamente pagana dei romanzi del Graal subì con l’ingresso del simbolismo cristiano una trasformazione il cui significato in realtà non è mai stato a fondo chiarito.
Quale reliquia misticamente collegata a Gesù, il Graal diede origine a una quantità di romanzi o lunghi poemi narrativi che, ancora oggi, accendono la fantasia. Nonostante la disapprovazione della Chiesa, questi romanzi fiorirono per quasi un secolo e diedero origine a un vero e proprio culto in un periodo contemporaneo alla massima espansione e potenza dell’Ordine dei Templari.
Dopo una pausa di un paio di secoli, le vicende del Graal divennero nuovamente oggetto di narrazione, nell’intrecciarsi del ciclo del Graal con il ciclo di Artù. Il Graal figura qui come l’oggetto della cerca dei cavalieri della Tavola Rotonda

Il Graal diventa, come è consono alla sua essenza, fonte illimitata di ispirazione e continuerà nei secoli a dar luogo a interpretazioni, racconti e connessioni simboliche, inesauribile.
Abbastanza interessante per noi è il fatto che ogni linea interpretativa tende a presentare se stessa come detentrice dell’autentico ‘significato’ del Graal, quando non – direttamente – come detentrice del segreto luogo di custodia del Graal. Se rammentiamo la domanda, la risposta e la Guarigione, possiamo forse comprendere come ad ogni ‘domanda’ il Graal offra la sua ‘risposta’, fonte di guarigione e di senso. Dimenticando probabilmente che il Graal è in primo luogo esperienza, molti hanno creduto ahimé di poterlo trasmettere attraverso la sua interpretazione.

Diventando il calice di Gesù, il Graal viene ad essere compreso in connessione con figure maschili: non solo Gesu, ma anche colui che raccoglie il suo sangue, sono figure maschili. Ed entra in relazione, come dicevo all’inzio, con la mano che lo tiene. Un calice usato, nell’ultima cena, tenuto in mano da Gesù e dai suoi discepoli, e poi ancora tenuto in mano per raccogliere. Nel cristianesimo in effetti la compassione, sentimento femminile, è attribuita al Cristo.

Il filone cristiano porta anche con sè l’enfasi sui temi della Compassione e del Sangue che guarisce, temi antichissimi già connessi alla coppa-calderone. Accanto al calderone, la lancia e la sua goccia di sangue già portavano il legame fra i due sangui: il sangue della ferita, che scorre inarrestable, e quello della guarigione, il sangue della Passione-Compassione. Come in omeopatia, il simile guarisce il simile.

Ed è infine il sangue che – non va dimenticato – echeggia il sangue di Vita che scorre dal ventre della Dea

Come tale il Graal-Sangue Reale diventa in alcune interpretazioni moderne oggi assai famose – vedi il bestseller “Codice da Vinci” – la linea di sangue di Gesu, che alberga nel ventre di Maria Maddalena incinta. Una di quelle ‘storie parallele’ che dai Catari a oggi è scorsa nei secoli sul filo di testi più o meno esoterici.

Il Graal torna qui ad essere identificato col luogo del femminile, col mistero della vita che nel ventre della Maddalena si forma.

La Conoscenza
Alla Guarigione, al Nutrimento,
si associa nel simbolismo del Graal la Conoscenza, la Sapienza.

Forse erede dell’antica Sapienza
dei Misteri femminili, di cui le dame portatrici del Graal sono il segno, esso reca all’eroe quella
Conoscenza che non è di tipo intellettuale, quella Conoscenza
che è esperienza, iniziazione, illuminazione mistica, e come tale viene descritta e rappresentata da narratori e pittori.

Anche come fonte di conoscenza assoluta, il Graal dà luogo a innumerevoli interpretazioni nelle diverse tradizioni iniziatiche in cui si intrecciano trasformazione
alchemica e Rivelazione sapienziale.

In altri percorsi, viene assimilato alla Pietra Filosofale.

Da contenitore magico a misura
E concludiamo questo viaggio, con un salto di molti secoli, con la visone magico-esoterica che del Graal hanno oggi ricercatori spirituali che lavorano a cavallo fra antichissime tradizione e moderna esperienza, quali sono i damanhuriani. Il Graal è da loro considerato uno degli oggetti salvati dai tempi della mitica Atlantide:

“Se il ricettacolo, il crogiolo, il calderone è l’aspetto più noto del Graal, il Graal stesso non è un contenitore fisso, quanto piùttosto qualcosa che può passare da un contenitore all’altro non nel modo in cui passa un contenuto, ma pittosto in un modo simile a quello con cui l’anima passa da un corpo all’altro…
Questa Forza, questa energia esiste oggettivamente – anche se è un simbolo che anche un individuo può portare – e in certi momenti può essere “ospitata”. Moltissimi quesiti sono nati attorno alla magica figura del Graal, alla sua ubicazione, alla sua forma, alla sua funzione, ecc. Si è cercato di  scoprire se il Graal esista fisicamente, proprio come oggetto, o se la sua sia soltanto un’esistenza simbolica…
Il Graal esiste fisicamente anche se la sua forma è mutevole. E’ una una forza benefica enorme, una “macchina” raffinatissima dal punto di vista magico. L’oggetto il Graal, o meglio la forma, che abbiamo visto essere all’origine delle storie del Graal, è uno strumento particolarmente importante e quindi ha un notevole valore in magia. ..
La sua funzione è quella di essere l’archetipo dei contenitori di energia; praticamente è una misura fissa.
Il Graal è un contenitore, una particella misurabile di energia, quella che può dare a sua volta la misura; è un minimo comune denominatore. E’ come un metro ed è anche una chiave che consente di trasmutare un’energia in un’altra.
E’ un contenitore che rimane sempre pieno. Il Graal è quel qualcosa, dal quale bevendo, attingi sempre la stessa quantità di energia. Però, la sua dose è ben definita, è perfettamente definita.

Il minimo comun denominatore, la misura fissa, che allo stesso tempo è mutevole, l’archetipo dei contenitori che può essere ‘ospitato’ da diversi contenitori ci riporta ai temi da cui siamo partiti, al femminile archetipico. Al contenimento femminile, a quel contenere che, se ha la giusta ‘misura’, è fonte di nutrimento che non si esaurisce, è quella forza infinitamente benefica da cui viene la Guarigione. E ogni ventre, misura diversa in ogni donna, è unità di misura contenente che ospita la forza che genera la vita.

Si dice, a Damanhur, del Graal che sia una forza animata, che chiama e parla a chi gli è accanto, regalando quei sogni guaritori, profetici, ispirati, quei sogni-medicina che non si scordano, poi. Non saprei dire se sia stato quello, ma ricordo nelle sue vicinanze di aver fatto uno di quei sogni speciali.

E si dice, del Graal che, come tutte le creature che hanno un certo grado di evoluzione, sia dotato anche di un notevole umorismo. Anche quanto il Graal rappresenta, può dunque essere umoristico. Non si può escludere che possa appunto apparirvi per strada, ma potrebbe essere un gioco, un invogliare, un suggerire quanto possa essere recepito, niente di più.

Sta a chi lo incontra il far coincidere le misure, porre la domanda, attivare la cerca…

Testo e ricerca di Anna Pirera per http://www.ilcerchiodellaluna.it

Fonti di ispirazione:

Il Linguaggio della Dea, M. Gimbutas, Neri Pozza
Passaggio ad Avalon, J.S.Bolen Piemme
Guarire con il Graal, John Matthews, Amrita

e, online:
http://www.ynis-afallach-tuath.com/
http://www.damanuhr.com/

http://www.ilcerchiodellaluna.it/central_Simboli_graal.htm

Robert de Boron

Il Libro del Graal

Giuseppe di Arimatea, Merlino, Perceval
A cura di Francesco Zambon
2005, 2ª ediz., pp. 343
isbn: 9788845919879
Risvolto
Poche storie sono state tanto feconde di sviluppi e hanno lasciato un’impronta così profonda e duratura come quella del Graal, il recipiente con cui Gesù celebrò il sacramento eucaristico e nel quale Giuseppe di Arimatea, suo primo custode, avrebbe raccolto il sangue del Salvatore dopo la crocifissione. E tuttavia pochi hanno una diretta conoscenza del testo fondatore del mito, quel Libro del Graal che è anche, in assoluto, il più antico romanzo in prosa della letteratura francese. Nella trilogia narrativa che lo compone – databile ai primissimi anni del XIII secolo e almeno in parte basata su alcuni poemi, giunti a noi frammentariamente, del borgognone Robert de Boron –, la vicenda del Graal assume il carattere di una vera e propria Storia della Salvezza, di cui sono protagonisti i membri di una stirpe eletta da Dio che si trasmette, insieme al sacro calice, una rivelazione esoterica riguardante i misteri più alti della fede. La reliquia verrà poi trasferita in Gran Bretagna, dove sarà al centro delle avventure dei cavalieri della Tavola Rotonda – e qui si staglierà la figura di Merlino, profeta del Graal e guida di re Artù –, per essere infine consegnata al suo terzo e ultimo custode, Perceval. La visionaria «teologia della storia» costruita da Robert de Boron resterà alla base dei vasti cicli romanzeschi composti successivamente – ma forse nessuno di questi attinge la densità simbolica e religiosa del Libro del Graal, che al tempo stesso incanta con una varietà di toni narrativi di sorprendente ricchezza.
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Perceval, la ricerca del Graal ed il Re Pescatore (3)

Perceval


NOTIZIE SULL’AUTORE

Come per la maggior parte degli scrittori del Medioevo, poco si conosce della vita di Chrètien de Troyes, il maggior poeta medievale prima di Dante. Gli elementi certi della sua vita sono dedotti dalle sue opere; il resto non sono che congetture costruite intorno a pochi dati sicuri.

Sappiamo che egli è nato nella Champagne, probabilmente a Troyes, verso il 1135. A giudicare dalla sua formazione culturale, da un passaggio del suo libro Lancelot e attraverso le sue nozioni geografiche pare che egli fosse un chierico, araldo d’armi e che avrebbe soggiornato in Inghilterra. Forse conobbe “il gran mondo” alla corte di Champagne e nella città di Troyes, dove due importanti fiere richiamavano mercanti e novellatori da ogni parte del mondo cristiano.

Chrètien de Troyes fu attivo alle corti di Champagne e di Fiandra tra il 1160 e 1190. Tra le sue mani il romanzo arturiano divenne una forma superiore di narrativa cortese, nella quale il poeta fuse i propri concetti etici con l’imitazione dei poeti latini, l’eredità delle chansons de geste e dei romanzi con una ricca raccolta di miti e di motivi che affondano le proprie radici nella cultura celtica della Bretagna insulare e continentale.

RIASSUNTO

“I Romanzi Cortesi”, scritto da Chrètien de Troyes, è una raccolta di cinque libri, in ognuno dei quali l’autore racconta la storia di cinque eroi medievali: Perceval, Ivano, Lancillotto, Cligès e Erec e Enide.

PERCEVAL (PARSIFAL)

Il romanzo, composto di 10.600 ottonari, è noto anche con il titolo di Perceval le Gallois ou le Conte du Graal (Parsifal il Gallese o Il racconto del Graal), dedicato a Filippo d’Alsazia, conte di Fiandra. L’opera, rimasta incompiuta probabilmente a causa della morte dell’autore, fu continuata e portata a un totale di 60.000 versi da altri poeti (un anonimo Wachier de Denain, Gerbert de Montreùil e Manessier). La materia del Perceval, l’ultima e la più celebre delle opere di Chrètien de Troyes, trovò inoltre numerosissimi imitatori e continuatori che la trattarono sia in poesia (da ricordare Robert de Boron, autore intorno al 1190 di un Joseph d’Arimathie ou Histoire du Graal) sia in prosa (come la raccolta più antica del Piccolo Santo Graal e quella ben più vasta del Grande Sacro Graal, nota anche sotto il nome di Lancelot-Graal, risalente al 1225 circa e comprendente cinque parti: La storia del Santo Graal, La storia di Merlino, Il libro di Lancelot du Lac, La ricerca del Graal e La morte di Artù) . Tutto questo materiale costituisce il cosiddetto “ciclo del Graal” che, iniziato appunto con il Perceval di Chrètien, trova ampia diffusione alla fine del XII e in tutto il XIII secolo. L’opera di Chrètien narra le avventure del giovane Perceval che la madre ha allevato in una foresta, ignaro della vita e del mondo, affinchè resti lontano dai pericoli della vita cavalleresca. Ma un giorno Perceval incontra alcuni cavalieri e, vinto dal desiderio di imitarli, decide di andarsene alla ventura. La madre ne morrà dal dolore. Perceval, nel suo errare, giunge a un castello meraviglioso dove vive il Re Pescatore: qui assiste a una strana processione in cui viene recata una lancia da cui cola del sangue e un Graal, un vaso così splendente “che le candele persero la loro chiarità come le stelle quando il sole si leva o la luna … Era di oro fino purissimo; pietre preziose erano incastonate nel gradale, di molte varietà, delle più splendide e delle più rare che in mare o in terra si trovino: superavano tutte le altre gemme, senza alcun dubbio, quelle del gradale”. Egli non osa chiedere spiegazione e il giorno dopo, al suo risveglio, tutto è sparito. Saprà in seguito che, se avesse posto qualche domanda, avrebbe conosciuto la felicità. Perceval continuerà il suo errare di avventura in avventura alla ricerca del Graal. Nelle altre opere del “ciclo del Graal” alla leggenda di Perceval si aggiungono e si intrecciano le vicende di altri eroi della Tavola Rotonda: Lancillotto, Merlino, Galvano, Bohort, ma tutti i loro sforzi per ritrovare il sacro vaso in cui Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo sono vani perchè essi vivono nel peccato. Solo Galaad, figlio di Lancillotto, l’eroe puro, ritroverà il Graal e ne potrà comprendere il mistero. Galaad morirà e svanirà anche tutto il mondo incantato di re Artù. Ispirato ad alcune leggende celtiche, il Perceval di Chrètien – ricco di valore poetico, di fantasia, di senso del fiabesco e del meraviglioso, scritto in stile prevalentemente agile e vivo – esprime non solo l’ideale del cavaliere semplice e puro di cuore ma, col suo giungere dall’infanzia alla maturità “attraverso amori, errori, delusioni e rimpianti … un drammatico senso della condizione umana che trascende la concezione cavalleresca e cortese della vita” (Viscardi). Solo con gli altri scrittori del “ciclo del Graal” la leggenda verrà a rivestirsi di un più accentuato simbolismo mistico e senso religioso, sicchè appunto il Graal sarà considerato come la sacra reliquia che servì alla celebrazione dell’Ultima Cena e in cui fu raccolto il sangue di Cristo, divenendo simbolo di santità e di purezza.

IVANO O IL CAVALIERE DEL LEONE

Forse il romanzo migliore di Chrètien de Troyes: nella foresta di Brocèliande, dove si trova una fontana magica, Ivano affronta e ferisce a morte un cavaliere. Giunge poi al castello dove vive la vedova del cavaliere ucciso e se ne innamora. Grazie anche all’aiuto di un’ancella che gli dona un anello che rende invisibili, riuscirà a sposare la bella Laudine. Non resiste però alla tentazione di riprendere la vita cavalleresca: la sposa gli concede un anno di tempo, ma Ivano lascia trascorrere il termine convenuto. Quando finalmente ritorna, Laudine si rifiuta di accoglierlo. Ivano, accompagnato da un leone che ha salvato dalle spire di un serpente, compirà nuove imprese per riconquistare l’amore di Laudine e ottenere infine il suo perdono. Nell’ Ivano, il cavaliere errante che si trova di fronte al problema di “come conciliare la suprema esigenza cavalleresca dell’ avanture (avventura) con l’esigenza umana di abbandonarsi al dolcissimo amore della donna adorata … Personaggi e vicende … sono collocati in un mondo remoto di sogno e d’incanto” (Viscardi), in cui perfettamente si accordano elementi realistici e fantastici. .

LANCILLOTTO

Lancillotto fui scritto contemporaneamente a Ivano e rimase incompiuto: Chrètien lasciò al chierico Godefroi de Legni il compito di terminarlo. La storia è nota: Lancillotto ama, riamato, Ginevra, moglie di re Artù; per lei arriva a coprirsi d’infamia salendo volutamente sulla carretta destinata ai malfattori. Il suo valore tuttavia resta integro, tale è la sua capacità d’amare. Guerriero perfetto e perfetto amante, Lancillotto incarna la figura ideale del cavaliere, ed è più rappresentativo del suo celebre successore Perceval.

Il poeta immerge la narrazione in un’atmosfera irreale dove gli episodi si snodano senza precisi contorni.

CLIGÈS

In Cligès elementi della materia bretone si fondono con la più antica tradizione classica e greco-bizantina, dando vita a un’insolita narrazione ricca di avventure e di colpi di scena. L’azione si sposta più volte dalla Grecia alle due Bretagne e lo sfarzo orientale s’impone sull’austerità della corte arturiana. Cligès, a differenza degli altri cavalieri, non esita ad abbandonare le imprese cavalleresche alla corte di re Artù per raggiungere in Oriente l’amore di Fenice. Prode cavaliere, egli si fa timido davanti all’amata e si dichiarerà a lei non apertamente. Cligès rappresenta l’esaltazione dell’amore coniugale, poiché nell’armonia della coppia, dove passione e dovere si conciliano, egli scopre l’unica via per realizzare l’autentico ideale cavalleresco.

EREC E ENIDE

Primo dei romanzi di Chrètien di materia arturiana, Erec e Enide presenta un’unità nello sviluppo narrativo, una crescita dei protagonisti e del loro rapporto di una maturità stupefacente. Di un «racconto di avventura», cioè di una serie di incidenti non collegati, Chrètien ha fatto un insieme coerente e organizzato, un’«azione» che i personaggi dirigono e creano evolvendosi a ogni passaggio. Il racconto descrive la crescita del rapporto di Erec, cavaliere di nobile famiglia, con la sposa Enide; il superamento della grave crisi causata dalla difficoltà di conciliare l’attrazione per la sposa con i doveri di cavaliere, fino alla riconciliazione finale, coronata dall’insediamento di Erec sul trono che era stato del padre.

http://www.parodos.it/books/poesie/perceval.htm

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IL SANTO GRAAL, TRA INVENZIONE E MISTERO
Alla ricerca del significato

di Fabio Patacca

 Che cos’è il Graal? É una creazione della mente umana oppure è realmente esistito? L’argomento affascina ancora oggi milioni di persone. Quando esattamente si è discusso di Santo Graal? Chi ha visto il Santo Graal?

 L’epoca in cui compare per la prima volta la parola Graal è il Medioevo, più o meno tra la fine del XII secolo.

 É importante precisare che si descriveranno qui soltanto alcuni poemi in cui compare per la prima volta la parola Graal. Questo scritto, quindi, certamente non dà risposte su cosa sia realmente.

 Non abbiamo intenzione di rilevare alcun mistero, né abbiamo la presunzione di spiegare un enigma storico così importante.

A Voi, dunque trarre le conclusioni e approfondire l’argomento.
Il Medioevo è un periodo storico fondamentale, durato un arco di tempo lunghissimo, in cui il più grande impero mai esistito, quello romano ha fine. Molti resteranno sorpresi, ma analizzare la parola Graal è più difficile di quanto si pensi.

 Nel dodicesimo e il tredicesimo secolo si sviluppa una nuova letteratura, ovvero i romanzi o poemi cavallereschi.

Tra questi vi era: Perceval ou le conte du Graal.

 L’autore è Chrétien de Troyes. Di questo misterioso narratore si conosce pochissimo, ma si può affermare con certezza che non riuscì a terminare il suo lavoro e morì lasciando il suo racconto incompleto.

Forse per questo è così affascinante il Graal?
Il protagonista del suo racconto è Perceval. Se analizziamo le parti principali del poema, ovvero soltanto le parti in cui si menziona il Graal, resteremo piuttosto sorpresi dall’idea che oggi molti hanno di questo misterioso oggetto o del suo vero significato.

Il poema di Chrétien de Troyes, narra di un giovane “Perceval” che nella foresta incontra alcuni cavalieri ed è subito affascinato dalla loro presenza, tanto che confonde quest’ultimi per angeli e decide di diventare egli stesso un cavaliere, nonostante le suppliche della madre che, rimasta vedova, gli implora di non partire.

 Raggiunta la corte di re Artù, il giovane viene beffato dal siniscalco e giura che un giorno si sarebbe vendicato.

 Il racconto prosegue con il giovane protagonista “Perceval” che trova ospitalità in un castello e viene istruito da Gorneman, colui che lo innalzerà cavaliere insegnandogli l’uso delle armi.

 Nei suoi viaggi incontrerà diverse persone, tra queste il misterioso pescatore “Re” che lo ospiterà per la notte. É a questo punto che nel racconto, finalmente, fa la sua comparsa per la prima volta il Graal.

 Nel racconto infatti si legge che Perceval cavalcò sino in cima alla collina, dove il pescatore gli aveva riferito si trovasse la sua casa; con stupore vide dei servi avvicinarsi e condurlo dinanzi al loro signore.

Seduto al suo fianco Perceval vide entrare un giovane, con una lunga lancia bianca dalla cui punta vide colare una goccia di sangue, ma Perceval non osò domandare di cosa si trattasse.

 Poi entrò una giovane, alta e graziosa dagli splendidi capelli biondi che portava con sé un Graal. Perceval vide una luce abbagliante, dopo di lei un’altra fanciulla che reggeva un vassoio d’argento.

 Il Graal era d’oro con pietre preziose, le più belle che Perceval avesse mai visto in vita sua. Rimase incantato, privo di parole, dinanzi a tanto splendore. Perceval però non osò chiedere nulla, anche se avrebbe desiderato sapere a chi fosse destinato il Graal. Mangiò in compagnia del suo signore, ma ogni volta che veniva servita una pietanza, vedeva apparire il Graal.
Il mattino seguente il giovane si svegliò, ma non vi erano tracce della servitù, ed indossò la sua armatura. Al castello non c’era nessuno, così entrò nella stalla e montò a cavallo e uscì dal castello ma non trovò mai nessuno…
Quindi, dal racconto di Chrétien de Troyes non si conosce nulla del Graal, si sa solo che sarebbe stata una giovane damigella a portarlo con sé e che la luce emanata dall’oggetto misterioso è tale da far impallidire il protagonista il quale, nonostante desiderasse sapere a chi fosse destinato, non osa però far alcuna domanda.

Vi è nel racconto la comparsa anche di un alto oggetto misterioso: la lancia dalla cui punta sgorgava ancora del sangue.

 Poi il racconto si intreccerà con un altro personaggio (Gawain) che parte alla ricerca della lancia, mentre Perceval dopo cinque anni di gloriose imprese cavalleresche, pentito di aver lasciato sua madre e schiacciato dal rimorso di non essersi più rivolto a Dio e di non esser più entrato in una chiesa, si metterà alla ricerca di un eremita.

Lo incontrerà, finalmente, e confesserà i suoi peccati.
L’eremita gli spiegherà che proprio grazie alle preghiere della madre – che gli rivelerà essere sua sorella – Dio ha vegliato su di lui, e gli spiegherà il motivo del suo silenzio dinanzi alla lancia e il Graal.

 É il peccato – spiega l’eremita al giovane cavaliere, che gli ha impedito di far domande e di sapere a chi fosse destinato il Graal. L’oggetto è stato consegnato al “Re” pescatore, anche lui in realtà uno zio di Perceval.

 L’eremita sostiene che il Graal è una cosa santa che per continuare ad esistere ha bisogno dell’Ostia e che Perceval dovrà recarsi in chiesa tutti i giorni e pentirsi dei suoi peccati. Il poema di Chrétien è incompiuto, ma troverà grande consenso tra il pubblico, diffondendosi in breve tempo in quasi tutta Europa.

Ma allora, quale mistero cela il Graal?

 Dal racconto di Chrétien non traspare alcuna notizia. E come collegare il prezioso oggetto ad una coppa? Chrétien non usa mai l’espressione Santo Graal e perché allora per molti secoli il suo racconto ha affascinato milioni di persone?

Che cos’è esattamente il Graal? Un contenitore dell’Ostia?

 Il poema Conte du Graal di Chrétien, rivela ben poco. Ciò che racconta è che Perceval non ha avuto un buon comportamento cristiano, ma mentre l’eremita raccomanda al giovane l’importanza della Messa, del Graal non rivela alcun significato nascosto.

Nella letteratura successiva altri autori parlano del Graal nei loro poemi: di volta in volta il Graal è sorretto da una fanciulla che piange, oppure compie miracoli nutrendo tutte le persone ospiti al castello e scomparendo poi misteriosamente.
Tra i numerosi romanzi del Graal, apparsi dopo la morte di Chrétien, troviamo che il “Re” pescatore racconta a Perceval la vera storia della lancia, arricchita rispetto al racconto originale di numerosi dettagli: il Graal è portato da un angelo che guarisce Perceval e il suo avversario dopo un duro scontro; il Graal appare anche dopo la morte del “Re” pescatore che segue l’incoronazione di Perceval, il quale regnerà per sette anni e, dopo la sua morte, sia la lancia che il Graal scompariranno e nessuno avrà più modo di vederli.

Dunque come è plausibile, visto il successo del primo racconto, molti narratori seguono l’opera di Chrétien, ma in nessuno di loro spiegherà cosa sia effettivamente il Graal.

 Forse, l’autore che più di tutti avvicina il Graal al nostro immaginario è Robert De Baron. Questi affronta l’argomento del Graal in maniera totalmente diversa da Chrétien, riportando la narrazione al tempo di Cristo e non di re Artù. L’estoire dou Graal” di Baron, parla di Giuseppe di Arimatea, di Merlino e la morte di Artù e dei cavalieri della tavola rotonda. Negli scritti di Baron il Graal è la coppa dell’ultima cena che Giuseppe di Arimatea riempì con il sangue di Gesù quando fu posto sulla croce.

 Inizialmente è il piatto in cui Gesù spezzò il pane durante l’Ultima Cena, consegnato poi a Pilato ed infine a Giuseppe di Arimatea. Dopo la resurrezione, Cristo rivelò allo stesso Giuseppe rinchiuso in una cella di essere risorto e gli donò il famoso piatto che ora Baron chiama Graal.

 Dunque, Giuseppe e la sua famiglia diventano custodi del Graal. L’oggetto passa in seguito passa nelle mani del cognato di Giuseppe, “Bron” che diviene il “Re” pescatore.

 Questa versione vede l’introduzione di un nuovi personaggi, Merlino e i Cavalieri della Tavola Rotonda. Alla ricerca del Graal andrà anche Perceval il quale sarà l’unico a raggiungere il castello, grazie all’aiuto dello zio eremita menzionato da Chrétien.  Perceval diventerà, dunque, il custode del Graal e Bron morirà rivelandogli le sacre parole di Giuseppe di Arimatea. Nel poema di Baron soltanto poche persone sono ammesse alla cerimonia del Graal, le altre sono escluse: “Giuseppe e la sua famiglia saranno i custodi del Graal”.

Altro romanzo riguardante il Graal: “Perlesvaus”, forse scritto poco dopo quello di Baron, ma che ha poco in comune con il suo racconto. Ciò che appare subito evidente è che l’autore (anonimo) menziona il Graal come il contenitore del sangue di Cristo, raccolto da Giuseppe di Arimatea e traccia la genealogia dei custodi del Graal.

 La storia è ambientata alla corte del re Artù, ed oltre al Graal compaiono anche la lancia e la spada con cui fu decapitato San Giovanni. In questa versione, però, il Graal assume una dimensione molto “stravagante”, dal racconto si evince che il segreto del Salvatore (Gesù) non può essere rivelato, infatti quando il protagonista (Gawain) tenterà di entrare nel castello, gli verrà detto di recuperare la spada con cui fu decapitato San Giovanni, ma nulla del Graal.

 Il racconto assume qui caratteri non più cavallereschi, ma spirituali, finché il protagonista, recuperata la spada, non la consegnerà al “Re” pescatore. Nel racconto, infatti Lancilotto, in quanto peccatore, non potrà vedere il Graal, diversamente dagli altri cavalieri. Interessante, però, è leggere che il protagonista vedrà nel Graal l’immagine di un bambino e un re inchiodato alla croce.
Nel Parzival di Wolfram Von Eschenbach, il Graal è un oggetto oltre qualsiasi bellezza terrena, portato da alcune damigelle.
Parzival rimase stupito da tanta abbondanza di cibo: tutto veniva richiesto ed elargito dal Graal. Anche in questo scritto, però, il protagonista si trattiene dal fare domande sul Graal, il quale viene riposto in una stanza segreta.

 Questo racconto sembrerebbe quasi identico al racconto di Chrétien, a parte il numero delle damigelle. Tuttavia nel Parzival di Wolfram il segreto del Graal deve restare un segreto.

 Molto interessante in questo poema è il passaggio in cui si nomina Kyot che, secondo l’autore, è colui che ha trovato gli scritti in lingua pagana delle avventure di Parzival e le ha tradotte. Dunque gli scritti di Chrétien non sarebbero originali?

 Nel poema di Wolfram, Parzival chiederà a Trevrizent “uno dei protagonisti”, di parlargli del Graal. Quest’ultimo gli parlerà di una pietra di composizione purissima che è in grado di prolungare la giovinezza e ritardare la morte, il nome della pietra è “il GRÂL”.
Ogni Venerdì Santo una colomba porterà una piccola ostia e la porrà sulla pietra, spiega Trevrizent.
Inoltre sul Graal appare un’iscrizione che indica il nome dei bambini prescelti, poiché nella compagnia del Graal si entrerà solo da bambini. Il personaggio parlerà anche di angeli neutrali, ovvero angeli che, dopo la cacciata dal paradiso, non si schiereranno né con Dio né con Lucifero.

 Questi angeli costretti a scendere sulla terra presso il Graal che è rimasto custodito e affidato solo ai membri scelti.

 Il luogo dove è custodito il Graal è un tempio e i suoi custodi detti “Templeise” parola che poi in molti hanno tradotta con “TEMPLARI”.

Dunque per Wolfram il Graal è una pietra? Ha poteri soprannaturali? E se effettivamente il Graal è una pietra c’entra qualcosa con la Kabbalah? É possibile che siano i Templari i custodi del Graal? Ci troviamo di fronte soltanto alla fantasia dell’autore?

 Tutte queste opere, nelle quali compare inizialmente la parola “Graal” sono state scritte tra il 1190 e 1240.

Ma, allora, che cosa è il Graal?

 Nel racconto di Chrétien de Troyes, “Le conte du Graal”, il Graal è visto dagli occhi di Perceval, (il protagonista) senza alcun riferimento o simboli religiosi, nulla a che fare con l’immaginario collettivo diffusosi in seguito.

 Piuttosto, perché il Graal è tra le mani di una donna, visto che quest’ultime erano completamente escluse dalle funzioni religiose?

Non dimentichiamo che siamo in presenza di poemi medioevali. Nei successivi racconti il Graal è, invece, il piatto dell’ultima cena. Perché questo radicale cambiamento?
Nell’opere di Robert de Baron, il Graal diventa il piatto in cui Giuseppe di Arimatea ha raccolto il sangue di Cristo. Dunque, forse, più che un piatto era una coppa?

 Nel “Perlesvaus”, il protagonista, vedrà nel Graal addirittura un bambino e poi un re incoronato e inchiodato ad una croce. In seguito, il Graal appare sotto forma di un calice, anche se l’autore all’inizio menziona un piatto.

 Ciò che avvicina i diversi racconti che il Graal è sempre all’interno di un castello, non dentro chiesa, ed è sempre portato da fanciulle. Nel racconto di Wolfram il Graal è una pietra, capace addirittura di far ringiovanire o rallentare l’invecchiamento.

 Un Graal dunque “pagano”, completamente diverso da quello di Chrétien, affidato a membri scelti.

 É dunque, il Graal soltanto uno splendido racconto medioevale di successo? Un racconto che continua a colpire il nostro immaginario? Oppure in qualche modo c’entra la fede? E fino a che punto? É un’invenzione fantastica o è un mistero?

 E se mistero è, fino a quando rimarrà un mistero?

http://www.instoria.it/home/santo_graal.htm

Perceval o il racconto del Graal

Posted by: I Cavalieri Templari   in CURIOSITA’

Perceval o il racconto del Graal Titolo originale

Le Roman de Perceval ou le conte du Graal Perceval-Chretien.jpg Scena del Perceval, da un manoscritto medievale Autore Chrétien de Troyes 1ª ed. originale 1175-1190 Genere Romanzo Sottogenere Romanzo cavalleresco Lingua originale francese Ambientazione Inghilterra, Medioevo Protagonisti Perceval Coprotagonisti Galvano Altri personaggi re Artù, Keu il siniscalco, Biancofiore, Re Pescatore Serie Romanzi cortesi

Il poema incompiuto Le Roman de Perceval ou le conte du Graal, di Chrétien de Troyes, fu scritto all’epoca delle crociate, ovvero tra il 1175 e il 1190 circa. Ne fu committente Filippo I d’Alsazia, conte di Fiandra.

È considerata la prima opera letteraria che fa cenno al Santo Graal e farà da modello ai molti successivi romanzi ispirati alla leggenda del Graal. All’interno dell’opera il Graal non viene raffigurato come il calice dell’ultima cena di Gesù Cristo. Inoltre il nome “graal” è fatto precedere dall’articolo indeterminativo “un”, il che fa pensare che l’autore volesse menzionare un oggetto convenzionale (probabilmente un bacile o un vassoio), certo non ancora identificabile col “Santo Graal” delle produzioni successive.

Il protagonista di quest’opera è Perceval, presentato in qualità di figlio della vedova. Il padre e i fratelli di Perceval sono morti in guerra, e per non rischiare di perdere l’unico figlio rimasto, la madre decise di tenerlo lontano dal mestiere della cavalleria.

Un giorno egli, cresciuto in semplicità di spirito e purezza di cuore, incontra alcuni cavalieri e, rimasto affascinato dallo splendore delle loro armi, vuole raggiungere la corte di re Artù.

Lasciata la madre, che dopo la sua partenza muore dal dolore, Perceval, vestito da boscaiolo, raggiunge la corte del leggendario sovrano. Qui, messosi in luce per coraggio e virtù, viene nominato cavaliere da re Artù prima, e successivamente dal signore Gornemant. La nipote di costui, Biancofiore, se ne innamora, ma Percaval, pur ricambiando, decide di partire per il desiderio di rivedere sua madre e accertarsi che stesse bene, in quanto per seguire il suo sogno di diventare cavaliere l’aveva lasciata svenuta al di là di un ponte.

Nel viaggio scoprirà che essa era rimasta uccisa per la sofferenza di vederlo partire. Iniziano così le nuove avventure, durante le quali il giovane giunge al castello del Re Pescatore che reca su di sè un’inguaribile ferita: sino a quando essa non sarà rimarginata regneranno sulla sua terra tristezza e carestia.

In una sala del maniero, durante una cena, appaiono in successione diversi oggetti, tra cui una lancia sanguinante (obiettivo della successiva ricerca di Galvano) e un graal, un piatto che al suo apparire sprigiona una grande luce. Ricordandosi le parole di Gornemant, il quale gli aveva consigliato di parlare e domandare il meno possibile, si risolve col non chiedere al Re Pescatore perché la lancia sanguinasse e a chi serviva il graal, pur provandone l’impulso.

Questi oggetti, infatti, venivano portati in una stanza celata ai suoi occhi, all’interno della quale stava il padre del Re. La sua mancata domanda porterà disgrazia al Re Pescatore e alla sua terra, che per mezzo di quelle semplici domande avrebbe potuto essere risanata. Per questo motivo al suo risveglio tutto è sparito, nessuno a parte lui sembra essere presente nel castello, ed egli deve ricominciare le sue peregrinazioni. Durante una lunga serie di nuove avventure, egli dovrà rendersi degno di ritrovare il graal, ponendo rimedio al suo errore e salvando così la terra malata e il Re Pescatore. Incontra un eremita, fratello del Re Pescatore, che lo confessa durante la Quaresima e rinnova i suoi sentimenti religiosi, che aveva perso durante il cammino. Perceval viene a conoscenza della sua appartenenza alla Famiglia del Graal e che il Re Pescatore è suo zio.

Qui si ferma il racconto, rimasto incompiuto. Diversi autori hanno tentato di dare una risposta ai quesiti lasciati da Chrétien, che ha visto molti continuatori della sua opera, ma nessuno saprà mai realmente come sarebbe andata a finire la storia.

Struttura dell’opera

Il roman è suddiviso in quattro parti.

La prima e la terza raccontano le avventure del giovane gallese Perceval. Dapprima inesperto e digiuno del mestiere delle armi, diventa cavaliere di re Artù e compie numerose prodezze. Ha molti incontri con cavalieri che gli impartiscono lezioni sulla morale cortese e con altre figure non di minore importanza che lo aiutano a crescere sul piano spirituale. Mentre dapprima conosciamo un ragazzo Gallese inconsapevole del mondo esterno (a causa della eccessiva protettività di sua madre), lo scopriamo in un secondo tempo come il prototipo del perfetto cavaliere cortese, per poi vederlo superare tale condizione e assumere un ruolo di maggior levatura spirituale, divenendo simbolo di una rinnovata cavalleria non più soggetta ai limiti della precedente.

Seconda e quarta parte narrano invece delle prodezze di un altro cavaliere, Galvano. Egli rappresenta la vecchia cavalleria, condannata da Chrétien per la troppa attenzione alle apparanze, senza però un vero spessore di forza benefica. Un mondo decadente, come dimostra la situazione drammatica in cui si trova la corte di re Artù, che ha grosse contraddizioni e scarsa coscienza sociale. Galvano si rende infatti protagonista di grottesche scenette, avventure fini a se stesse e descritte con sottile ironia, e sonore sconfitte. La narrazione occupa ben 4000 versi del poema su un totale di 9000 segnando nettamente la contrapposizione tra due sezioni dell’opera, e di conseguenza tra i due cavalieri.

All’interno del testo l’autore gioca spesso con l’immaginazione del lettore, prendendo ben di rado posizioni esplicite, ma insinuando instancabilmente il dubbio su ciò che intende comunicarci. Il poema si compone di ottonari ed è in rima baciata. Chretien de Troyes si inserisce dopo la poetica cortese, portata dai trovatori della Francia meridionale all’incirca nel XII secolo, denunciandola e superandola. La ricerca del Graal da parte di Perceval non è una mera ricerca per ottenere la gloria, ma soprattutto un momento di crescita a beneficio del mondo intero. Non a caso il libro è stato scritto per Filippo di Fiandra, tutore dell’erede al trono Filippo Augusto. Per Chrétien il proprio romanzo ha l’ambizione di diventare il supporto per la formazione del nuovo Re di Francia.

Le Continuazioni apocrife

Quattro poeti di innegabile talento, dopo la morte di Chretien de Troyes, provarono a dare un seguito al suo romanzo. Prima Continuazione [modifica] La prima Continuazione ha aggiunto al romanzo di Chretien dai 9.500 ai 19.600 versi (a seconda del manoscritto). Essa è stata talvolat attribuita a Wauchier de Denain e per questo motivo spesso la si definisce Pseudo-Wauchier. Ne esiste una versione breve, una media ed una lunga; la corta è la più antica e la meno fedele al racconto di Chrétien. Roger Sherman Loomis ritiene che questa versione rappresenti la vera tradizione della leggenda del Graal, notevolmente diversa da quella di Chrétien. Questa prima Continuazione comprende la avventure anteriori di Galvano; suo madre e sua nonna sono andate a trovare Artù, giacché la sorella di Galvano, Clarissant, deve sposare Guiromelant. Galvano dapprima si oppone al matrimonio, per poi riconciliarsi con Guiromelant, e raggiungere Artù per assediare con lui due castelli.

Alla fine, visita il castello del Graal.

Le versioni più lunghe comprendono due romanzi indipendenti ma imbricati nell’azione principale. Il Livre de Caradoc (Libro di Caradoc) parla dell’eroe Caradoc, un cavaliere di Artù, e spiega come è nato il suo soprannome « dalle corte braccia » ; l’altro racconta le disavventure del fratello di Galvano, « Guerrehet » (Gaheris o Gareth), su un battello tirato da un cigno.

Seconda Continuazione

Poco tempo dopo la prima Continuazione, un altro autore aggiunge altri 13.000 versi al complesso narrativo. Questa sezione è stata attribuita a Wauchier de Denain e ci sono buone possibilità che sia davvero sua. Composta soprattutto di avventure, questa parte mostra Perceval che ritorna al castello del Graal e ripara la spada di Trébuchet. Nonostante tutto, una minuscola fessura continua a sussistere nella lama, segno che il cavaliere non ha ancora raggiunto la perfezione.

La Continuazione di Gerbert

17.000 versi aggiunti al testo formano la Continuazione di Gerbert. L’autore, comunemente identificato con Gerbert de Montreuil, ha composto la sua versione indipendentemente da quella di Manessier e intorno alla medesima epoca. Egli aveva scritto una conclusione, ma essa è stata soppressa nei due manoscritti sopravvissuti, che si sono limitati ad inserire una parte dell’opera di Gerbert all’interno della Continuazione di Manessier. Gerbert cerca di ricollegarsi al romanzo originario di Chretien, e l’influenza di Robert de Boron è sensibile. È notevole che abbia inserito all’interno della sua versione un frammento della storia di Tristano che non esiste da nessuna altra parte.

La Continuazione di Manessier

La Continuazione di Manessier (chiamata anche Terza Continuazione poiché trova posto nei manoscritti che non includono la Continuazione di Gerbert, ma ciò ingenera ulteriore confusione) aggiunge 10.000 versi e (finalmente) una conclusione.

Manessier ha fuso insieme un gran numero di finali differenti che ha trovato negli autori precedenti, cercando per quanto possibile di mettere ordine nella tradizione, ed ha incluso innumerevoli episodi tratti da altre opere, inclusa la Joie de la Cour, un’avventura dell’Erec e Enide di Chrétien de Troyes e la morte di Énide e di Calogrenant telle qu’on la raconte dans la partie consacrée à la Queste del Saint Graal dans le cycle du Graal de Lancelot. Le conte se termine avec la mort du Roi Pêcheur et la montée de Perceval sur son trône. Après sept ans Perceval s’en va pour mourir dans les bois, Manessier suppose qu’il a emporté avec lui au Ciel le Graal, la Lance et le plat d’argent.

L’influenza di Perceval

Benché Chrétien non avesse fatto in tempo a completarla, la sua ultima opera ha avuto enorme influenza sul mondo letterario medievale. Perceval fece conoscere il Santo Graal ad una Europa entusiasta e tutte le versioni successive della storia del Graal rimandano a lui direttamente o indirettamente. Il Parzival di Wolfram von Eschenbach è una delle più grandi opere della Germania medievale, ed è fra le tante fondate direttamente sull’opera di Chretien. Un altro personaggio è il Gallese Peredur, figlio di Efrawg, eroe di uno dei tre romanzi gallesi associati al Mabinogion.

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La leggenda del re pescatore

Anno:
1991
Regista: Terry Gilliam
Produzione:Sony Pictures

Scusami se mi prendo la libertà, ma… Tu non mi sembri per niente un cuorcontento. La conosci la storia del Re Pescatore? Comincia col re da ragazzo, che doveva passare la notte nella foresta per dimostrare il suo coraggio e diventare re. E mentre passa la notte da solo è visitato da una visione sacra: nel fuoco del bivacco gli appare il Santo Graal, simbolo della grazia divina. E una voce dice al ragazzo: “Tu custodirai il Graal, onde possa guarire i cuori degli uomini”. Ma il ragazzo, accecato dalla visione di una vita piena di potere, di gloria, di bellezza, in uno stato di completo stupore, si sentì per un attimo non un ragazzo, ma onnipotente come Dio: allungò la mano per prendere il Graal, e il Graal svanì lasciandogli la mano tremendamente ustionata dal fuoco. E mentre il ragazzo cresceva la ferita si approfondiva, finché un giorno per lui la vita non ebbe più scopo. Non aveva più fede in nessuno, neanche in se stesso. Non poteva amare, né sentirsi amato. Era ammalato di troppa esperienza, e cominciò a morire. Un giorno un giullare entrò al castello e trovò il re da solo. Ed essendo un semplice di spirito, egli non vide il re: vide solo un uomo solo e sofferente. E chiese al re: “Che ti addolora, amico?”. E il re gli rispose: “Ho sete, e vorrei un po’ d’acqua per rinfrescarmi la gola”. Allora il giullare prese una tazza che era accanto al letto, la riempì d’acqua e la porse al re. Ed il re, cominciando a bere, si rese conto che la piaga si era rimarginata: si guardò le mani e vide che c’era il Santo Graal, quello che aveva cercato per tutta la vita. Si volse al giullare e chiese stupito: “Come hai potuto tu trovare ciò che i miei valorosi cavalieri mai hanno trovato?”. E il giullare rispose: “Io non lo so: sapevo solo che avevi sete”.

Certo che esiste il Santo Graal. Altrimenti che cosa erano le crociate, un giro promozionale del Papa?

Parry (Robin Williams), Jack Lucas (Jeff Bridges) dal film “La leggenda del re pescatore” di Terry Gilliam
Parry (Robin Williams), Jack Lucas (Jeff Bridges)
dal film “La leggenda del re pescatore” di Terry Gilliam

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/film/l/la-leggenda-del-re-pescatore-(1991)/citazione-97021?f=w:607>

Parry (Robin Williams), Jack Lucas (Jeff Bridges)
dal film “La leggenda del re pescatore” di Terry Gilliam

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/film/l/la-leggenda-del-re-pescatore-(1991)/citazione-98985?f=w:607>

La leggenda del re pescatore

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La leggenda del re pescatore

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Titolo originale The Fisher King
Paese USA
Anno 1991
Genere drammatico
Regia Terry Gilliam
Sceneggiatura Richard LaGravenese
Attori
Note

La leggenda del re pescatore, film statunitense del 1991 di Terry Gilliam con Robin Williams.

Frasi

  • Pensare è molto importante. Ci distingue dalle lenticchie e da quelli che leggono libri come La Canzone dell’Amore. (Jack Lucas)
  • Se vuoi farmi male fammelo subito, sempre meglio di un dolore prolungato, che mi ruba mesi di vita, solo perché tu non hai palle. (Anne)
  • “Amor vincit omnia”. È latino, significa “l’amore vince tutto”. Ma non parlo di noi, non ti preoccupare, vale per tutti gli altri. (Anne)
  • Due persone possono stare a una festa insieme sedute accanto e non incontrarsi mai, mentre altre due persone possono trovarsi ai due capi del mondo e niente potrebbe tenerle separate. (Anne)
  • Be’, paga così non deve guardare. (Barbone a Jack parlando di un passante che gli ha tirato una moneta senza guardarlo)
  • Sei la più bella invenzione dopo il profitterol! (Parry a Lydia)
  • La conosci la storia del Re Pescatore? Comincia col re da ragazzo, che doveva passare la notte nella foresta per dimostrare il suo coraggio e diventare re, e mentre passa la notte da solo è visitato da una visione sacra: nel fuoco del bivacco gli appare il Santo Graal, simbolo della grazia divina, e una voce dice al ragazzo: “Tu custodirai il Graal onde possa guarire il cuore degli uomini!“. Ma il ragazzo accecato dalla visione di una vita piena di potere, di gloria, di bellezza, in uno stato di completo stupore, si sentì per un attimo non un ragazzo, ma onnipotente come Dio, allungò la mano per prendere il Graal e il Graal svanì, lasciandogli la mano tremendamente ustionata dal fuoco. E mentre il ragazzo cresceva, la ferita si approfondiva, finché un giorno la vita per lui non ebbe più scopo, non aveva più fede in nessuno, neanche in sé stesso, non poteva amare ne sentirsi amato, era ammalato di troppa esperienza, e cominciò a morire. Un giorno un giullare entrò al castello e trovò il re da solo, ed essendo un semplice di spirito egli non vide il re, vide soltanto un uomo solo e sofferente, e chiese al re: “Che ti addolora amico?” e il re gli rispose: “Ho sete e vorrei un po’ d’acqua per rinfrescarmi la gola“. Allora il giullare prese una tazza che era accanto al letto, la riempì d’acqua e la porse al re, ed il re cominciando a bere si rese conto che la piaga si era rimarginata. Si guardò le mani e vide che c’era il Santo Graal, quello che aveva cercato per tutta la vita. Si volse al giullare e chiese stupito: “Come hai potuto trovare tu quello che i miei valorosi cavalieri mai hanno trovato?” e il giullare rispose: “Io non lo so, sapevo solo che avevi sete“. (Parry)
  • Non dica così, non c’è spazzatura nel sentimento! Il sentimento è immaginazione, è passione, è bellezza. E poi… si trovano cose bellissime nella spazzatura. (Parry a Lydia)

Dialoghi

  • Anne: Credi che la tua compagnia sia stata una favola? I tuoi umori, le tue depressioni, i tuoi problemi.. Credi che per me sia stato un divertimento?
    Jack Lucas: Ma allora perché ci tieni a restare con me?
    Anne: Perché io ti amo, brutto stronzo che non sei altro!
  • Lydia: Non sei tenuto a dirlo.
    Parry: Non dico mai quello che sono tenuto a dire.
    Lydia: No, dicevo: non sei mica tenuto a dirmi cose carine. È un po’ all’antica in vista di quello che stiamo per fare.
    Parry: E cos’è che stiamo per fare?
    Lydia: Tu mi accompagni a casa.
    Parry: Mmm.
    Lydia: Credo che tu mi trovi un po’ attraente.
    Parry: Si.
    Lydia: E… magari vorrai salire a prendere un caffè.
    Parry: Io non prendo caffè.
    Lydia: E forse berremmo qualcosa, parleremo, arriveremo a conoscerci… un po’ meglio. Ci metteremo comodi e poi tu… passerai la notte da me e domattina ti sveglierai e sarai distaccato e non vorrai nemmeno restare per la colazione. Forse soltanto per un caffè.
    Parry: Io non prendo mai il caffè.
    Lydia: E poi ci scambieremo i numeri di telefono e tu te ne andrai… e non telefonerai più. Io andrò a lavoro e mi sentirò molto bene per la prima ora e poi, lentamente, comincerò a sentirmi diventare una cacca. Io mica lo so perché mi espongo a tutto questo. È stato un piacere conoscerti… ‘notte.
    Parry: ‘notte. Hei, scusami ! Aspetta, sen… aspetta ! Scusa, senti, aspetta, dove, scusa. Ti prego aspetta aspetta.
    Lydia: No guarda, io non mi sento molto bene.
    Parry: E lo credo ! Ci siamo conosciuti, amati e lasciati ed è successo tutto nel giro di 30 secondi… e non ho avuto neanche il primo bacio! Che poi è la parte migliore.
    Lydia: Senti. È stata una bellissima cosa anche per me.
    Parry: Altrettanto.
    Lydia: È stata una cosa meravigliosa.
    Parry: Ma secondo me sarebbe ora che tu stessi zitta. Sta zitta. Ti prego.
    Lydia: Si.
    Parry: Io non voglio venire a casa tua. Non ne ho mai avuto intenzione.
    Lydia: Oh, lo sapevo. Non mi desideri.
    Parry: No, io ti desidero… il mio desiderio è così grande che sembra la Florida. Ma non voglio una cosa di una notte. Io ho una confessione da farti.
    Lydia: Ah, sei sposato?
    Parry: No.
    Lydia: Sei divorziato?
    Parry: No.
    Lydia: Hai… hai una malattia?
    Parry: No! Ti prego: basta. Io mi sono innamorato di te.
    Lydia: Oh!
    Parry: Ssshhhh! E non solo da questa sera. Io ti conosco da un sacco di tempo. Io so che esci da lavoro tutti i giorni a mezzogiorno e che entri in agitazione per uscire dalla porta girevole ma poi ti spingono dentro e 3 secondi dopo scappi fuori. E poi io ti seguo quando vai a pranzo e so che per te è una buona giornata se compri un giornaletto rosa da quel giornalaio. E so cosa ordini, e so che ogni mercoledì vai dal parrucchiere e che… che ti compri unno di quelli spaccagengive prima di andare a lavoro. E so che odi il tuo lavoro e che non hai molto amici. E che a volte ti senti un po’ scombinata e non ti senti euforica come tutti gli altri perché… ti senti sola e… e io ti amo.
    Io ti amo e secondo me tu sei la più bella invenzione dopo il profiterole. E credo che mi verranno le convulsioni se non potessi avere quel primo bacio. E non sarò mai e poi mai distaccato e tornerò da te domattina e ti telefonerò se melo permetterai.
    Ma continuo a non bere caffè.
    Lydia: Tu sei vero.
    Parry: Si.
    Lydia: Proprio vero.
    [Bacio]
    Lydia: Eh… ho sbagliato porta. Puoi telefonarmi.
    [Lei rientra a casa]
    Parry: Non mi ha dato il suo numero… ehehehe!
    Cavaliere Rosso: [Appare]
    Parry: No, ti prego. Questo lasciamelo. Devi lasciarmelo… [Urlo].

Perceval, la ricerca del Graal ed il Re Pescatore (2)

 

Perceval o il racconto del Graal – Riassunto

Chrétien de Troyes

Perceval è allevato dalla madre nella foresta Galatea in totale solitudine lontano dal fascino del mondo cavalleresco che aveva causato la morte in combattimento dei fratelli e del padre. Un giorno Perceval incontra dei cavalieri e, nonostante l’opposizione della madre che morirà di dolore, li segue e giunge alla corte di re Artù. Qui viene ordinato cavaliere. Conosce poi la giovane Biancofiore e se ne innamora, ricambiato. Educato all’amore e ai doveri della cavalleria, decide di tornare dalla madre di cui ignora la morte. Si mette dunque in viaggio. Arriva alla torre del Re Pescatore, un vecchio dai capelli bianchi seduto su un letto e malato, che lo accoglie benevolmente e gli dona una preziosa spada. Qui Perceval assiste a una straordinaria processione. Un valletto porta una lancia stillante sangue, dopo la quale appare il Graal, il sacro calice in cui Giuseppe d’Arimatea aveva raccolto il sangue di Gesù crocifisso. Secondo la tradizione medievale il Graal era andato perduto e avrebbe potuto essere ritrovato solo da un cavaliere puro. La visione segna la predestinazione di Perceval a trovare il Graal. Perceval non osa chiedere il significato della visione e il giorno seguente riprende il cammino. Gli viene poi rivelato, da una fanciulla in un bosco e da una dama alla corte di re Artù, che il suo silenzio è stato una colpa che procura grandi sofferenze. Perceval riprende allora le sue peregrinazioni deciso a conquistare la purezza. Trascorrono cinque anni durante i quali Perceval si perde tanto da non ricordarsi più di Dio. Alla fine incontra un eremita che lo confessa, lo assolve e lo inizia ad una vita di preghiera svelandogli il mistero del Graal: esso contiene un’ostia unico nutrimento del Re Pescatore. La narrazione di Chrétien si interrompe a questo punto. Fu continuata da altri autori (Cerberi de Montreuil, Vauchier de Denain e altri) che inserirono numerose vicende; in particolare quelle di Galvano (Gauvain), cavaliere di re Artù, compagno d’avventura di Perceval.

http://www.wuz.it/riassunto-libri/4829/Riassunto-Perceval-racconto-del-Graal.html

Analisi storico-letteraria del Santo Graal

Introduzione

A partire dal Medio Evo la leggenda del Graal ha ispirato poeti, scrittori e musicisti. Il primo a parlarne fu Chrètien de Troyes, all’inizio del XII secolo, in un lungo poema intitolato Perceval o il racconto del Graal, che in particolare era ambientato alla corte di re Artù. Questa leggenda adombra una realtà storica oppure è soltanto frutto di un’invenzione letteraria? Dov’è nata: in Europa, in Arabia o in Asia? Ma, innanzi tutto, che cos’è il Graal? La coppa che servì a Gesù Cristo per la Cena la sera del Giovedì Santo, oppure il vaso nel quale trovare la pietra filosofale? Il simbolo della Grazia concessa ai penitenti, o il simbolo della Conoscenza, prima tappa verso la dominazione del mondo? Quest’ultima ipotesi poggia sulla leggenda del mistero dei Templari.

Fra tutte le leggende che ancora alimentano la nostra fantasia, quella del Graal è una delle più vive. Come gli appassionati degli abissi tumultuosi amati da Wagner possono sprofondarsi in Parsifal, così altri si sentono spiritualmente più vicini alla lunga e dolorosa ricerca del cavaliere, la cui speranza tende verso i tesori fuggitivi della purezza.
Poiché l’umanità, da quando esiste, ha sempre conosciuto due nostalgie: quella del Paradiso perduto, illuminato dallo splendore del Bene e del Bello, e la scoperta dei mezzi che le permetteranno, dopo aver pagato una pena severa per redimersi, di rivivere nella luce della verità.

Caratteristica comune a complessi sistemi filosofici, a cantilene ingenue, a leggende misteriose è sempre il vagabondare dell’uomo in un mondo in cui egli, perso dietro il suo profondo ideale, procede a tentoni come un cieco.

Di fronte a questa sete inestinguibile non esistono più continenti. Così accade per il Graal, che certamente appartiene al patrimonio intellettuale e spirituale europeo; ma sembra che i suoi incanti dolorosi abbiano conquistato anche i poeti arabi che ne avevano raccolto le delizie dalla lontana Asia. Nè la radice ancestrale di questa leggenda appartiene al solo cristianesimo o agli Arabi troppo compenetrati dall’Islam, benché coloro che si propongono di esaltare la difficile conquista della felicità, non si sforzino di far rientrare anche la leggenda pagana nel rigido ambito delle religioni rivelate.

Il Graal… parola che vive nella spiritualità di questo Medio Evo costruttore di cattedrali. Si parla con una specie di sacro terrore di questa coppa che, la sera del Giovedì santo, era servita a Cristo per annunciare il mistero della redenzione; questo vaso infatti aveva contenuto il pane e il vino che dovevano diventare carne e sangue di colui che stava per morire sul Golgota. Si dice anche che nel Graal Giuseppe d’Arimatea avesse raccolto il sangue di Cristo, sangue che era sgorgato dal fianco di Gesù, trapassato dalla lancia del centurione Longino.

Attraverso vie misteriose, custodito da mani prudenti e pie, il Graal sarebbe giunto in possesso dei Genovesi i quali lo esposero nella loro città dopo la presa di Cesarea. Vaso cristiano consacrato? Forse. Ma la leggenda abbellirà ciò che la storia non permette di stabilire con esattezza. Perché si dirà anche che il Graal sia una pietra venuta dal cielo; altri affermeranno che si tratta del perduto vangelo di San Giovanni. A poco a poco tutto si confonderà: la tradizione cristiana, l’umanesimo germanico nascente, e persino i miti orientali trasferiti in Europa dai Crociati.

Quante sedimentazioni si sono depositate nel corso degli anni sulla primitiva storia del Graal! Quanti poeti famosi ed oscuri rimatori hanno ampliato ed arricchito la versione primitiva, come se ad ognuno di essi importasse non tanto rivolgersi ai posteri quanto liberarsi dalla propria angoscia davanti al mistero che pesava sull’antica storia! Sembra che il primo a raccontare la leggenda del Graal sia Chrètien de Troyes.

Ha scritto il poema intitolato: Perceval il racconto del Graal, probabilmente fra il 1180 e il 1183. L’opera è stata concepita su richiesta del suo protettore Filippo di Fiandra, fidanzato di Maria di Champagne. Chrètien de Troyes è uno di quei poeti che le dame tenevano volentieri al loro seguito per alimentare i vagabondaggi della fantasia che rallegravano la vita piuttosto monotona dei castelli. Chrètien de Troyes afferma umilmente che l’idea più originale del suo racconto non gli appartiene, perché l’ha trovata in un libro avuto in prestito da Filippo di Fiandra. L’opera del poeta della Champagne è composta di diecimila e sessantun versi. Ebbe un tale successo, la sua risonanza fu tanto notevole che Chrètien de Troyes ebbe quattordici continuatori, ed alla fine il racconto delle avventure e delle sventure di Perceval occuperà più di sessantamila versi.

Il poema di Chrétien

Ecco dunque questa storia. Durante la sua giovinezza Perceval ha vissuto praticamente allo stato selvaggio. Sua madre, una vedova che ha perduto i primi due figli, vuole salvare l’ultimo bimbo che le resta dai pericoli rappresentati ai suoi occhi dalla cavalleria, i cui membri altro non sognano che di battaglie e spedizioni lontane, dunque di morte. Per questo motivo Perceval è cresciuto ignorante di tutto e di tutti, nel cuore della Gast Forest, della Foresta ospitale.

Ma un giorno di primavera ecco che appare un corteo di abbagliante bellezza: tutto splendente d’oro, d’azzurro e d’argento. Il giovane interroga avidamente i cavalieri; la sua decisione è presa: li seguirà. Sua madre, non potendo ostacolare questa improvvisa vocazione, moltiplica i consigli a Perceval; nulla dimentica, né le preghiere che occorre fare nelle chiese, né il comportamento da tenere nei confronti delle donne. Ecco il giovane lanciato sulle strade dell’avventura, senza uno sguardo per sua madre, che morirà per il dolore di questo distacco.

Le nuove esperienze hanno un inizio burrascoso: corteggia brutalmente, molto brutalmente, la prima fanciulla che incontra, e si impadronisce dell’anello che le orna il dito. Scambia una tenda militare per una cappella, e qui si comporta con disinvoltura. Eccolo al castello di Re Artù. Perceval, grezzamente, entra a cavallo nel salone dove siede il sovrano; questi è muto per il dolore, perché è stato offeso in modo grossolano dal cavalier Vermeil. Benché non sia ancora stato investito cavaliere e non abbia quindi nessun diritto di sfidare Vermeil, Perceval tuttavia si batte contro colui che ha umiliato Artù gettandogli una coppa di vino in faccia e lo uccide con un colpo di giavellotto.

Gornemant, un vecchio cavaliere, si prende cura dell’educazione di Perceval. Gli insegna non soltanto a battersi, ma anche a usare i più elementari principi di cortesia, che non tarderanno ad esser messi in pratica; armato cavaliere, Perceval si precipita in aiuto dell’onesta Biancofiore, assediata in un castello dal malvagio Anguingueron. Liberata, la fanciulla non rifiuterà il suo cuore al salvatore. E fin qui il poema di Chrètien de Troyes non presenta nulla di particolarmente originale.

Nella piccola corte di Maria di Champagne probabilmente si ironizzava sui giovani un po’ rozzi e grossolani che bisognava a poco a poco rendere più raffinati. Insomma, la prima parte del Perceval non è che il racconto dell’iniziazione di un giovane selvaggio al codice della cavalleria e dell’amore. Ma ecco che bruscamente l’opera ha una svolta. Cavalcando in cerca di avventure, che è la sorte naturale dei cavalieri, una sera Perceval giunge sulle rive di un fiume così ampio che non può attraversarlo. Scorge una barca con due uomini, uno dei quali sta pescando e che gli offre ospitalità per la notte. Appena arrivato al castello del Re-Pescatore, poiché questo è il nome del suo ospite, Perceval viene vestito con un mantello scarlatto. Il Re-Pescatore è sdraiato su di un letto.

E a questo punto si svolge una scena fondamentale nell’opera di Chrètien de Troyes. Un cavaliere armato di una lancia di un biancore scintillante appare nella sala. Una goccia di sangue scorre lungo l’asta, fino alla mano dello scudiero. Alle sue spalle due giovinetti bellissimi portano un candelabro d’oro ciascuno, sovraccarico di candele. Infine avanza una fanciulla riccamente vestita, dal portamento nobile, dal viso angelico, che tiene fra le mani un vaso, o Graal, da cui emana un chiarore folgorante, e che è seguita a sua volta da un’altra fanciulla, che porta un piatto d’argento. Perceval ‚ accecato dal Graal ricco di pietre preziose: di un tale splendore che invano se ne cercherebbero di eguali.

Numerosi sono gli interrogativi che vengono in mente al giovane cavaliere, ma egli non osa esprimerli. Viene poi invitato ad un banchetto sontuoso, e ad ogni portata il Graal attraversa di nuovo la sala. L’indomani mattina Perceval vuole porre finalmente le domande che gli bruciano le labbra, ma non trova interlocutori; il castello sembra deserto, fuori dal mondo. Si viene poi a sapere che il silenzio in cui Perceval si è rinchiuso fin dal primo momento dell’apparizione del Graal avrà terribili conseguenze. Se egli avesse posto le due domande, una sulla lancia che sanguinava, e la seconda sul Graal, con le sue parole avrebbe guarito il Re-ferito, che aveva ricevuto cioè una ferita tale da non poter mai più essere uomo. Inoltre il reame di Re Artù sarebbe stato liberato dai mali che l’opprimevano.

Dopo una lunga serie di avventure, un Venerdì Santo Perceval si imbatte in due cavalieri che gli rammentano le parole del credo. Sconvolto, il giovane corre a gettarsi ai piedi di un eremita che, guarda caso, era un suo zio. Il religioso esorta il nipote a vivere secondo le leggi della morale e della religione, e Perceval riceverà l’Eucarestia la domenica di Pasqua, non senza aver raccolto dalla bocca dell’eremita qualche lume sulla natura del Graal. Egli non era riuscito a porre domande perché si trovava in stato di peccato, condizione che gli impediva sia di fare un gesto che di aprir bocca. Per quel che riguarda la lancia che sanguinava Chrètien de Troyes non propone nessuna spiegazione. Questo è un enigma, ma non l’unico. Perché è una donna a portare il Graal, contrariamente a tutta la liturgia dell’epoca? Perché i presenti non manifestano nessun segno particolare di raccoglimento al passaggio del vaso sacro? Forse la morte ha impedito al poeta della Champagne di fornire i chiarimenti che si proponeva di dare? Oppure non è riuscito a padroneggiare abbastanza tutte le leggende di cui si è servito per imbastire il suo poema?

Il romanzo di Robert de Boron

E’ ad un altro poeta che siamo debitori di qualche lume sulla natura del Graal. Qualche decina d’anni dopo la morte di Chrètien de Troyes un altro scrittore, questa volta originario della Franca Contea, pubblica tremilacinquecentoquattordici versi che intitola: Le Roman de l’Estoire du Graal (Il Romanzo della Storia del Graal). Robert de Boron pone in rilievo l’aspetto cristiano di questa storia. In effetti per lui il Graal sarebbe servito all’ultima cena di Gesù coi suoi discepoli, la sera del Giovedì santo. Preso dai rimorsi, dopo essersi lavate le mani del sangue di questo giusto, Ponzio Pilato avrebbe consegnato il recipiente a Giuseppe d’Arimatea il quale ha potuto raccogliervi il sangue di Cristo, una volta staccato dalla croce. Imprigionato, privo di cibo, Giuseppe d’Arimatea dovrà la vita alla sola contemplazione del Graal.

Più ricco d’immaginazione che non Chrètien de Troyes, Robert de Boron narra poi una serie di avventure favolose. Il poeta dà una sorella a Giuseppe d’Arimatea, Enygeus, moglie di Hebron, la quale avrà dodici figli di cui uno, stranamente, con un nome di origine celtica: Alain. Quanto a Giuseppe, accompagnato da una piccola schiera di cristiani, si è inoltrato nel più profondo dell’Oriente. Ma il peccato si abbatte sulla piccola comunità. Dio ordina a Giuseppe d’Arimatea di costruire un tavolo identico a quello dell’ultima Cena. Nel centro risplende il vaso, ossia il Graal. Ai suoi lati un pesce pescato da Hebron. Intorno al tavolo soltanto un posto rimane vuoto: quello del nuovo Giuda, responsabile dell’apparire del peccato nella comunità. Moyset, uno dei suoi membri vi si siede: immediatamente viene inghiottito dalla terra. E quotidianamente la rievocazione della Cena avrà luogo: Robert de Boron lo chiama: il servizio del Graal.

Il poeta della Franca-Contea è il primo ad attribuire a questo Graal dei poteri soprannaturali: poiché a colui che possiede il Graal, e a lui solo, Dio rivela i suoi segreti. E mentre Giuseppe morirà in Oriente, Hebron che viene soprannominato Ricco Pescatore, raggiunge l’Occidente; un giorno suo nipote gli succederà come signore del Graal. Quanto al personaggio di Perceval, Robert de Boron lo fa rivivere in un testo in prosa, il Didot-Perceval. Naturalmente vi si ritrova la scena che si svolge al castello del Re-Pescatore, come in Chrètien de Troyes, ma mentre quest’ultimo non aveva proprio immerso questa scena in un’atmosfera di religiosità, la cosa va altrimenti nel racconto del suo emulo della Franca-Contea.

La lancia che appare alla testa del corteo è quella che servì al centurione Longino per trafiggere il fianco del Cristo; all’apparire del Graal (portato da un valletto, e non più da una fanciulla, come in Chrètien de Troyes) il Re e la sua corte manifestano il raccoglimento più profondo. Infine, colui che vuole sedersi sul Seggio Periglioso (analogo a quello posto davanti al Tavolo santo di Giuseppe d’Arimatea) è Perceval: il suolo si apre sotto i suoi piedi e la terra è oscurata dalle tenebre. Solo allora il Re-Pescatore si ammala e non potrà guarire finché un cavaliere non avrà riscoperto il Graal.

Queste sono le due opere principali che fiorirono all’inizio del XIII secolo, uno dei periodi più intensamente segnati dalla cristianità. Ed è proprio a partire dai poemi di Chrètien de Troyes e di Robert de Boron che nascerà tutta una letteratura i cui incanti, ancor oggi, sono lungi dall’esser esauriti.

L’influsso celtico

Qualunque impronta personale Chrètien de Troyes e Robert de Boron abbiano dato alle loro rispettive opere, entrambi hanno attinto, per l’essenziale, alla medesima fonte: le leggende celtiche. Queste leggende sono nate da precisi avvenimenti storici: la gloria e la decadenza vissute dai Celti in Gran Bretagna. Per quattro secoli, dopo che Giulio Cesare ebbe conquistato l’isola, i Romani vi mantennero lo stato di pace, spezzando duramente qualunque tentativo di invasione, dei Pitti e degli Scoti al nord, dei Sassoni al sud. All’ombra della spada di Roma, in questo paese che allora si chiamava Britannia, potè svilupparsi il cristianesimo.

Ma all’inizio del V secolo tutto cambia: i Romani si ritirano, abbandonando i Britanni alla loro sorte. Allora i Pitti ritornano in forze, seminando terrore e morte. La fine della pax romana ha un’altra conseguenza: il cristianesimo decade, ritirandosi di fronte a un ritorno al paganesimo. A questa nuova situazione si aggiunge una spaventosa corruzione dei costumi, tanto che la Bretagna piomba nell’anarchia e nella miseria. Attaccati da ogni parte, i Britanni utilizzano i Sassoni come mercenari per combattere i Pitti. Ma è un’alleanza breve: i Sassoni fanno causa comune coi Pitti e intraprendono la conquista del paese. I Britanni sono perduti. I Sassoni si stanziano solidamente sull’estuario del Tamigi e respingono i Britanni vers o occidente. Dalla fine del V secolo i conquistatori occupano definitivamente il Kent e il Sussex ed accrescendo il loro potere creano due nuovi regni: il Wessex e l’Essex.

Proprio allora compare un capo prestigioso, che passerà alla leggenda con il nome di Re Arthur o Artù. Sotto il suo comando i Britanni o Bretoni ottengono successi schiaccianti, ma hanno contro di loro il numero e la tenacia. Morto Arthur, i Sassoni continuano la loro marcia in avanti; nel 577 occupano l’estuario della Severn, separando così il paese del Galles dalla Cornovaglia. All’inizio del VII secolo altri regni sassoni occupano la costa del mar dell’Irlanda, isolando i Gallesi dal resto del paese bretone. Praticamente i Celti sopravvissuti vengono condannati o a rifugiarsi sulle selvagge montagne dell’ovest, o a passare il mare per stanziarsi nell’Armorica. Popolazione perseguitata, per giunta essa viene spaventosamente decimata dai Pitti e dai Sassoni. La Bretagna, due anni prima fiorentissima, è ormai ridotta a qualche povera comunità che tenta di sopravvivere nel Galles, in Cornovaglia, nel Westmoreland, nel Cumberland o presso la foce del Clyde.

Ecco la storia, accompagnata dai suoi dolori. Che fertile terreno per la leggenda! Vinto, il popolo bretone va in cerca della spiegazione e della giustificazione delle sue sventure. Il coraggio e la capacità del suoi capi non possono essere messi in dubbio; bisogna dunque trovare una causa soprannaturale di questa decadenza. Ed è perché il popolo bretone ha vissuto in stato di peccato, perché ha offeso Dio, che la maledizione si è abbattuta su di lui. Tuttavia bisogna vivere sperando che un giorno, dopo la remissione dei peccati, l’antica gloria ritorni. Quale può essere dunque il peccato imperdonabile commesso dalla Bretagna? Esso ha un nome: l’eresia pelagiana. Cristiano di origine bretone, ardente predicatore molto ascoltato, Pelagio va proclamando che l’uomo dispone totalmente del libero arbitrio e che la sua salvezza è una questione personale. Si oppone così direttamente al contemporaneo insegnamento di Sant’Agostino: l’uomo non può salvarsi se la grazia non lo illumina e non lo fortifica. Secondo lui il peccato originale priva della grazia divina tutti coloro che nascono, i quali si trovano così condannati all’ignoranza, al dolore e alla morte. Pelagio al contrario afferma: l’errore di Adamo è stato un errore suo personale; non riguarda affatto i suoi discendenti, tanto che ciascuno di noi può scegliere liberamente fra il bene e il male. Ma allora che cos’è la grazia? Soltanto l’insieme delle facoltà che Dio ci ha dato e la possibilità di vivere secondo gli insegnamenti di Cristo.

All’inizio del V secolo l’eresia pelagiana si è talmente diffusa in Bretagna che il papato si affretta a mandarvi San Germano di Auxerre, uno dei migliori predicatori del tempo. A forza di controversie appassionate costui riesce a soffocare l’eresia. Il suo successo è totale: i Bretoni infatti ne fanno il vero santo della loro isola. E’ così stroncato il peccato bretone: il regno di re Arthur è stato fatto a pezzi per avere ceduto alle attrattive dell’eresia, ma il ritorno alla vera dottrina cristiana gli permetterà di rivivere. Questo ritorno tuttavia non sarà privo di inconvenienti. Lo spirito celtico è troppo ricco di immaginazione per non continuare a mescolare fra loro le esigenze della fede cristiana e la leggenda pagana. Mescolanza che si ha l’occasione di trovare, ad esempio, nella personalità di Re Arthur.

Il leggendario Re Artù

Egli compare per la prima volta nella leggenda celtica con il nome di Herla. Eccone la storia: ferito in combattimento, è rimasto imprigionato per tre secoli sotto una montagna (di qui il soprannome di Re della montagna); il suo paese è completamente distrutto. Un giorno, nella sua prigione sotterranea arriva uno straniero che lo interroga a lungo. Ora, questo straniero ha il potere, se lo vuole, di pronunciare le parole che permetteranno ad Herla di ritrovare il suo regno. Ma le parole della salvezza non vengono pronunciate e il re rimane nella sua prigione.

Due sono i temi qui mescolati: quello della redenzione, nelle parole che salvano, e quello della leggenda. Ancora più notevole è il riferimento alle leggende celte nell’opera di Chrètien de Troyes e di Robert de Boron, per ciò che riguarda l’episodio del corteo del Graal. E’ una strana processione: a questo punto del poema non si conosce esattamente che cosa sia il Graal; nè meglio si capisce perchè a portarlo, per il poeta della Champagne, debba essere una fanciulla; nè si hanno precisazioni sulla lancia scintillante dalla quale scende una goccia di sangue.

Questo episodio esprime clamorosamente fino a che punto Chrètien de Troyes fosse diviso tra il desiderio di adattare al gusto francese una vecchia leggenda celta e la volontà di cristianizzare la storia. Vero è che anche nella sua vita quotidiana alla corte di Maria di Champagne il poeta assisteva ad una specie di confronto tra paganesimo e cristianesimo. Si sa che l’incarico di scrivere il racconto del Graal è stato dato al poeta da Filippo di Fiandra. Ora, il padre di Filippo, Thierry, aveva avuto un ruolo importante nelle crociate, da cui aveva ricondotto l’ampolla contenente il sangue di Cristo (quest’ampolla si trova oggi a Bruges). Imbevuto di racconti favolosi riferiti dai Crociati, Filippo (che morirà in Palestina) ha esercitato dunque un’influenza determinante su Chr‚tien de Troyes. Ma Maria di Champagne, fidanzata di Filippo, aveva, come del resto sua madre, Eleonora d’Aquitania, un vivo interesse per i racconti di Bretagna, ossia per le leggende celte.

Al poeta, posto nel punto di confluenza di queste due correnti, spettava il compito di riunirle in un unico e identico fiume. Così la famosa scena della processione del Graal, per una grandissima parte non è altro che un richiamo ai riti d’iniziazione e di investitura del sovrano, come li descrive la mitologia celtica. Ecco, ad esempio, ciò che sta scritto in uno dei più antichi racconti celti: gli aspiranti alla carica suprema dovevano camminare su questa pietra, la quale indicava il vincitore gettando un grido, come supremo sovrano d’Irlanda.

Egli s’imbatte in un cavaliere misterioso che altri non è che il dio Lug; questi invita Conn nel suo palazzo e quivi, seduta su un trono di cristallo, una giovane donna, con il capo cinto da una triplice corona d’oro, tiene presso di sè tre coppe piene di una bevanda divina. Questa giovane donna incarna la sovranità dell’Irlanda. Prima di invitare Conn a bere, domanda a Lug: A chi devo dare la coppa? E Lug indica Conn, poi pronuncia i nomi di tutti i suoi discendenti che, a loro volta, diventeranno re d’Irlanda. Finalmente Lug e la giovane donna scompaiono e Conn rimane solo con la coppa che gli è stata offerta e che è il simbolo del suo potere.

La trasposizione operata da Chrètien de Troyes appare chiara: Lug diventa il Re-Pescatore, la giovane donna sarà la portatrice del Graal e Conn si identificherà con Perceval. Questo per il contributo celta. E l’apporto cristiano?

L’influsso cristiano

Dapprima sembra essere quello di un’eresia: oltre alla pelagiana il nestorianesimo (che in particolare ammette una duplice natura di Cristo, corporale e spirituale), che ebbe un certo successo in Bretagna. In alcune comunità cristiane inoltre le donne erano autorizzate a distribuire la comunione. Il che spiegherebbe come mai, nell’opera del poeta della Champagne, sia una donna a portare il Graal.

Ma resta strana l’apparente indifferenza con cui i presenti assistono al passaggio del Graal e della sua processione. Nel 1180, data del racconto del Graal, la dottrina della chiesa nei confronti dell’Eucarestia non è ancora ben definita; lo sarà soltanto trent’anni più tardi, in occasione del concilio Laterano. I fedeli che si comunicavano consumavano in ogni messa tutto il pane e tutto il vino che erano stati consacrati. In questo modo si rievocava esattamente la Cena.

Solo nel XII secolo, dopo aspre controversie teologiche, si giunse ad ammettere che Cristo era realmente presente nel pane e nel vino anche indipendentemente dal sacrificio della messa.

L’immagine del Graal che ci è offerta da Chrètien de Troyes sembra riprodurre fedelmente l’evoluzione che sta verificandosi nella sua epoca. Siamo a qualche anno di distanza dal concilio Laterano e la nuova concezione dell’Eucarestia sta venendo alla luce, tanto che lo splendore accecante che sembra scaturire dal vaso portato dalla fanciulla prefigura quegli ostensori che ben presto si troveranno sugli altari.

Quando Robert de Boron scrive a sua volta Il Santo Graal, la rivoluzione liturgica è praticamente compiuta: la sua descrizione della processione religiosa è infatti già immersa in un’ atmosfera di fervore e di raccoglimento.

Infine, Chrètien de Troyes si scaglia precisamente contro l’eresia pelagiana.

Quando, dopo aver ritrovato il cammino di Dio, Perceval si reca dall’eremita, questi esclama: Il peccato ti ha tagliato la lingua quando vedesti passare davanti a te il ferro che mai si asciugò (allusione alla lancia nel corteo del Graal), e tu non cercasti di conoscerne il motivo. Insomma, il giovane cavaliere si ritrova con una specie di incapacità morale; non può comandare alla sua volontà, perché è schiacciato sotto il peso di un errore. Incapace di articolare parola o di muovere un gesto che dimostri il suo interesse nei confronti del Graal, simbolo della fede cristiana, Perceval rappresenta l’impotenza dell’uomo privo dell’aiuto divino. Per guarire il re ferito, per salvare il regno di Re Arthur, infine per provocare un miracolo, a Perceval si chiedeva poco: una semplice prova di buona volontà. Ma, per l’appunto, egli non poteva dare questa prova perché si trovava in stato di peccato.

Per salvarsi, e per salvare gli altri, il libero arbitrio non è dunque sufficiente, come pretende di sostenere l’eresia pelagiana. E a questo proposito sia Chrètien de Troyes che Robert de Boron riflettono bene la rigorosa ortodossia cristiana. Ma in confronto al suo predecessore, Robert de Boron ha avuto il vantaggio di soggiornare in Bretagna, molto probabilmente nella celebre abbazia di Glastonbury.

L’abbazia di Glastonbury

Nel Medio Evo quest’abbazia fu uno dei centri più importanti della cultura occidentale. San Dunstan vi ha introdotto la regola benedettina fin dal secolo X; i crociati hanno consegnato ai monaci alcuni testi portati dalla Palestina.

L’influenza dell’abbazia sullo spirito celtico si era estesa inoltre con l’invasione dell’Inghilterra da parte di Guglielmo il Conquistatore, il quale diede ai monaci di Glastonbury due priori normanni: Thurstin prima, e Herlewin poi. Importante è stato il contributo di quest’abbazia nel conservare le nostalgie disseminate nel folklore bretone al fine di integrarle nella nascente storia d’Inghilterra.

Ed è vero che i monaci sono spinti a farlo anche per ragioni politiche: il re d’Inghilterra, Enrico II Plantageneto si trova ad essere, almeno per i suoi possedimenti francesi, vassallo del Re di Parigi, il cui prestigio è fra l’altro senza pari a causa della tradizione religiosa. Sul piano spirituale chi potrebbe uguagliare Enrico II, sovrano di un regno che possiede la Santa Ampolla a Reims, alcuni santi protettori della Francia e del Regno, celebri santuari, sfolgoranti abbazie a Cluny e a Gteaux? Per dare all’Inghilterra un lustro che non possiede ancora, gli abati di Glastonbury entrano senza esitare nel gioco del loro re. Grazie alla loro opera si forgiano e si rafforzano quelle leggende che daranno agli abitanti una specie di fierezza nazionale. Ed è così che i monaci scoprono la tomba di Re Arthur e di sua moglie Ginevra. La leggenda celta pretendeva che il sovrano fosse stato trasferito in un’isola misteriosa, Avallon, e che quivi vivesse aspettando di tornare trionfalmente alla guida del suo regno. Ma ecco che i ricercatori di Glastonbury ne portano alla luce la tomba e trono dove? A Glastonburv. Ad Enrico II questa scoperta offre due vantaggi: i Celti non potranno più accarezzare il loro sogno di rivalsa sui loro vincitori, poiché ormai è provato che il loro re non era un eroe leggendario, ma un uomo che, essendo polvere, alla polvere è tornato. In secondo luogo se la sua tomba è stata scoperta a Glastonbury, come non pensare che questa abbazia è il faro della vera fede, la più alta protezione contro le superstizioni e le eresie? I monaci d’altra parte non si sarebbero limitati a questo. Bisognava ancora dimostrare che l’Inghilterra, non meno della Francia, era stata creata dalla mano di Dio. E ancora a Glastonbury nasce la leggenda che, dopo la morte di Cristo, Giuseppe d’Arimatea, il quale ha avuto in consegna il vaso sacro contenente il sangue del martire del Golgota, è andato a rifugiarsi proprio lì.

Qui ancora l’operazione comporta un duplice vantaggio: il Graal dei Celti è assimilato dal cristianesimo: la Francia possedeva la Santa Ampolla, l’Inghilterra possiede invece il vaso sacro di Giuseppe d’Arimatea. Robert de Boron trova così la materia della sua opera. D’altra parte, questa presenza di Giuseppe d’Arimatea in Gran Bretagna non si spiega se non ci si sforza di gettare un ponte fra l’Occidente cristiano e la Terrasanta. Certamente questo legame tangibile esiste: sono le Crociate. Esaltati dalla loro avventura, affascinati dalla liberazione della tomba di Cristo, alla quale hanno votato la vita, i Crociati, almeno quelli di questo periodo, sono tornati pieni di racconti straordinari, ma tutti riguardanti, alla fine, episodi della vita di Gesù. Chrètien de Troyes e Robert de Boron hanno operato una trasposizione del più importante di questi episodi: la Comunione.

L’opera di von Eschenbach

Ad un altro narratore del Graal toccherà il compito di spingersi oltre, introducendo nella letteratura occidentale le prime influenze arabe. Nel 120 grazie al più grande poeta dell’epoca, Wolfram von Eschenbach compare in Germania un Parzival. Il poema, la cui espressione poetica possiede una leggerezza e una bellezza straordinarie, è probabilmente una delle vette di quella che l’Occidente conobbe come civiltà cortese e cavalleresca. Infatti l’eroe di Wolfram von Eschenbach incarna proprio questa civiltà: la sua è la storia di un lento e faticoso cammino verso una realizzazione totale nella fede cristiana, concessa agli ideali di una cavalleria completamente votata al culto della bellezza e dell’onore. Eletto dal Signore, Parzival si sente così definire da Kundrie, la messaggera del Graal: Tu hai conquistato la pace dell’anima e hai atteso la pace del corpo con un fedele desiderio. Poiché Parzival ha sempre vissuto sotto il vincolo di una duplice fedeltà: a Dio e a sua moglie Kundwiramus.

Il poema tedesco si conclude con l’esaltazione dello scopo raggiunto: Chi termina la propria vita in modo che, per colpa del corpo, Dio non perda i suoi diritti sull’anima, e malgrado questo riesca a conservare il favore del mondo e dei suoi pari: ecco una persona ricca dei frutti di uno sforzo ardente. Ma, per giungere a tale realizzazione, occorre l’aiuto della grazia divina, che attraverso il Graal è distribuita a chi ne è degno. Per il poeta tedesco il Graal è una pietra, dotata delle virtù più straordinarie. Ha tre tipi di funzioni: Fornisce nutrimento e bevande a coloro che la custodiscono e ridona loro bellezza e gioventù. Soltanto chi conosce la purezza morale può sollevarla e trasportarla. Ogni anno il potere del Graal è come rinnovato; quel giorno una colomba vola a deporre su di esso un’ostia meravigliosamente luminosa. Solo gli eletti di Dio beneficiano dei doni meravigliosi che il Graal distribuisce. Il Re del Graal è scelto da Dio stesso, e chiunque non sia in pace con il Re del Cielo e della Terra non può pretendere di diventarlo. Parzival non sfugge a questa regola; riesce infatti a raggiungere il Graal solo dopo aver compreso le parole dell’eremita Trevrizent: E’ per gli uomini che Cristo è morto sulla croce; allora, sconvolto da questo atto d’amore, Parzival si abbandona a Dio, ponendo irrevocabilmente fine ad un lungo periodo di errori e di peccati.

Perceval e Parzival: un’analisi comparata

Fra la concezione del Graal in Chrètien de Troyes e in Wolfram von Eschenbach esistono profonde differenze; per il poeta della Champagne il Graal risplende di pietre preziose ed è custodito da angeli neutrali, quelli cioè che non hanno partecipato alla rivolta di Lucifero contro Dio. Avevano agito per rinunzia? No, erano stati mossi dall’orgoglio, credendo che la sola intelligenza avrebbe permesso loro di distinguere il Bene dal Male. Il Graal è promesso a coloro che si inchinano alla volontà di Dio, sapendo che tutto discende da Lui, ma che non rinunciano per questo ad affermare la loro personalità. Il Perceval del poeta francese non ha niente di umile. Ben diverso il Parzival del poeta tedesco.

Nella sua opera il Graal è solo una pietra grigia, umile. Ed essenzialmente è l’umiltà che si richiede a coloro che vogliono conquistarla. Divenuto re del Graal, Parzival è accolto da Trevrizent con queste parole: Hai conquistato il sommo bene! Ora volgiti verso l’umiltà.

In fin dei conti, l’opera del poeta tedesco non sarebbe che l’adattamento impregnato di sentimenti cristiani di una leggenda già molto nota e molto sfruttata, se un vero enigma non rimanesse aperto: in quale modo Wolfram von Eschenbach ha potuto avere dei contatti con la filosofia araba? Il poeta, in realtà, non pretende di aver composto un’opera originale. Egli dice: Il ben noto maestro Kyot trovò a Toledo, in mezzo ai manoscritti abbandonati, la materia di questa avventura, scritta in caratteri arabi. Prima dovette imparare a decifrare la scrittura (ma non cercò di iniziarsi alla magia nera); fu un gran vantaggio che egli avesse ricevuto il battesimo, perché altrimenti questa storia sarebbe rimasta sconosciuta. Non esiste infatti nessun pagano abbastanza saggio da poterci rivelare la natura del Graal e le sue segrete virtù. Un pagano (arabo), un certo Flegetanis, era molto famoso per il suo sapere. E’ lui che scrisse l’avventura del Graal.

Il pagano Flegetanis era in grado di predire il declino di ogni stella e il momento del suo ritorno. Esaminando le costellazioni scoprì misteri profondi di cui parlava tremando. Si trattava, diceva, di un oggetto che si chiama il Graal. Ne aveva letto chiaramente il nome nelle stelle. Un gruppo di angeli l’aveva deposto sulla terra e poi era volato via, al di là delle stelle. Da allora solo degli uomini diventati cristiani con il battesimo, puri come angeli, avrebbero dovuto prenderne cura. Il poeta tedesco conclude: Così scrisse Flegetanis. Kyot, il saggio, cercò nei libri latini dove mai potesse vivere un popolo abbastanza puro e incline a una vita di rinunce per diventare custode del Graal. Lesse le cronache dei regni di Francia, di Bretagna e d’Irlanda, finché, in Anjou, trovò quel che cercava.

Chi era dunque Kyot, il saggio maestro? In Provenza non si è trovato nessuno scrittore, nè trovatore che portasse questo nome. Ma si può ragionevolmente supporre che sia lo pseudonimo scelto da uno di quei poeti girovaghi che fiorivano in quell’epoca e che raccoglievano e utilizzavano tanto le leggende quanto gli eventi di cui erano testimoni o che venivano loro raccontati. Poco importa, del resto, che Kyot sia esistito o meno o che in realtà si chiamasse Guyot; l’essenziale è sapere se in Provenza era presente una storia del Graal, notevolmente diversa da quella che circolava nell’Europa settentrionale.

La Provenza del XII secolo si estende fino a Tolosa, su di un territorio a lungo rimasto sotto il dominio della Spagna araba e che è stato fortemente penetrato dalla civiltà dei conquistatori. Per molto tempo si è creduto che questa civiltà fosse superiore a quella dell’Occidente. Non erano forse gli Arabi bravissimi specialisti in materia di stoffe, di armi, di cavalli, per non parlare della loro capacità nel costruire fortezze e torri? D’altra parte, spesso ripetevano questi soufis, racconti brevi di avventure favolose. Anche dopo essere stati cacciati, gli Arabi dovevano continuare a manifestare in Provenza la loro influenza culturale, influenza che passava attraverso i maestri ebrei già presenti nel paese, che si recavano spesso in Spagna per consultare i pensatori e i saggi mussulmani. Anche gli Arabi avevano una specie di leggenda del Graal, tra i cui protagonisti c’è quel Flegetanis che viene poi citato da Wolfram von Eschenbach. Flegetanis infatti è la traduzione del titolo di un libro arabo, Felek-Thani (la seconda sfera). In quest’opera, come in quella celebre di Mohvddin Ihn Arabi: I Catoni della sapienza, si parla di sette pietre che rappresentano le sette possibili forme di saggezza. Queste pietre possono scendere fra gli uomini per risuonare come un richiamo. La Pietra Suprema, quella della saggezza universale, si incarna in colui che l’Islam considera: il marchio della santità degli inviati e dei profeti, il Cristo. Dopo la morte di Cristo questa pietra è stata affidata alla custodia di cavalieri celesti.

Ecco il materiale di cui il poeta tedesco si servirà per scrivere il suo Parzival; beninteso egli si riferirà in alcune parti alla leggenda celta e impregnerà la sua opera di dottrina cristiana, ma il punto di partenza è senza dubbio l’opera attribuita a Kyot, e di quest’opera, in particolare, il suo carattere esotico. Per cogliere ciò che Parzival deve all’Islam, bisogna richiamare i simboli più importanti utilizzati da Wolfram von Eschenbach. Innanzittuto Montsalvage, il castello dove il Graal è custodito da cavalieri puri come angeli. Quest’idea del castello, quasi irreale, appartiene certamente al fondo comune della leggenda: è la Thulè celtica, il Meru indù, la Luz ebraica. Nel mondo islamico è la montagna Qaf, che si erge su di un’isola che non si può raggiungere nè per terra, nè per mare. Il simbolismo di questa immagine è chiaro! Qaf è il luogo di passaggio fra il mondo materiale e il mondo spirituale una specie di frontiera fra il visibile e l’invisibile. Mohyddin Ihn Arabi pretende che quest’isola sia stata fatta con gli avanzi dell’argilla usata per modellare Adamo. Infatti è il paradiso terrestre, testimone della decadenza umana, cui si aspira tuttavia come oggetto di riconquista. Come un Mussulmano può sperare di raggiungere un giorno le rive dal Qaf, così l’occidentale può sognare il momento in cui, a forza di ascesa e di saggezza, sarà invitato ad entrare nel castello dove il Graal lo attende nel suo splendore immortale.

E in più di un tratto Montsalvage ricorda il Qaf, il castello non è l’unica trasposizione che si nota nel poema tedesco. Rivolgendosi a Parzival, e parlandogli di un uccello favoloso, la Fenice, Trevrizent gli dice: Per la virtù di questa pietra (il Graal), la Fenice si consuma e diventa cenere, ma da queste ceneri rinasce la vita; grazie a questa pietra la Fenice compie la sua metamorfosi per ricomparire più bella che mai, in tutto il suo splendore. Ora, la Fenice è un simbolo tipico della mitologia araba. Tutte le leggende del Medio Oriente affermano che l’uccello rosso non si posa mai sulla terra, se non sulla vetta del monte Qaf. Raccontando la storia di questo uccello favoloso Erodoto osserva che la sua patria è l’Arabia, che ogni 5oo anni vola ad Eliopoli, la città del sole, e qui seppellisce allora le spoglie di suo padre, le spoglie da cui è nato.

Nel poema di Wolfram von Eschenbach è chiaramente la colomba che impersona, ma in senso cristiano, il ruolo che nella mitologia araba spetta alla Fenice. Ogni anno, il venerdì santo, torna a deporre un’ostia sul Graal. Poi scompare. Ma sia che si tratti dell’uccello rosso, sia della colomba, in fondo il simbolismo è identico e, d’altra parte, è un simbolismo comune a tutte le leggende indo-europee: si tratta della lotta fra la luce e le tenebre; della vittoria, sempre da rinnovare, della primavera sull’inverno e, sul piano spirituale, del trionfo della resurrezione sulla morte. Infine, ed è il punto essenziale, c’è il Graal stesso descritto nel suo aspetto esteriore come una pietra stretta e umile. La frattura fra Wolfram von Eschenbach e i suoi predecessori Chrètien de Troyes e Robert de Boron è dunque totale. Certo il poeta tedesco attribuirà a questa pietra alcune particolari virtù fino a quel momento legate al vaso sacro, immagine del ciborio, ma parla pur sempre di una pietra. E questa concezione minerale, deriva direttamente dalla teologia araba. Sembra che questa, a sua volta, prendesse la nozione di pietra sacra dalla filosofia indù la quale nelle sue opere principali, parla del Cintamani, il gioiello del desiderio.

Meglio ancora: certe pitture di ispirazione buddista rappresentano una vergine che porta il gioiello del desiderio, quello che dispensa gioia. Ora, nell’opera tedesca esiste una certa Repanse di Schoye, portatrice del Graal. Per Wolfram von Eschenbach, il Graal è stato portato sulla terra da angeli. Principio eucaristico, esso rafforza la fede degli eletti; fonte di ogni bene, assicura agli uomini il pane e il vino e li protegge dalle malattie e dalla morte. Un giorno la pietra sacra tornerà alle Indie (dove allora si poneva il paradiso terrestre). Che cos’è nella religione islamica la pietra della Kaaba, mano destra di Dio sulla terra? E’ stata portata da Jibrailn, l’angelo Gabriele. Guarisce da ogni male coloro che la toccano, purché abbiano il cuore puro. E l’ultimo giorno parlerà per dare testimonianza. Se dunque le analogie fra il racconto del poeta tedesco e la teologia araba presentano somiglianze sbalorditive, ne esiste un’altra, ancora più diretta.

Secondo Wolfram von Eschenbach, il Graal è innanzitutto il simbolo della compassione e dell’umiltà. Qual è l’errore iniziale commesso da Parzival mentre assiste al passaggio del Graal? Non ha chiesto al re ferito: Qual è il male di cui soffri? Così ha peccato per difetto di umiltà, perché la sorte dei suoi simili non lo preoccupa; ha sbagliato per mancanza di compassione, curandosi poco della sorte di un malato. Occorreranno anni di prove perché Parzival rimedi a questa colpa e, perché possa di nuovo aspirare al possesso del Graal, dovrà vivere amare esperienze prima di giungere a realizzarsi totalmente.

L’insegnamento più importante che l’eremita Trevrizent dà a Parzifal riguarda l’umiltà. Poiché raggiunge il Bene supremo solo colui che lo cerca conscio della propria debolezza, e il cui spirito, sapendosi vacillante, ha continuamente bisogno dell’aiuto di Dio. Questo comando di umiltà non è del resto specifico della teologia araba; lo si ritrova negli insegnamenti dello Yoga tibetano, così come anche in certe opere persiane ciascuna delle quali contiene, con diverse sfumature, la formula seguente: Va’ a dire ad Alessandro che invano egli cerca il Paradiso; i suoi sforzi saranno assolutamente senza frutto perché la via del Paradiso è la via dell’umiltà, e lui non ne sa nulla. Pare proprio che l’umiltà descritta come la via ideale per raggiungere l’assoluto appartenga al tesoro comune delle leggende indo-europee. L’essere impregnata di arabo, carattere essenziale dell’opera di Wolfram von Eschenbach, è percepibile anche in un altro tema.

Nei poemi di Chrètien de Troyes e di Robert de Boron la lancia intravista da Perceval nella processione del Graal è senza dubbio quella di cui il centurione Longino si servì per trafiggere il fianco di Cristo crocifisso. Non possiede nessun potere specifico, se non quello di ricordare il sacrificio del Golgota. Ben diversa la concezione di Wolfram von Eschenbach poiché la lancia appare nella sua opera come lo strumento del castigo divino; è quella infatti che ha ferito il Re-Pescatore privandolo della sua natura di uomo; con quel medesimo colpo l’intero regno del sovrano è stato colpito dalla sventura. Per di più la ferita che essa provoca si risveglia o si placa per influsso delle stelle. Invano si cura il re con i più diversi medicamenti: Dio impedisce che abbiano effetto. Soltanto la lancia, dotata di poteri soprannaturali, può guarire la ferita del sovrano col suo solo contatto.

Un’interpretazione strettamente cristiana non basta a spiegare questo simbolismo; anche in questo caso bisogna ricorrere alle leggende orientali e in particolare a quelle nate nel territorio fra il Tigri e l’Eufrate. Secondo le formule misteriose dei narratori e dei maghi si ritiene che la lancia sia come l’asse del mondo, un asse che, con la sua natura verticale, esprime anche il carattere intangibile della giustizia; chi si allontana dunque da questo asse viene punito ad opera dell’asse stesso. E’ quello che ha fatto il Re, e per questo motivo è stato colpito dalla lancia. Insomma, la ferita reale è un marchio di decadenza. E se il dolore della piaga varia al ritmo delle stagioni, è perché si tratta di una specie di espiazione cosmica: l’inverno si identifica col Male, la primavera e l’estate col Bene. D’altra parte colui che ha ferito il Re è un pagano, Anfortas. E’ nato nel paese d’Ethnise, che ‚ quello dove il Tigri esce dal paradiso. Questo pagano era certo che, con il suo solo valore, si sarebbe assicurato la conquista del Graal. Il suo nome era impresso sulla lancia. E, dice Wolfram von Eschenbach, da nient’altro mosso che dalla forza del Graal, attraversava terre e mari.

Come una tale leggenda sia stata riferita da Kyot, l’autore provenzale citato da Wolfram von Esch‚nbach, è un enigma non facilmente risolvibile, perché Kyot abitava in quella Provenza che, forse ancor più delle altre regioni francesi, viveva nella luce delle Crociate, particolarmente della prima, la quale dovette la sua risonanza spirituale alla scoperta della lancia ad opera dei Crociati. Ora, l’unico valore che la santa Lancia, così la si chiamava, poteva avere, per il popolo profondamente cristiano che abitava la Francia medievale, stava nell’aver contribuito alla morte di Cristo. La storia narrata dal poeta tedesco non ha dunque niente a che vedere con le idee allora comunemente accettate in Occidente.

Vero è che il Parzival messo in scena da Wolfram von Eschenbach non è un Bretone, e nemmeno un Tedesco. E’ figlio di Gahmuret e di Herzeloyde ed è nato a Toledo, uno dei centri più importanti della civiltà araba. Certo il poeta non descrive esattamente la città, ne offre piuttosto un’immagine poetico-mistica, perché la città è piena di luci e gli alberi sono adorni di candele. L’autore tedesco parla anche di Baldac, in cui gli studiosi hanno riconosciuto Bagdad. A colpo sicuro, uno dei personaggi più strani del Parzival è Feirfitz. Feirfitz è un pagano; ma ricco di tante qualità e di animo così nobile che Re Arthur l’ha ammesso a sedere alla Tavola Rotonda, con gli stessi diritti dei cavalieri cristiani. Egli ha libero accesso perfino al castello di Montsalvage, dove si custodisce il Graal. Dopo mille tribolazioni egli sposerà la portatrice del Graal, Repanse de Schoye, insieme con la quale ripartirà per le Indie. E’ vero che prima del matrimonio Feirhtz avrà ricevuto il battesimo.

Strana avventura! Privilegi singolari concessi a un pagano! Su questo punto Wolfram von Eschenbach propone delle idee rivoluzionarie. Perché il fatto che Feirhtz sia stato ammesso al castello di Montsalvage prima del battesimo, che altro signihca se non che l’Islam è un cammino valido quanto il Cristianesimo per giungere alla scoperta del sommo Bene? Tutt’al più il battesimo, condizione indispensabile alla sua unione con la vergine portatrice del Graal, è un modo di imporre, sulle credenze e i riti pagani, almeno la supremazia del rito, se non delle credenze cristiane.

Feirhtz d’altronde è il simbolo stesso della natura umana: il poeta tedesco lo descrive col viso metà nero e metà bianco, che è un modo per significare che il Bene e il Male si dividono la nostra anima.
Convertito al cristianesimo, sposo di una cristiana, in dehnitiva Feirhtz è il personaggio più compiuto, ma anche più misterioso, del Parzival. Più che la sintesi, rappresenta la vera e propria fusione fra due fedi e due civiltà: l’occidentale e l’araba. Insomma, per Wolfram von Eschenbach, l’Islam e il Cristianesimo non sono che due aspetti di una medesima opera divina.

Nell’epoca in cui il poeta tedesco scrive, una tale concezione stupisce assai poco. Le Crociate e l’occupazione della Spagna hanno originato fruttuosi scambi di pensiero. Si trova perfino una sorta di snobismo arabo in Occidente: si fanno venire le mussole da Mossul, i taffetas dalla Persia, i veli preziosi dall’Egitto, le armi da Damasco. Le chiese sono impreziosite dai tappeti del Caucaso e del Turkestan. Non è forse vero che Riccardo Cuor di Leone ha concepito di dare in moglie la propria sorella a Saladino, il più intrepido avversario delle Crociate? Federico II, imperatore di Germania e il re di Castiglia Alfonso il Saggio, non vivono circondati da maghi e da sapienti arabi? La loro corte, il fasto che accompagna anche la cerimonia meno importante, non ricordano più i palazzi orientali che i rozzi costumi dei castelli in Europa? E nel 1245 chi mai si stupirà di vedere Alberto il Grande, uno dei più grandi filosofi del Medio Evo, insegnare alla Sorbona vestito secondo la moda saracena? Per un istante‚ l’influenza araba nel regno di Francia sarà tale da minacciare perfino i fondamenti del pensiero cristiano. Nel 1252 papa Innocenzo IV vi dovrà inviare in gran fretta San Tommaso d’Aquino, per discutere contro Sigieri di Brabante, un monaco discepolo del massimo pensatore islamico Averroe, il quale aveva conquistato completamente professori e studenti della Sorbona.

La civiltà araba non ha conquistato solo la letteratura dell’epoca, ma anche il cuore delle signore. Poiché dai paesi al di là del mare giunge quell’amore cortese che farà sì che lo storico contemporaneo Charles Seignobos dica ai suoi studenti: Signori, l’amore è un’invenzione del XII secolo. Quando si leggono le opere di Chrètien de Troyes o di Robert de Boron vi si trovano molto più resoconti di battaglie e imprese di cavalieri che lamenti amorosi. Con Wolfram von Eschenbach il tono cambia. Lanciato alla conquista del mistico Graal, Parzival non trascura per questo di fare una fioritissima corte a colei che diventerà sua moglie: Kundwiramus.

Tramite i trovatori provenzali il poeta tedesco viene a conoscenza della civiltà amorosa, che si è insediata nell’Andalusia araba, da Saragozza a Malaga, da Valenza a Lisbona, una civiltà in cui le donne occupano il primo posto. A Cordova la principessa Omayade Ouallada raccoglie intorno a sè un vero e proprio salotto letterario (che prefigura le corti d’amore dell’Occidente cristiano); la figlia e la moglie di Mutamid, emiro di Siviglia, figurano nei primi posti dei grandi poeti del loro tempo. Questi poemi hanno un enorme successo e i signori cristiani se li disputano, così come si disputano coloro che li scrivono o li recitano.

Quando don Sanchez d’Aragona sposa sua figlia con Raymondo di Catalogna, le nozze hanno luogo nel palazzo del signore arabo che governa Saragozza e sono il pretesto per un vero torneo di poeti e di cantori. Lo stesso succede, con molto più fasto e magnificenza, quando Alfonso VI di Castiglia prende in moglie Mora Zaida, figliastra del sultano di Siviglia. Quali esse siano, da Chrètien de Troyes a Wolfram von Eschenbach, le fonti di ispirazione, celte nel primo, arabe nel secondo, ciò che appare, nell’essenza di queste opere, è una ben precisa concezione della cavalleria e della vita mistica.

Per il poeta della Champagne e per il suo successore della Franca-Contea, le avventure di Perceval sono senza dubbio delle opere di circostanza. Filippo di Fiandra, protettore di Chrètien de Troyes, era stato incaricato dell’educazione del principe reale Filippo Augusto, di cui era il padrino. Per questo in Perceval si può cogliere qualche rassomiglianza fra il delfino e il cavaliere lanciato alla ricerca del Graal. Entrambi sono giovanissimi, cresciuti in campagna; entrambi hanno un padre infermo (Luigi VII, padre di Filippo Augusto, era gravemente ammalato, tanto che aveva dovuto cedere la guida del regno a Filippo di Fiandra). Perceval si perde spesso nella Foresta Ospitale. Ora, due giorni prima della sua incoronazione, Filippo Augusto si era perso durante una partita a caccia; una notte e un giorno aveva errato nella foresta, prima che un carbonaio lo riconducesse sul giusto cammino. A quell’epoca la cosa fece un gran rumore. Ora, è un carbonaio anche colui che indica a Perceval il cammino per recarsi al castello del Re Pescatore.

Il Perceval di Chrètien de Troyes è certamente una specie di trattato di cavalleria, ma soltanto abbozzato. Soltanto nei continuatori del poeta della Champagne, e in particolare in quegli anonimi che hanno narrato le avventure di un altro leggendario eroe celta, Lancelot l’ideale della cavalleria va poco a poco precisandosi. La Dama del Lago dice a Lancelot: I nobili ottengono privilegi come ricompensa del loro valore. La classe sociale altro non è che la consacrazione del valore morale. Lo scopo ultimo del cavaliere errante, dedito a mille avventure, è di elevarsi al di sopra della media degli uomini. Questo concetto corrisponde a una precisa situazione storica: senza fortuna, il figlio cadetto delle famiglie nobili lottava nei tornei con la speranza di sfruttare i vinti, oppure offre i suoi servigi ai nobili possidenti o parte per le Crociate; talora arriva a saccheggiare. Certo, Lancelot è un modello di virtù, si precipita a soccorrere le fanciulle tenute prigioniere, elimina incanti malefici che opprimono alcune contrade, vince giganti spaventosi. Si vota anche al servizio di una donna, perché è diventato l’amante di Ginevra, la moglie di Re Arthur (il quale, a sua volta, concede i suoi favori all’incantatrice Camilla).

I cavalieri del Graal

L’immagine del cavaliere, come emerge da questi racconti, è un’immagine rude che rispecchia le condizioni della nobiltà all’inizio del XII secolo. Ma ecco che compare un nuovo tipo di eroe che continuerà tutto questo: si chiama Galaad, ed è proprio il figlio di Lancelot. Alle imprese guerriere ed amorose egli contrapporrà carità, pazienza e castità. E con la pratica di queste virtù riuscirà a raggiungere la felicità somma: l’iniziazione al Graal. La ricerca mistica sostituisce combattimenti e avventure amorose.

A giudizio degli studiosi, una parte dei romanzi della Tavola Rotonda, posteriori a Chrètien de Troyes e a Robert de Boron, sono stati scritti da religiosi che volevano reagire alla licenziosità che contraddistingue la loro epoca. Romanzi di cavalleria, certo, perchè si adeguano al gusto dell’epoca; ma oltre a divertire, occorre anche insegnare. Per questo, ad ogni svolta delle avventure di Galaad si incontra un pio eremita che conduce una lotta senza quartiere contro la lussuria ed esalta il valore della castità. Sotto queste posizioni è facile indovinare la severa autorità di San Bernardo, fondatore dell’ordine di Citeaux. Alla fine del XII secolo l’ordine conterà 1800 abbazie ed estenderà il suo dominio spirituale su tre degli ordini maggiori della cavalleria: i Templari, i Calatrava e gli Alcantara.

San Bernardo ha raggiunto il suo scopo; scrivendo di Lancelot i monaci rispediscono nelle tenebre eterne un cavaliere troppo avido di piaceri terreni, mentre a Galaad concedono la suprema ricompensa, il possesso del Graal, cioè la felicità di Dio. E’ una seconda nascita della leggenda del Graal o il suo crepuscolo? La morte di Re Arthur, indicata intorno al 1225, determina comunque la fine del ciclo del Graal. Si tratta dell’ultimo episodio delle avventure dei cavalieri della Tavola Rotonda. Re Arthur assiste a una vera e propria tragedia, che il mago Merlino gli aveva predetto: i suoi compagni sono morti; sua moglie l’ha tradito con il suo miglior amico, Lancelot; i suoi sudditi si ribellano; suo figlio infine lo ferisce a morte. Arthur paga assai cara la sua ascesa spirituale.

Certo, compare anche un personaggio pagano: la Fortuna crudele, che è quella che abbatte Arthur. Ma in realtà, gli autori discepoli di san Benedetto si preoccupano poco di questa intrusione, e così come hanno inserito le leggende celte in una cornice cristiana egualmente assimilano la Fortuna alla volontà di Dio. Poco importa in effetti quale sia lo strumento di cui Dio si serve per castigare i peccatori e per ricompensare i giusti; quello che conta è la vittoria definitiva dell’Onnipotente. Iniziata nelle profondità fantasiose dell’anima celta, la leggenda del Graal si compie, in Occidente, con il trionfo dell’ideale cristiano.

Tuttavia questo trionfo spirituale non è senza contropartita, perché l’ordine cavalleresco trionfante, quello in cui San Bernardo vede l’archetipo della società cristiana, non è impermeabile alle leggende pagane che circondano la storia del Graal. Quest’ordine è quello dei Templari. Non è per un semplice gioco poetico che Wolfram von Eschenbach identifica, nel Parzival, l’ordine del Tempio con quello del Graal. L’eremita Trevrizent in effetti spiega all’eroe del poema: A Montsalvage, dove si custodisce il Graal, hanno la loro abitazione dei cavalieri valorosi. Sono i Templari, essi cavalcano spesso lontano, in cerca di avventure; vivono di una Pietra, la cui essenza è la purezza assoluta; la si chiama lapsit exillis… presso i cavalieri del Tempio è possibile vedere più di un cuore afflitto: coloro che Titurel (un cavaliere) aveva più d’una volta salvato da terribili prove, quando il suo braccio difendeva cavallerescamente il Graal con loro.

Qual è la funzione che il poeta tedesco assegna ai Templari? Mantenere e custodire il Graal sulla terra, e rendere possibile l’effettivo regno di Dio sulla terra dandogli dei sovrani eletti da lui. E’ questa la descrizione di una società teocratica retta da un gruppo scelto di iniziati (nel senso mistico del termine) investiti sia del potere spirituale che di quello temporale. Ma tale funzione era stata l’ideale dei signori del Sacro Romano Impero germanico; i Templari non fanno che riprenderne l’eredità. San Bernardo in persona definisce la loro duplice missione: l’ordine è la milizia di Dio, e suoi membri sono i ministri di Cristo.

Tuttavia, per il fondatore dell’ordine di Cìteaux, la città dei Templari non è di questo mondo, è la Gerusalemme celeste: Essi abitano davvero il tempio di Gerusalemme, e benché esso non sia, come edificio, lo stesso antichissimo e veneratissimo Tempio di Salomone, il loro non è certo di gloria inferiore… La bellezza del primo era data da elementi corruttibili; quella dei secondi è la bellezza della Grazia e del culto pio di coloro che la abitano. Non corrisponde forse questa descrizione a quella del castello del Graal, come l’hanno visto non solo i chierici che hanno scritto il Lancelot, ma anche Wolfram von Eschenbach? Vero è che l’ordine dei Templari è anzitutto un ordine simbolico. I suoi membri portano un mantello bianco: E’ per distinguersi dalla massa della gente perduta; e papa Innocenzo III afferma che coloro che hanno abbandonato la vita tenebrosa per l’esempio dei bianchi abiti riconoscono di essersi riconciliati con il loro creatore. I santuari costruiti dai Templari presentano tutti la stessa struttura: una piazza centrale di forma rotonda da cui si dipartono delle absidi a raggiera. Questa è la disposizione che si attribuisce al santo sepolcro, ma corrisponde anche alla descrizione del centro del mondo che si trova nelle teologie orientali.

Il Gran Maestro dell’ordine è eletto da dodici membri, a immagine della comunità degli apostoli, ed è assistito da due fratelli cavalieri. Si raffigura così il principio della Santa Trinità. Quanto allo stemma dell’ordine esso comprende due cavalieri sulla stessa cavalcatura. In ogni tempo il cavallo è stato considerato il veicolo simbolico dei viaggi fra i mondi, e fu una giumenta, El Boracq, che trasportò Maometto nei suoi viaggio, e su di essa aveva preso posto anche l’angelo Gabriele, compagno di strada del profeta.

In Europa l’ordine è onnipotente. Come sovrano si considera superiore ai principi; eletto dai cavalieri, il Gran Maestro non dipende che da Roma, e d’altra parte in modo abbastanza vago. I confessori dell’ordine anch’essi dipendono solo dal papa e sono esonerati da qualunque obbligo di fedeltà nei confronti dei vescovi. Che nessuno, ordina papa Innocenzo III, chierico o laico, osi esigere dal Maestro o dai fratelli della fede omaggi, giuramenti e altre garanzie in uso in questo secolo. Simili privilegi comportano un potere fantastico. I Templari intervengono nella lotta per il trono d’Inghilterra nel 1153, a proposito del conflitto fra Enrico II Plantageneto e l’arcivescovo di Canterbury Thomas Beckett; si rifiutano di sostenere Amaury di Gerusalemme contro il sultano d’Egitto; sono ambasciatori di Innocenzo III presso i signori arabi. L’attività del Tempio in Terra santa è d’altra parte all’origine di tutta la sua potenza. E proprio qui nacquero i rapporti ambigui fra il Tempio e l’Islam.

Il ruolo dei Templari nello stabilire stretti rapporti di cordialità con il mondo arabo è stato essenziale. L’emiro Usama, ambasciatore del visir di Damasco, così descrive il calore di questi rapporti: “Quando visitai Gerusalemme entrai nella moschea Al-Aqsa occupata dai miei amici Templari. Di fianco a questa c’era una piccola moschea che i Franchi avevano trasformato in una chiesa. I Templari mi assegnarono questa moschea per recitarvi le mie preghiere. Un giorno, mentre ero immerso nella preghiera, un Franco balzò su di me, mi afferrò e mi girò il viso verso l’oriente dicendo: Ecco come si prega! Un gruppo di Templari si precipitò su di lui e, fattolo prigioniero, lo cacciò. Poi mi dissero: E’ uno straniero appena arrivato nel paese dei Franchi; non ha mai visto pregare nessuno che non fosse voltato verso l’oriente.”

In Terra Santa i Gran Maestri dell’ordine vivono come principi; la maggior parte di essi impara a parlare arabo e accoglie regolarmente gli emiri alla propria tavola. Tali rapporti avranno strane conseguenze: quando gli Arabi cominceranno ad essere perseguitati, numerosi Templari penseranno di passare ai Saraceni.

E viceversa alcuni mussulmani sono stati armati cavalieri del Tempio. Così fu del celebre sultano Saladino, posto solennemente sul trono nel 1187 da Ugo di Tabaria, mentre suo fratello Melik lo fu per opera di Riccardo Cuor di Leone in persona. D’altra parte Melik aveva mandato a Riccardo due cavalli, quando questi aveva avuto il suo ucciso durante un combattimento contro gli Arabi.

I rapporti tra i Templari e i pagani sono di ordine spirituale, oltre che politico. Il Tempio mantiene in tal modo rapporti assai stretti con alcune sette mussulmane, in particolare con la setta degli Assassini (dall’arabo assas, che significa guardiano). Come il Tempio, quest’ordine ha il titolo di custode della Terra Santa, i suoi membri vestono come i Templari, col mantello bianco e rosso.

I rapporti instaurati sono tanto cordiali che i Templari permettono agli Assassini di costruire delle fortezze nel Libano. D’altra parte la dottrina esoterica dell’ordine arabo doveva ripercuotersi profondamente sul Tempio. Da molto tempo, in effetti, anche gli Arabi avevano la loro ricerca del Graal. Nella filosofia del Medio Oriente si parlava di ricerca dell’ Imam, o saggezza suprema, che si ottiene con un sforzo di riflessione personale ma grazie all’aiuto di Dio. Inoltre le preghiere islamiche più antiche confondono la ricerca dell’Imam con la ricerca della pietra celeste di cui, più tardi, parlerà il provenzale Kyot. Si capisce di qui come il tedesco Wolfram von Eschenbach abbia potuto senza difficoltà raffigurare il Graal come una pietra, poiché oltre al testo di Kyot il poeta tedesco possedeva un’altra fonte: i Templari.

E’ probabile che, stabilendosi in Terra Santa, costoro non siano stati colpiti in un primo momento dall’ampiezza e dalla profondità della teologia araba, ma siano stati invece completamente sedotti da un’altra scoperta: nel Medio Oriente esistevano ordini cavallereschi molto prima che la cavalleria nascesse in Europa. Questi ordini non si fondavano sul valore militare, ma sull’abnegazione e sull’umiltà. D’altra parte i cavalieri arabi non erano solamente investiti da principi temporali ma da autorità spirituali. La cerimonia di investitura infatti è praticamente identica a quella che più tardi sarà descritta nei romanzi cavallereschi europei e ancora più simile a quella in uso presso i Templari: colui che dà l’investitura porta un mantello speciale (il che vale anche per il maestro dell’ordine) e, dopo la cerimonia, si beve in una coppa di cavalleria.

Come meravigliarsi dunque che questi riti arabi abbiano più o meno conquistato non solo i semplici cavalieri che partecipavano alle Crociate, ma gli stessi Templari? L’ordine del Tempio è stato fondato alla fine del secolo XI. Ora, questo periodo è caratterizzato da una specie di apogeo dei rapporti fra Crociati e Arabi; lo sottolineano i rapporti cordiali che, dopo feroci combattimenti, si intratterranno fra Riccardo Cuor di Leone e Saladino. Insomma, due universi apparentemente impermeabili, come l’Islam e la Cristianità, erano di fatto perfettamente permeabili l’uno all’altro. Di epoca in epoca, si è posto un enigma, rimasto quasi insoluto fino ai nostri giorni: il segreto dei Templari. Taluni hanno voluto vedere in questo segreto semplicemente un tesoro favoloso nascosto in un luogo sconosciuto, ma sembra che in realtà gli si debba attribuire una natura strettamente spirituale. In alcuni testi medievali, del resto molto oscuri, si parla di un amico di Dio, che parlava a Dio quando voleva, e che era il protettore dell’ordine. Si tratta insomma di un’autorità superiore a quella del maestro del Tempio in persona. Ora, anche parecchi testi arabi accennano ad una potenza chiamata Re del Mondo.

Sembra che il segreto dei Templari sia tutto qui: in questa specie di contaminazione che si è operata fra le due dottrine, cristiana e islamica, all’ombra delle Crociate. E questa contaminazione non ha nulla di stupefacente. All’epoca delle Crociate la dottrina cristiana è ancora lungi dall’essere definita nei minimi dettagli. Ne sono fissate solo le linee principali, che costituiscono una specie di struttura all’interno della quale possono farsi strada mille interpretazioni.

Esiste in particolare un concetto su cui Cristiani e Arabi potevano facilmente accordarsi: si tratta della Terra Santa. Che le Crociate si siano svolte per motivi che non riguardavano tutti e soltanto l’ossessione di riconquistare la tomba di Cristo è ormai certo. Ma riassumerli nell’espressione: sete di conquiste e di guerre, più o meno mascherati sotto il pretesto di restituire alla cristianità la Tomba di Gesù crocifisso, vorrebbe dire snaturare alquanto i moventi che hanno spinto degli uomini ad abbandonare tutto per recarsi in Palestina. Infatti, questa tomba era un’immagine mitica, tanto quanto una concreta realtà. Il Sepolcro significava anche, e forse soprattutto, la città spirituale; raggiungerlo, con il coraggio mostrato nei combattimenti (ne è un esempio Goffredo di Buglione) o con un desiderio di santità (come San Luigi), vuol dire guadagnarsi la sicurezza del paradiso, scoprire finalmente il Graal.

E in questa aspirazione non esistono differenze fondamentali tra il Cristianesimo e l’Islamismo. La filosofia araba e la religione islamica parlano a più riprese della Terra celeste, ossia della città spirituale. Inoltre questa specie di fusione dell’Islamismo e del cristianesimo in una fede comune riferita a una città spirituale che si riconosce centro del mondo trova il suo coronamento nella comune fede in Abramo che raccoglie in sè il fondamento delle tre grandi religioni monoteiste: cristianesimo, islamismo ed ebraismo.

I Templari pagheranno cara la loro amicizia con quelli che allora si chiamavano i pagani. Filippo il Bello li manderà al rogo per la continua provocazione che apertamente lanciavano contro il potere del sovrano (il quale voleva in particolare impedire loro di battere moneta, per essere l’unico padrone delle finanze) ma anche accusandoli di eresia. Dal processo dei Templari infatti ha inizio la fondamentale preclusione della Chiesa cristiana nei confronti dell’islamismo. Questa collusione intellettuale e spirituale dei Templari con l’Islam troverà in un certo senso il suo compimento con la strana storia del Prete Giovanni.

Nel Titurel (dal nome del primo Re del Graal, nelle leggende celte) che è una specie di continuazione di Parsifal, Wolfram von Eschenbach fa sì che finalmente il Graal si fermi nel regno del Prete Giovanni. La leggenda colloca questo regno nelle Indie, e colui che lo guida, il Prete Giovanni, è uno di quei personaggi che hanno appassionato la cristianità per quasi trecento anni. Al termine dell’antichità, il cristianesimo ha posto in Asia delle radici abbastanza profonde ma, di fronte ad un’offensiva massiccia delle religioni autoctone, è costretto a retrocedere notevolmente, anche se conserva importanti piazzeforti in Persia, in Armenia e in Asia Minore. Nel VII secolo un cristiano della Siria, discepolo di Nestor, chiamato dall’imperatore Tai-Tsung, si era stabilito in Cina, e qui, per duecento anni, la dottrina nestoriana si sarebbe sviluppata in tutta libertà. Tanto che solo dopo molte tribolazioni Pechino avrà un arcivescovo cristiano: Giovanni di Montecorvino. Nel 1146 i Kara-Kitai, una popolazione turca dell’Asia, guidata da un capo cristiano, Yi-Lu-Ta-Chi, sconfigge i mussulmani sotto le mura di Samarcanda.

Questa notizia apre le più grandi speranze ai Crociati della Terrasanta, i quali considerano la battaglia di Samarcanda un segno di Dio e ritengono molto vicino il tempo in cui l’intero universo confesserà la sua fede cristiana. La personalità di Yi-Lu-Ta-Chi, unita alle voci che circolavano sulla presenza a Pechino dell’arcivescovo Giovanni di Montecorvino, fecero nascere la leggenda del Prete Giovanni, signore di un regno favoloso situato non si sa dove fra la Cina e l’India. Nel 1165 Manuel I, imperatore di Bisanzio, riceve una lettera del Prete Giovanni, il quale così descrive il suo regno: E’ il paese degli elefanti, dei dromedari dei cammelli, del leoni bianchi e rossi, dei vampiri, degli uomini con le corna e con un occhio solo, dei ciclopi e delle donne-ciclopi, e dell’uccello. Ogni giorno mangiano alla nostra tavola trecento persone, questa tavola è di prezioso smeraldo e la sostengono quattro colonne di ametista. Cento anni più tardi il Prete Giovanni ricompare ma questa volta corre voce che il suo regno sia in Abissinia, che a quei tempi è chiamata India africana.

In realtà, derivata forse da fatti storici, qual’è il significato della leggenda del Prete Giovanni? Semplicemente la convinzione che esista una specie di paradiso favoloso sul piano terrestre (presenza dei mostri). D’altronde, ponendo il regno di Re Giovanni in Africa esprimono a modo loro le compenetrazioni che ci sono riportate fra i pensieri dell’Oriente e del mondo arabo.

Facendo del Re Giovanni un nipote di Parzival, attribuendo il regno favoloso come ultimo asilo del Graal, facendo scortare dai Templari la pietra sacra durante il viaggio, Wolfram von Eschenbach ha realizzato una straordinaria sintesi fra le aspirazioni dell’Islam e quelle della cristianità. In quel lontano paese, inaccessibile al piede umano sorge un castello che ha nome Montsalvatore come è espresso in versi da Richard Wagner, nel Lohengrin, Montsalvat con il rifugio del Graal.

E il lontano paese qual è? L’autore della Tetralogia che, a dire il vero, non si picca di esattezza storica, precisa semplicemente (per chi metterà in scena il Parsifal) che si tratta di una contrada montuosa al Nord della Spagna gotica. E’ bastato questo perché l’immaginazione si scatenasse.

Il castello del Graal

Non è forse un riaccendere e ravvivare la leggenda il tentare di scoprire in quale luogo al mondo è potuto esistere il favoloso castello descritto nei poemi di Chrètien de Troyes, di Robert de Boron, o di Wolfram von Eschenbach? Da parte sua Wagner non ha fatto altro che seguire l’ammirazione che la sua epoca aveva per tutto ciò che era spagnolo. Il viaggiatore, infiammato dalla leggenda del Graal e affascinato dagli incanti wagneriani, come avrebbe potuto non identificare Montsalvat con Montserrat, la fortezza divenuta abbazia che domina la Catalogna dall’alto del picco di 1241 metri su cui è costruita? Tale è il successo della tesi di Richard Wagner, che la prima guida Baedeker sulla Spagna fa propria.

Questa tesi aveva ricevuto una notevole garanzia da Goethe il quale, nel 1784, aveva abbozzato a grandi linee un romanzo rimasto incompiuto: I Segreti. Goethe non aveva mai visitato Montserrat, ma grazie a racconti degli amici viaggiatori, e soprattutto al proprio genio, l’autore dei Segreti aveva battezzato la fortezza spagnola un ideale Montsalvat. Ideale Montsalvat…

Goethe non fornisce la chiave dell’enigma, ma le sue ragioni. Chrètien de Troyes descrive il castello del Graal in modo molto approssimativo: è semplicemente una bella fortezza, con una torre quadrata, in una valle ridente. Nel Parzival di Wolfram von Eschenbach il termine Montsalvage sembra derivato direttamente dall’espressione latina mons selvaticus, la montagna coperta di boschi. Ora, in Germania esiste il castello di Wildenberg, dove il poeta ha vissuto a lungo, che corrisponde abbastanza bene al Montsalvage idealizzato: dal di fuori è una fortezza massiccia e severa, ma l’interno ha l’opulenza di un’abitazione saracena. La parte principale è una sala da pranzo che contiene comodamente quattrocento convitati.

In altre opere, dovute a poeti più o meno sconosciuti, il castello del Graal è una copia fedele della chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme, costruita dagli uomini durante il giorno e dagli angeli durante la notte. Il soffitto della stanza centrale è uno zaffiro solo le finestre sono costituite da un’unica pietra rara di natura sconosciuta ai mortali, tutte le pareti sono rivestite d’oro. Fra tutti i luoghi dove avrebbe potuto erigersi la mole del castello, quello che solleva le controversie più appassionate è Montsgur, perché per suo tramite si giunge all’eresia catara. E si pone l’interrogativo: i Catari hanno creduto al Graal? Hanno pensato che il possedere la fonte della verità li rendesse autenticamente cristiani, ed è forse questa certezza che spiega lo sconvolgente coraggio con cui hanno affrontato il rogo? Cinquant’anni fa, in una grotta di Vicdessos (Ariège) è venuta alla luce una pittura rupestre del XIII secolo. Questo dipinto raffigura una spada, una lancia da cui cadono gocce di sangue e delle stelle. Ora, nel Parzifal di Wolfram von Eschenbach si parla continuamente di stelle, di lancia e di spada, ingredienti indispensabili della leggenda del Graal. Ariège si trova in pieno territorio cataro.

L’eresia catara

Le concezioni dei catari sono più che una semplice deviazione dal cristianesimo; in realtà rappresentano una sintesi di dottrine e di concezioni molto varie. Sembra che la più evidente fra queste dottrine sia il buddismo, che ha incontestabilmente avuto un’influenza in Europa, fino nel sud della Francia. Non è in questa regione che si è scoperta una testa di Budda, anteriore alla nostra éra? I sacerdoti catari, al loro apparire, indosseranno degli abiti molto simili a quelli dei bonzi.

Quanto al loro insegnamento dottrinale, in più d’un tratto assomiglia alla lezione di Budda: pessimismo nei confronti del mondo terrestre, ascetismo come strumento per vincere gli appetiti umani, sorgenti del Male; evasione dell’anima verso il regno dello Spirito. I catari pensano di attingere l’essenza del loro insegnamento alle fonti stesse della Bibbia. A loro avviso il mondo, in quanto malvagio, non può essere stato creato da Dio. Dio ha creato semplicemente i principii del mondo, degli esseri e delle cose; è stato Lucifero, un angelo ribelle, a modellare la terra degli uomini, così come i nostri corpi. Per questo l’uomo è un abisso di contraddizioni: fra il suo desiderio di essere una creatura di Dio e l’essere continuamente tormentato da Lucifero che gli infligge mille tentazioni e lo attira verso il peccato. Solo contemplando il cielo questi astronomi appassionati che sono i catari scoprono la Patria delle anime finalmente libere.

Nella distinzione posta dai catari fra i Puri e il resto dell’umanità si ritrova il modo di classificare i mortali di cui si servivano i poeti che hanno evocato la ricerca del Graal: chi rispetta alcune regole semplici senza pretendere di giungere alle supreme conquiste dello Spirito; chi pratica l’austerità, ma non per questo appartiene al regno degli Eletti. I Perfetti, i quali con una vita di privazioni e di meditazione diventano i veri compagni di Dio, essi soltanto hanno il diritto di rimettere i peccati ai loro simili che si confessano dei propri errori. I Perfetti sono così sicuri della loro fede, così certi di essere destinati all’eterna felicità, che hanno il diritto di suicidarsi.

Prove lunghe e difficili per camminare sulla strada che conduce verso Dio, rifiuto di tutti i beni terrestri, ivi compreso l’amore e il matrimonio; che cos’è questo se non la ricerca del Graal, ma tradotta nei termini di un cristianesimo giunto a una suprema esaltazione e a una rinuncia totale? Giacché come nel Parzifal, la redenzione dell’uomo si ottiene solo nel dolore che purifica; solo la perfezione permette di entrare nel regno dei cieli. I disegni che adornano le grotte del Sabarthez rivelano i legami esistenti fra la religione catara e i poemi del Graal. Vi si trovano: il pescatore, che è certo il simbolo della parola di Cristo: Io farò di voi dei pescatori di uomini, ma che nel Graal diventa il Re-Pescatore, colui che scopre Perceval, il cavaliere che deve partire alla ricerca del Vaso sacro o della pietra dagli innumerevoli poteri; il ponte, che nessuno può attraversare se non è invitato a farlo. Infatti il ponte levatoio che conduce al castello si alza bruscamente davanti a Perceval, quando costui si accinge a passarlo senza esservi invitato; il castello, posto su una montagna, circondato da foreste fittissime che inghiottono il viaggiatore privo di saggezza. Il castello, come nell’avventura di Perceval, è il simbolo della più elevata dimora dello Spirito; lo scrigno sull’altare, che deve suggerire l’idea di un oggetto sacro rinchiuso in un involucro materiale. Come non pensare al Graal, vaso o pietra che sia, il quale esprime anch’esso la presenza dello Spirito fra gli uomini? Presso i catari esiste tutto un simbolismo delle pietre (come nel Parzifal di Wolfram von Eschenbach): la Gerusalemme celeste non è costruita con materiali tangibili, ma ha lo splendore di una pietra preziosa, di una pietra di diaspro cristallino; la città in cui Dio regna sembra un limpido cristallo.

I Perfetti proclamano che la supremazia dello Spirito è rappresentata da una pietra caduta dal cielo, che illumina il mondo e lo consola (è presso a poco la tesi di Wolfram von Eschenbach). Non mancherà nemmeno, nella cosmogonia catara, il classico uccello che, come nei poemi del Graal, simboleggia il legame fuggitivo che unisce il mondo visibile con il mondo invisibile. Per i catari quest’uccello è la colomba. Essa, dopo che gli Albigesi saranno stati sterminati dall’esercito regio appoggiato dall’onnipotente autorità del papa, lascerà questa terra e, simbolo dello Spirito, salirà nuovamente al cielo, abbandonando un universo corruttibile, consacrato alla sventura e alla sofferenza.

I catari sono morti, persuasi di aver scoperto la Verità e la Vita, convinti di essere stati i veri, gli unici cavalieri ad aver scoperto il Graal. Così il Graal e la sua ricerca hanno illuminato gli spiriti dalle leggende più misteriose alla severa religione dei catari. Perché questa invincibile attrazione? Non solo perché il Graal realizza la più straordinaria sintesi dei miti che occupano il sottofondo dell’anima umana, ma anche perché si trova nel punto di confluenza di quelle correnti magiche che in una parola si possono definire esoteriche.

Il misticismo del Graal

Il romanzo del Graal, dalle premesse, che consistono nella leggenda di Re Arthur, fino alla forma più compiuta, rappresentata dal Parzifal di Wolfram von Eschenbach, costituisce di fatto una specie di memoria collettiva dell’umanità. Vi si ritrova tutto: dall’avvenimento storico, come le sventure dei Bretoni, fino alla fantastica cavalcata degli Arabi in Occidente. Ma, al di là dei fatti storici, abbelliti o più o meno taciuti quando evocano le disgrazie di un popolo, appare evidente il bisogno fondamentale dell’uomo di conferire una coerenza profonda agli avvenimenti di cui è l’attore, il testimone o la vittima.

Questo desiderio di conoscere il perché e il come delle cose ha originato quelle molteplici associazioni, sette o ordini che, lungo tutto il corso della storia, hanno preteso di apparire come gruppi privilegiati, dotati di un potere magico, ed essi soli in grado di accedere alla Verità. Questi privilegiati sono gli iniziati. Che cosa cercano gli iniziati? Qualunque sia il paese cui appartengono il loro scopo è identico: penetrare nel mistero della conoscenza di Dio, partecipare della natura divina. Due vie conducono a questo fine: il misticismo (come lo intenderanno ad esempio San Giovanni della Croce e Santa Teresa d’Avila), che è un immenso sforzo di conoscenza diretta di Dio, oppure l’uso di uno strumento nel cammino che conduce alla scoperta della Verità Assoluta. Il Graal è precisamente uno di questi strumenti.

In definitiva il Graal pone proprio il problema della conoscenza, ed è questo il motivo per cui poeti e filosofi ne hanno fatto un oggetto sacro. Sembra che questa consacrazione sia antica come il mondo. La si ritrova alle origini stesse dell’umanità. E’ così che le popolazioni che adoravano il fuoco avevano stabilito un intimo rapporto, quasi religioso, fra il recipiente che contiene i cibi, il fuoco che permette di cuocerli, il grasso che si getta sulla fiamma per ravvivarla o, più esattamente, per farla rinascere. Così è nato, in questo campo particolare, il concetto di sacro. Il fuoco diventa il simbolo. principale: dapprima si tratta del fuoco materiale, indispensabile alla vita quotidiana poi per estensione, della fiamma interiore che è il simbolo della vita dello Spirito alla ricerca della Verità.

Egualmente a poco a poco il recipiente che contiene i cibi non è più considerato semplicemente un oggetto, ma esso partecipa delle virtù di ciò che contiene, cioè di tutto ciò che è necessario alla vita umana. Il cristianesimo assimila e trasforma questi sensi fondamentali alla luce di una dottrina che, potente e splendida qual è, ha facilmente la meglio su alcuni miti mal legati l’uno all’altro. Il Graal diventa il piatto di cui Cristo si serve la sera del Giovedì Santo, o ancora il vaso dove è raccolto il sangue del Crocifisso del Golgota. In entrambi i casi il contenente partecipa del carattere sacro del contenuto.

Il dogma della Transustanziazione infatti, fissato nel 1215 dal Concilio Laterano, al di là della sua natura religiosa, esprime il desiderio di fornire un’immagine semplice e precisa del mistero. Si tratta di esprimere sul piano sentimentale l’ascesa dell’uomo verso Dio (ascesa che gli é permessa dall’Eucarestia) e di suggerire il grandissimo potere di Dio, che può incarnarsi sotto la specie del pane e del vino. E’ una vera e propria iniziazione al mistero fondamentale del cristianesimo, non più riservata a qualche privilegiato come in alcune sette, ma offerta a tutti, per poco che siano mondi dai loro peccati.

Nella prospettiva cristiana l’ostia, in definitiva, è il Graal, perché rappresenta il corpo insanguinato di Cristo morto sulla croce per riscattare gli uomini, perché è il nutrimento che dà la vita eterna, è il segno tangibile dell’amore divino, è l’incarnazione della spirito, è, finalmente, l’incarnazione della storia del mondo, una storia contenuta tutta intera nei limiti rappresentati dall’Incarnazione, dalla Redenzione e dalla Comunione. Infine, la cristianizzazione del mito del Graal fornisce un’altra risposta all’interrogativo dell’uomo: come salvarsi? I primi racconti del Graal, provenienti dai Celti, non risolvono affatto questo problema; tutt’al più indicano, e in modo confuso, quali sono le chiavi per sfuggire alle miserie della condizione carnale. E anche in questo caso le chiavi appartengono solo a qualche iniziato. Inoltre sia la sottomissione della carne all’anima che la devozione alla Donna rappresentano degli strumenti, non dei fini.

Il cristianesimo offre per la prima volta un’altra chiave, l’unica valida d’altra parte: è la sottomissione dell’anima allo Spirito divino. Perché questo Graal, che ne è un effetto, permette all’uomo, che dopo la caduta è dilaniato tra le aspirazioni spirituali e gli appetiti materiali, di ritrovare se stesso tutto intero nella luce divina. Per coronare questa costruzione, il Graal si identifica con la Grazia, che permette di salvare anche chi non lo merita. Che cos’è l’ingenuità di Perceval di cui parla Chrètien de Troyes, se non il terreno sul quale potrà agire la Provvidenza? Perché anche l’ignoranza deriva da Dio, ma l’Onnipotente fa scorrere la sua infinita bontà su coloro che vagano nelle tenebre dell’errore e del disconoscimento. L’amore discende da Dio e a Lui risale. In questo modo il ciclo si chiude, con l’avvento del cristianesimo, una dottrina solidamente costruita ha preso il posto, nella ricerca dell’Assoluto, dei desideri e dei sogni del Graal pagano.

Questo trionfo del cristianesimo tuttavia non resiste in modo irrevocabile all’usura del tempo, ne agli assalti delle nuove idee. Il primo attacco si verifica fra il XIV e il XVII secolo, ossia nel periodo in cui, con l’alchimia, la scienza moderna muove i primi passi. Non si tratta più di cavalieri che percorrono le foreste popolate da mostri, raggiungendo i castelli non si sa dove. Ai cavalieri si sostituiscono medici e maghi. Il castello del Graal è diventato un laboratorio. Ma ciò che si cerca non cambia: si tratta di trovare il modo per giungere alla saggezza suprema. Questo modo ormai si chiama pietra filosofale o elisir. Esso non deve nulla a Dio, tutto alla scienza degli uomini. Gli alchimisti si spingono anche più lontano: riabilitano Lucifero quest’angelo decaduto che, secondo l’esempio del vecchio Faust, essi invocano più volentieri del nome di Dio. La provetta, luogo dove i metalli si trasformano magicamente, ha preso il posto dell’antico vaso sacro contenente il sangue di Cristo. Perceval vagava per degli anni alla ricerca della verità. Gli alchimisti affermano che per scoprire la pietra filosofale occorrono tre, cinque o sette anni. E uno di questi ricercatori dice: Chi è in grado di sublimare filosoficamente la pietra, a giusto titolo si meriti il nome di filosofo, perché conosce il fuoco dei saggi che è l’unico strumento che possa operare questa sublimazione. Insomma l’avventura spirituale della cavalleria cristiana si è laicizzata.

Il Graal degli alchimisti

Il nuovo Graal, quello degli alchimisti, si chiama Aludel, ed è posto su un fornello di nome Athenor. L’Aludel è detto anche l’occhio filosofico e deve essere fatto, affermano coloro che lo usano, di un buon vetro di Lorena, lavorato in ovale o in tondo, chiaro e spesso. Bisogna che sia ermeticamente chiuso. Attraverso la complicata combinazione di nuove sostanze si tenta di ottenere l’oro, simbolo di un potere che non ha nulla a che fare con quello annunciato dai monaci medievali.

Su queste operazioni strettamente materiali, sui minuziosi dosaggi di elementi diversi si innesta tutta una filosofia, si sarebbe tentati di dire una filosofia dell’orgoglio umano.

Nell’Aludel si svolge l’azione dell’alchimia, la separazione cioè della materia grezza dal principio attivo che è il simbolo dello spirito. Si tratta poi di fonderli di nuovo con il procedimento che ha il nome di nozze chimiche. Da questa fusione nasce il mercurio, considerato un materiale ermafrodita perché è completo, autosufficiente. Quale ebbrezza manipolare un simile materiale solido e liquido nello stesso tempo! E gli alchimisti, identificando gli esperimenti che svolgono nei loro laboratori con una vera e propria messa, si avviano sulla strada del sacrilegio.

Non è più Dio il signore dell’universo, ne Cristo che si incarica della salvezza degli uomini, bensì coloro che padroneggiano la materia, la scindono e ottengono nuovi corpi: lo spirito dell’uomo può tutto. Le mille avventure, belliche o amorose, di Perceval e Lancelot, sono ormai morte. Lo spirito umano, in primo piano, è invitato a un’avventura affascinante: cogliere le forze misteriose celate nella materia e metterle al servizio del potere dell’individuo umano. Ma come tracciare un limite tra la tecnica e la magia, dal momento che queste forze misteriose altro non sono se non una manifestazione, al livello più basso, dello Spirito che compenetra tutto l’universo? E come farebbe lo spirito umano a non sognare formule misteriose, note ai soli iniziati, che gli permettano, partendo da certi elementi, di combinare la materia secondo la sua volontà fino a creare quei nuovi corpi che garantiranno all’uomo un infinito dominio? Non è più il Verbo di Dio a creare le cose, poiché le parole zampillano da sole dalla bocca dei mortali.

Questa presenza universale dello Spirito sbocca naturalmente in una specie di panteismo di cui, nel Rinascimento, Rabelais sarà il cantore geniale. L’autore del Gargantua ha scritto in realtà una specie di Graal, la cui ricerca è un misto di serio e di buffo. Rabelais evoca il Pantagruelione, una strana sostanza che ha la capacità di guarire i mali dello spirito così come le infermità fisiche. E’ il simbolo del nutrimento universale, quello stesso contenuto nel vaso sacro dei cavalieri.

Che cos’è la Divina Bottiglia se non il Graal di Rabelais, poiché da essa si può bere il vino della verità? Illuminati dalla nobile lanterna, Pantagruel e i suoi compagni giungono all’isola tanto desiderata, un’isola che ricorda moltissimo quella di cui si tratta nei racconti del Graal, quando parlano della dimora perfetta circondata dalle correnti dell’oceano. Qui Pantagruel e i suoi amici scoprono l’Abbondanza, che assomiglia ai paesi della gioventù delle leggende celtiche.

Un tempio sotterraneo riporta sul frontone questa formula: Nel vino la verità. E non è sacrilego vedervi un richiamo, forse un po’ irrispettoso, alla parola di Cristo: Questo è il mio sangue. Io sono la Verità e la Vita. In questo tempio si trova anche la Lampada Meravigliosa: Su di esso era poggiato un vaso di cristallo; aveva la forma di un cocomero o di un vaso da notte, da cui usciva una gran quantità di liquido infuocato.

Come non si può fissare il sole, così era difficile guardare a lungo e con fermezza questa lampada. Al centro della fantastica Fontana si erge un calice trasparente a forma di fiore, da cui emerge un rubino grosso come un uovo di struzzo. Come Pantagruel, i suoi compagni vogliono fissare il calice, ma il suo splendore è tale che per poco non perdono la vista.

Come non sottolineare l’analogia tra questa storia e quella di re Mordain, uno degli eroi dei racconti celti, rimasto cieco per aver guardato all’interno del Graal con l’anima in stato di peccato? Il modo con cui la fontana fantastica lascia scorrere la sua acqua è particolarmente strano: l’acqua scorre attraverso tre tubi posti ai vertici di un triangolo equilatero e formanti una specie di spirale, in modo tale che gli zampilli si dividono in cinque strati mobili luminosissimi, da cui nasce un’armonia che si diffonde fino al mare di questo mondo.

Questa fonte è complicata come un labirinto, labirinto caro agli alchimisti (come è evidente dal complicato sistema di tubi che congiunge i loro alambicchi) che rappresenta per loro il vagabondaggio, la difficile ricerca della verità delle cose. Pantagruel e coloro che lo accompagnano assaggiano l’acqua della fontana, e ogni bevitore le attribuisce il sapore del vino che ha sempre sognato. Lo stesso accadeva nelle celtiche leggende del Graal: al passaggio del corteo che accompagnava il vaso sacro, la tavola del castello dell’avventura, quella del re ferito, si copriva immediatamente dei cibi più svariati, e ogni convitato, purché fosse degno di partecipare al mistero che si stava svolgendo, trovava a portata di mano tutti i cibi che desiderava.

Non era questa la natura della manna, mandata da Jehovah agli Ebrei nel deserto, la quale a detta delle Scritture mutava sapore secondo la volontà di chi la mangiava? Infine, secondo il racconto di Rabelais, ecco la Divina Bottiglia molto larga nella parte superiore (proprio come un calice). Questo Graal pagano emette una parola: trinc (bevi). Pantagruel e i suoi amici bevono: ed eccoli immersi in una specie di estasi, perché questo vino è forza e potenza. Riempie l’anima di luce, di saggezza e di filosofia. E’ dunque la fonte della Verità. Una specie di delirio si impossessa di coloro che hanno obbedito all’invito della Divina Bottiglia. Diventano folli e incantati e, spiega Rabelais, là ci sono eternità di bevute e bevute di eternità.

Parla allora la sacerdotessa: Non è in mio potere di soddisfarvi qui. Laggiù, nelle regioni circoncentrali, noi poniamo il Bene sovrano, non da prendere e da ricevere, ma da distribuire e da donare; andate amici, sotto la protezione di questa sfera intellettuale che noi chiamiamo Dio: il centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo. Quando sarete tornati nel vostro mondo siate testimoni che sotto la terra esistono grandi tesori e meraviglie. I vostri filosofi si lamentano che gli antichi abbiano già scritto tutto, senza lasciare loro nulla di nuovo da inventare. Ma Dio, l’Ascoso, il Nascosto, elargirà loro la conoscenza di sè e delle sue creature; così in tutta sicurezza e piacevolmente è percorso il cammino della conoscenza divina e la ricerca della saggezza.

Il Graal di Don Chisciotte

Meno d’un secolo più tardi la dolce e sorridente filosofia di Rabelais avrebbe reso patetica l’opera di Cervantes. Perchè Don Chisciotte è il diretto discendente e il più sconvolgente dei romanzi della Tavola Rotonda e del Graal. Certo Cervantes si è in gran parte ispirato all’Ariosto e al Tasso, ma molto più a Perceval, a Re Arthur e a Lancelot. Lo scrittore spagnolo vive in un’epoca in cui fiorisce una letteratura che si burla della cavalleria con il suo codice d’onore e le sue cerimonie, poiché lo scetticismo mina sordamente l’Occidente cristiano.

Don Chisciotte è essenzialmente una reazione di scetticismo ed una riabilitazione del cavaliere. Al di là del suo ridicolo, che tuttavia è insieme e pungente, Don Chiscotte incarna le virtù prime del coraggio, il senso dell’onore, la castità, l’ideale religioso. Non diversamente dal Galaad Eschenbach, il cavaliere spagnolo non è fatto per un mondo di albergatori avidi, di gran signori scellerati, villani un po’ sciocchi. E’ fatto per la Foresta di Perceval e per il castello dell’avventura.

Alla fine delle sue pietose tribolazioni Don Chisciotte tuttavia riceve la suprema consacrazione: porterà il vaso di Mambrino, ossia un catino da barba. E’ un attrezzo buffo; ma fatto per muovere al riso? No, perché il catino è molto simile al Graal ed incorona, più di quanto non calzi, non una povera testa ammalata, ma uomo colmo di bontà. Sotto la grande luce di Don Chiscotte è la verità in cammino, che, al di sotto degli scherni, sa che alla fine dai tempi Dio riconoscerà le sue sventure. La conclusione del romanzo di Cervantes evoca una specie di Golgota verso questa Croce che, per il cristiano è l’eterna verità promessa dal Graal.

La musica del Graal

Nell’Austria moderna non uno scrittore, ma un musicista in epoca recente decise di cavalcare i colori del sogno, conducendo i cavalieri alla somma ricerca: questo musicista è Franz Schubert.

La musica del compositore viennese è un cammino ardente ininterrotto. Quando si pensa all’ottetto per corde, bassi, coro e clarinetti, compare il castello dalle luci irreali, la dolce dimora dove danzano le compagne di Rosamunda. Il pezzo per due violoncelli, evoca una processione di sacerdotesse, il Duetto dà voce alla fanciulla e alla ricerca del Graal, adatta a un temperamento forte ma minata dall’ossessione della morte e della salvezza, come tutte le leggende costruite intorno al vaso sacro.

Bisognerà attendere Richard Wagner per ritrovare i solenni sortilegi del Graal in tutta la loro autenticità.

Figlio di Parsifal, Lohengrin è l’immagine stessa del perfetto eroe, uscito contemporaneamente dalle leggende celte e dall’immaginazione popolare tedesca.

La sua vocazione è di adorare e servire il Graal e di diffondere nel mondo la divina carità. Parsifal cavalca su un cigno; egli stesso del resto è un cigno celeste che vaga sulla strada; questa, agli occhi di Wagner, ha una forma a spirale, simbolo della lenta ascesa verso Dio. Il Graal è stato portato sulla terra da una schiera di angeli che, terminato il loro compito, sono tornati nella patria celeste, lasciando dietro di loro il bianco sigillo della speranza. La Redenzione, per l’autore del Parsifal, si compie essenzialmente attraverso l’amore, perché l’amore rappresenta la più umana e fervida ricerca di Dio.

Cavalieri erranti, pellegrini, semplici viaggiatori, avventurieri, tutti gli eroi wagneriani perseguono il medesimo fine: la ricerca del Graal, simbolo della Redenzione. Per l’eterno femminino, rappresentato nel Medio Evo sotto gli amabili tratti della Dama, Richard Wagner si ispira a Goethe. Senta, Elsa, Brunehilde, Elisabeth, Kundry, la bella peccatrice che alla fine verrà salvata, sono tutte il simbolo dell’amore umano, tappa indispensabile da cui gli uomini non possono prescindere per accostarsi alle rive della salvezza.

Wagner ha ricavato i temi principali della Tetralogia da Wolfram von Eschenbach, ma cristianizzando la leggenda del Graal. Eschenbach ne ha fatto una pietra preziosa, sull’esempio dei poeti orientali e iraniani, mentre per Wagner il Graal è nuovamente il vaso sacro che contiene il sangue di Cristo.

Per questo più che un poema drammatico, in realtà Parsifal è una messa. Tuttavia l’autore della Tetralogia ha dato alla leggende celtiche una forte impronta germanica; alle scene liturgiche che si svolgono nel castello dell’avventura di Montsalvat, si accompagnano gli incanti di Klingsor delle sue figlie-fiori. I cavalieri alla ricerca del Graal sono sottoposti ai sortilegi della maga buona e della malvagia Viviana e Morgana. Kundry, la peccatrice salvata, distribuisce di volta in volta malefici e incanti. Quanto all’eremita Gurnemanz, questo è il suo insegnamento al casto folle che è Parsifal: Nessun sentiero si apre verso i Graal, e nessuno può trovare la strada che non abbia egli stesso tracciato; vedi figlio mio, qui il tempo diventa spazio. Così il tempo, se impiegato con fervore, apre l’accesso a quel sacro spazio al centro del quale si trova il Graal.

Wagner è venuto a conoscenza de Il Sangue Prezioso, un’opera scritta da un mistico teologo inglese, Padre Faber. Qui, il sangue di Cristo contenuto nel Vaso sacro è il vero strumento di Redenzione, perciò dispensa coraggio, amore e volontà. E’ il fluido universale in cui si immerge l’universo Intero. Wagner traduce esattamente questa concezione quando, sulle labbra di Parsifal chino sul Graal, pone questa frase: Ho visto l’origine e la causa delle cose. Nell’incanto del Venerdì santo, una delle pagine più commoventi del Parsifal, Wagner attribuisce al Graal e al suo sacro contenuto il potere di trasformare il mondo: Hanno i fiori sete della tua grazia? I tuoi pianti sono la rugiada benedetta. Tu piangi, vedi, e tutta la pianura sorride! Al termine della loro ricerca i cuori puri conosceranno l’estasi suprema, ossia l’identificazione con Dio.

Il Graal oggi

Friedrich Nietzsche, che da solo si battezza l’Argonauta dell’Ideale, rifiuta questa pace che è la conclusione dell’opera wagneriana. Ciò che lo affascina non è i raggiungimento del fine, ma il cammino che bisogna percorrere per giungervi. Originariamente l’autore di Al di là del Bene e del Male non rifiuta la via regale che conduce alla conoscenza. Ciò che lo affascina sono le contraddizioni dell’uomo alla ricerca del Graal. Non cerca la Pace suprema, ma la lotta. Ci sono sempre, egli scrive dei giardini di Armida, e di conseguenza di sempre nuova e sempre nuove armi del cuore. Bisogna che io sollevi il piede il mio ideale ferito e poiché sono costretto a guardare con tristezza le cose più belle, esse sono riuscite a trattenermi.

E’ qui la sua genialità, ove tutto il simbolismo passato si tramuta nella pietra, l’acqua, la Donna. E’ una delle opere fondamentali del poeta, uno del poemi pagani più stupefacenti che convergono verso il sacro, il Graal, e rappresenta tutto ciò nel corpo della Donna, simbolo di tutti i mutamenti e di tutti i segreti dell’Universo. Attraverso la Donna si raggiunge l’Assoluto.

Che si tratti dell’affascinante Clarice o di Annalena, fanciulla di poco conto, entrambe sono un atomo di azzurro nello spazio, una goccia d’acqua scura nell’oceano luminoso dell’amore. Grazie a loro l’uomo combatte e vince la sua fondamentale solitudine, perché al termine dell’esperienza amorosa Milosz può esclamare: Nel mondo intero non esiste solitudine, l’aria che tu respiri è il soffio di un Padre.

Compiuta così la prima tappa della ricerca del Graal, come Perceval o Lancelot, il poeta giunge al castello avventuroso: Non sono forse tutte le cose più vicine a te di te stesso? Non senti salire dal tuo cuore l’effervescenza della sorgente dei mondi? Mentre la montagna mi trasportava nel suo volo, all’improvviso io vidi aprirsi dinanzi a me, nell’altro emisfero, la porta d’oro della Memoria, lo sbocco del labirinto.

Questo sbocco è l’Amore, è il Graal che concede la sapienza assoluta a chi vi si disseta. Questa magica bevanda è, anch’essa, il Sangue universale, il Sangue di Dio, che con un’unica espressione Milosz chiama l’acqua primordiale. Si instaura così una corrente vivificante fra Dio e l’uomo, e poi fra l’uomo e Dio.

Il Sangue è anche l’insieme delle forze spirituali che si trovano nell’universo, quelle forze che, in qualche modo, plasmano la Creazione. Nel cuore del Graal si compie la fusione del Sangue e della Luce, da questa fusione ha origine l’oro incorruttibile e medicamentoso della divina carità, il metallo più prezioso, secrezione della api angeliche.

Giunto alla conoscenza suprema, il poeta estasiato può esclamare: O Movimento, o Sangue sgorgato dal Fiat divino! Svegliati Cosmo, diffonditi attraverso i miliardi di Vie Lattee che sono le tue vene! O Magico Sangue sgorgato dal cuore del signore, O Vita, O santa Vita, tu apparivi, immensa e splendida, nella profondità delle Tenebre. Io sono libero, libero! E’ come se fossi morto. Salve, Universo, amore mio! Léon Bloy, dal canto suo, vuole insistere sull’aspetto doloroso della ricerca del Graal; egli vuol essere il Pellegrino del Santo Sepolcro. Dura fu la sua vita trascorsa camminando, solo, in una grande colonna di silenzio, nel bel mezzo di questa foresta piena di malefici che è il mondo moderno, popolato di villani, di porci, di ladri, di donne di malaffare. Ma il Graal è promesso a colui che sa chiudere gli occhi su ciò che lo circonda e che, guidato dal Dolore, giunge alla contemplazione di Dio.

Se il dolore è il compagno più fedele di Léon Bloy, quello di Charles Peguy si chiama Speranza. Poichè il cammino che conduce al Graal di Péguy, questo Graal che contiene il Sangue e il Sacrificio, è difficile pieno di imboscate e di tradimenti. Ma al fondo di tutta l’opera di Péguy, che è una lunga ricerca della Luce e della Verità, c’è la Speranza che Dio ci ha dato per aiutarci nella ricerca della Vita eterna.

Pochi autori, nella letteratura contemporanea, hanno affrontato apertamente i misteri del Graal, ma due ci sono. Innanzitutto il poeta Patrice de La Tour du Pin. La sua Sonntne de poesie, poetica che è una ricerca che si svolge nella dolcezza incantata della foresta celta. Per tentare di giungere alle viole luminose dei mondi, il cuore dell’uomo naviga continuamente in mezzo a sogni e fantasmagorie. Questo viaggio è quello che il poeta chiama la contemplazione errante. Dove ci conduce? A Dio.

Ma all’avventura, nel senso secondo cui l’intendevano i cavalieri delle leggende celte, se ne sostituisce un’altra, di natura puramente spirituale. In Patrice de La Tour du Pin gli ostacoli che ci si oppongono sono dentro di noi, non provengono dal mondo esterno, e solo la luce della Grazia ci permette di spezzarli di dissipare le nebbie che incombono sulla nostra anima e di raggiungere così il Graal, che è Dio nella sua gloria e nella sua potenza.

Julien Gracq è colui che si avvicina di più alle leggende celte. Il suo Bel Tenebroso in effetti è un diretto discendente del Mago Merlino. Il castello di Argol corrisponde al castello dell’avventura, dove ogni oggetto possiede un potere magico, dove si respira un profumo di cupa foresta e di alte volte. Mondo sottomesso al sortilegio, presagi innumerevoli per chi sa interpretarli, universo d’amore e di morte: l’opera di Julien Gracq discende direttamente dalla tradizione della ricerca del Graal. La differenza è che, per l’autore della Riva delle Sirti, questa ricerca non si compie mai, non c’è nessuna suprema illuminazione, l’uomo è condannato a vagare senza fine.

Strano destino quello della Leggenda del Graal: non solo ha ispirato poeti e musicisti, ma è servita anche a giustificare l’evoluzione storica dell’Inghilterra del XIX secolo.

Nel 1845 il cardinale anglicano Newman si convertì al cattolicesimo, trascinando dietro di sè un gran numero di fedeli. La cosa si ripercosse clamorosamente in un paese dove, più o meno, si diffida dei papisti.

Tennyson, un poeta allora in voga, stava lavorando a un lunghissimo poema: Idylls of the Kigs (Idilli dei Re), che si avvicina abbastanza alla Leggenda di Re Arthur e alla ricerca del Graal. Ma di fronte all’emozione causata dalla conversione del cardinale Newman, il poeta modifica la sua opera tanto da farla apparire una lezione di tolleranza e una dimostrazione di morale vittoriana.

Per Tennyson nella ricerca del Graal l’essenziale è la lotta dei Sensi contro l’Anima; i cavalieri partono alla ricerca del vaso sacro che li guarirà dei loro mali li libererà dai vizi ed esaudirà le loro aspirazioni. Ma non tutti giungeranno alla conclusione, perché ciascuno sarà ricompensato secondo il grado della sua purezza. Ciò‚ a dire che ciascuno è libero di credere a seconda di ciò che gli detta il cuore, e anche secondo le sue possibilità. In questo modo Tennyson pensa di poter riconciliare papisti e antipapisti.

Per questo ognuno degli eroi immaginati dal poeta ha delle attitudini particolari. Galaad, il più puro dei cavalieri, riesce a vedere il Graal sfolgorante: Ho visto il Santo Graal scendere sull’altare; ho visto come il viso di un bambino comparire nel pane e scomparire. Così Tennyson evoca con un po’ di rimpianto coloro che credono nella Transustanziazione, cioè i cattolici.

Vi è anche Perceval, abbastanza puro, ma troppo attaccato ai beni materiali; tuttavia, toccato dalla Grazia, terminerà la sua vita in un monastero.

Quanto a Lancelot, cavaliere perfetto, egli è colpevole di vivere nell’adulterio, perché ama la moglie di Arthur. Soltanto la fede gli consentirà di spezzare questo legame carnale e di finire in santità.

E Tristano ha abbandonato, invece, la ricerca del Graal, ritenendola una prova al di sopra delle sue forze. Disgustato, egli afferma: Noi non siamo degli angeli, che è un modo di far intendere che vive come un pagano. Il monaco Ambrogio non si pone problemi: non ha mai sentito parlare del Graal. La sua filosofia è racchiusa in una formula: Io godo, da uomo semplice, nel mio piccolo Mondo.

Tennyson non esprime preferenze fra questi personaggi così diversi; vuol dare una lezione di tolleranza. Che ciascuno pratichi secondo i dettami del cuore, agisca secondo coscienza, non pretenda più di quel che può: ecco l’estrema saggezza. Il poeta accosta così Ambrogio, simbolo di un’Inghilterra empirista che non vuole essere agitata dai grandi problemi religiosi, a Galaad, incarnazione del mistico cardinale Newman.

La conversione del cardinale non è il solo colpo che minacci l’Inghilterra in questo periodo. L’evoluzionismo di Lamarck e di Darwin, il positivismo del francese Auguste Comte, le dottrine utilitariste (vero è ciò che è utile), la comparsa del socialismo cristiano: altrettante novità che sembrano assicurare il trionfo della scienza sulla religione.

Ancora una volta Tennyson, che si considera un po’ il cantore ufficiale della Gran Bretagna, si mette all’opera. Si tratta per lui di dimostrare che solo il cristianesimo, anche se con le dovute modifiche, può salvare l’umanità, e rafforzare una fede due volte necessaria, sia perché è la salvaguardia dell’uomo sia perché, alla fine, l’autorità regale poggia su di essa.

La ricerca del Graal ha provocato il naufragio del regno di Re Arthur, spiega il poeta, proprio perché i cavalieri hanno preferito la conquista di un vago ideale al servizio esemplare del loro re e del suo regno. Poiché il buon cristiano non deve mirare all’impossibile, non deve peccare di orgoglio, ma accontentarsi delle facoltà che Dio gli ha dato e servire il Bene con umiltà e rassegnazione.

Dal canto suo la scienza non deve svilupparsi più rapidamente della morale, a rischio di sfociare in un disastro come quello toccato al mago Merlino, simbolo della creatura orgogliosa del proprio potere.

La lezione di Tennyson ha un effetto rassicurante. La borghesia che allora guida l’Inghilterra affronta con occhio nuovo l’epoca che ha dinanzi. Sarà filantropica, come lo erano i cavalieri puri, perché la natura umana è identica in tutti gli uomini; e accetterà con prudenza che la vita dell’universo sia retta da leggi scientifiche e non più solamente divine. Scienza e religione andranno abbastanza d’accordo, restando inteso però che la morale deve fondarsi sulla religione.

Leggenda mai compiuta, che ora sgorga al richiamo dei poeti, ora rimane come assopita, quasi dovesse riprender forza prima di una nuova fuga. Qual è infine il significato del Graal? Innanzitutto il drammatico sforzo dell’uomo per essere uno nel corpo e nell’anima.

Poco importano le prove che bisogna affrontare per giungere alla Verità, ma non sono sufficienti nè il semplice godimento dei beni terreni, nè la pura ascesa spirituale. La redenzione, nel cristianesimo o in altre religioni, passa necessariamente attraverso il corpo, perché anch’esso deve essere salvato. Che un asceta ferisca volontariamente il proprio corpo, che i cavalieri affrontino mille prove, che altro significa tutto ciò se non che nessuno ha il diritto di disprezzare o di ignorare l’involucro carnale? In secondo luogo l’unità dell’uomo deve tener conto della presenza di tutti gli altri uomini: finché Parsifal non si cura della sofferenza altrui egli non esiste; è condannato a vagare in un mondo completamente muto. La scoperta della Verità passa dunque attraverso la solidarietà universale che così verrà espressa da Paul Claudel: Siamo tutti montoni della stessa lana.

Infine, la conquista della Verità, o di Dio, è una questione personale. Nella misura in cui l’uomo si sente in pace con se stesso, nella misura anche in cui condivide le prove dei suoi simili, egli può aspirare al sommo Bene. Un dono, il Graal? Sì, ma concesso soltanto a coloro che lo vogliono e che si piegano alle leggi divine. Ideale di vita e di perfezione, il Graal non è altro, in definitiva, che lo scopo che ciascuno, a modo suo, assegna al proprio destino.

https://web.infinito.it/utenti/e/ezechiel/Analisi%20storico%20letteraria%20del%20Santo%20Graal.htm

Graal

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Il Sacro Graal, di Dante Gabriel Rossetti

Il termine graal designa in francese antico una coppa o un piatto e probabilmente deriva dal latino medievale gradalis, con il significato di “piatto”, o dal greco κρατήρ (“vaso”). In particolare secondo la tradizione medievale il sacro Graal è la coppa nella quale, secondo la leggenda, Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo dopo la sua crocifissione. Proprio per aver raccolto il sangue di Gesù, tale oggetto sarebbe dotato di misteriosi poteri mistico-magici. In altre culture si identifica il medesimo oggetto con lo stesso nome. Per esempio il Graal è associato al calderone dei Dagda, un antico talismano della civiltà celtica.

Alcune tradizioni, invece, raccontano che Set, terzo figlio di Adamo ed Eva, tornò nel Paradiso Terrestre in cerca di una cura per il padre moribondo, ed ottenne da Dio una medicina capace di curare qualsiasi male, simboleggiante il fatto che Dio non ci avrebbe mai dimenticati.

Altre tradizioni, ancora, affermano che il ‘graal fu una pietra caduta dalla corona di Lucifero, staccatasi precisamente nello scontro fra gli angeli del bene e del male, e cadde sulla Terra.

Lo sviluppo della leggenda del Graal è stato tracciato in dettaglio dagli storici culturali: sarebbe una leggenda orale gotica, derivata forse da alcuni racconti folcloristici precristiani e trascritta in forma di romanzo tra la fine del XII secolo e l’inizio del XIII secolo. Gli antichi racconti sul Graal sarebbero stati imperniati sulla figura di Percival e si sarebbero poi intrecciati con il ciclo arturiano.

Origini

Il mito del calice o piatto di Gesù Cristo affonda le sue radici in epoche remote antecedenti al medioevo. La fonte di questa credenza è Jacopo da Varagine, il quale nel 1260 circa, racconta nella Legenda Aurea che durante la prima Crociata (del 1099), i Genovesi trovarono il calice usato nell’Ultima Cena.

Uno dei primi reperti a cui si attribuì la leggenda, poi detta “del Graal”, fu quello che ad oggi viene chiamato il Sacro Catino, ovvero il piatto o calice utilizzato da Gesù nell’Ultima Cena; si tratta di un vaso, intagliato in una pietra verde brillante e traslucida, recuperato dal condottiero della Repubblica di Genova Guglielmo Embriaco Testadimaglio dalla Terrasanta, quando al fianco di Goffredo di Buglione contribuì in maniera decisiva alla caduta di Gerusalemme. Re Baldovino fece scrivere sopra la porta del Santo Sepolcro: Praepotens Genuensium Praesidium, a ricordo della incredibile impresa dei Genovesi e riportò nel 1101 il reperto, che è ancor oggi conservato al Museo del Tesoro della cattedrale di San Lorenzo a Genova.

Le origini del Graal letterario possono invece essere ricondotte ad antiche saghe celtiche intorno ad un eroe viaggiatore che si ritrova in un “altro mondo”, su un piano magico parallelo al nostro. In questi racconti il Graal era semplicemente un piatto o coppa, come l’inesauribile cornucopia greco-romana, presentato per significare la natura mistica dell’altro mondo.

Lo sviluppo di ciò che attualmente si conosce come “ciclo” del Graal è stato tracciato in dettaglio dalla ricerca storiografica: il nucleo deriverebbe da una leggenda orale gotica, derivata forse da alcuni racconti folcloristici precristiani e trascritta in forma di romanzo tra la fine del XII secolo e l’inizio del XIII secolo. Gli antichi racconti sul Graal sarebbero stati imperniati sulla figura di Percival e si sarebbero poi intrecciati con il ciclo arturiano. I romanzi del Graal furono originariamente scritti in francese e successivamente tradotti nelle altre lingue europee, senza l’aggiunta di nuovi elementi.

Fu solo dopo che il ciclo dei romanzi del Graal si fu costituito che il Graal venne identificato con la coppa dell’ultima cena di Gesù Cristo, collegando l’etimologia dei termini francesi san greal (“Sacro Graal”) e sang real (“sangue reale”).

Il Canone del Graal

Apparizione del Sacro Graal, manoscritto, Parigi, XV secolo

Il Graal appare per la prima volta sotto forma letteraria nel Perceval ou le conte du Graal di Chrétien de Troyes (XII secolo). In questo racconto il Graal non viene mai definito “sacro” e non ha niente a che vedere col Calice che avrebbe contenuto il sangue di Cristo. Non si sa neppure di preciso che forma abbia perché Chrétien, descrivendo il banchetto nel castello del Re Pescatore, dice semplicemente che «un graal antre ses deus mains / une dameisele tenoit» (un graal tra le sue due mani / una damigella teneva) e descrive le pietre preziose incastonate nell’oggetto d’oro. Il Graal viene citato di nuovo in una delle scene finali, quella in cui un eremita rivela a Perceval che il Graal porta al padre del Re Pescatore un’ostia, nutrimento spirituale (secondo alcuni però questa scena potrebbe essere un’aggiunta spuria[1]).

Una successiva interpretazione del Graal è quella che si trova nel Parzival di Wolfram von Eschenbach, secondo il quale il Graal sarebbe una pietra magica (lapis exillis) che produce ogni cosa che si possa desiderare sulla tavola in virtù della sua sola presenza.

Fu Robert de Boron, nel suo Joseph d’Arimathie composto tra il 1170 ed il 1212, ad aggiungere il dettaglio che il Graal sarebbe la coppa usata nell’Ultima Cena, nella quale Giuseppe di Arimatea avrebbe poi raccolto le gocce di sangue del Cristo sulla croce. Giuseppe avrebbe poi portato la coppa nelle Isole britanniche e lì fondato la prima chiesa cristiana. La cristianizzazione della leggenda del Graal è proseguita dalla Queste del Saint-Graal, romanzo anonimo scritto verso il 1220, probabilmente da un monaco, che fa del Graal la Grazia divina.

Vari cavalieri intrapresero la ricerca del Graal in racconti annessi al ciclo arturiano. Alcuni di questi racconti presentano cavalieri che ebbero successo, come Percival o Galahad; altri raccontano di cavalieri che fallirono nell’impresa per la loro impurità, come Lancillotto. Nell’opera di Wolfram, il Graal fu messo in salvo nel castello di Munsalvaesche (mons salvationis) o Montsalvat, affidato a Titurel, il primo re del Graal. Alcuni hanno identificato il castello con il Monastero di Montserrat in Catalogna.

La leggenda del Graal è riportata anche in racconti popolari gallesi, dei quali il Mabinogion è il più vecchio dei manoscritti sopravvissuti (XIII secolo). Esiste anche un poema inglese Sir Percyvelle del XV secolo. In seguito le leggende di re Artù e del Graal furono collegate nel XV secolo da Thomas Malory nel Le Morte d’Arthur (anche chiamato Le Morte Darthur) che diede al corpus della leggenda la sua forma classica.

Il Graal come Calice dell’Ultima Cena

Secondo il racconto dei Vangeli sinottici (Matteo 26,26-29; Marco 14,22-25; Luca 22,15-20), durante l’Ultima Cena Gesù prese il pane, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: “Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”; poi prese il calice, rese grazie, lo diede ai suoi discepoli e disse: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza versato per voi e per molti in remissione dei peccati”.

Il giorno dopo, Venerdì Santo, Gesù fu crocifisso. Quando venne deposto dalla croce uno dei suoi discepoli, Giuseppe d’Arimatea, lo avvolse in un lenzuolo e lo portò nella tomba di famiglia che si era da poco fatta costruire lì vicino. Robert de Boron, autore del Roman dou l’Estoire de Graal ou Joseph d’Arimathie (secolo XIII) aggiunge a queste vicende un episodio che non compare né nei vangeli canonici né negli apocrifi[2]: mentre il corpo di Gesù veniva lavato e preparato per essere sepolto, alcune gocce di sangue uscirono dalla ferita infertagli dal centurione; Giuseppe le raccolse nella stessa coppa che era servita per la consacrazione dell’Ultima Cena. Giuseppe lasciò poi la Palestina e si rifugiò in Britannia[3] con il Sacro Graal, raggiungendo la valle di Avalon (identificata già con Glastonbury) che sarebbe diventata il primo centro cristiano oltre la Manica.

Il Graal e il re Pescatore

Il racconto del Re Pescatore riguarda un re zoppo la cui ferita alla gamba rende la terra sterile. L’eroe (Gawain, Percival, o Galahad) incontra il re pescatore ed è invitato ad una festa al castello. Il Graal è ancora presentato come un vassoio di abbondanza ma è anche parte di una serie di reliquie mistiche, che includono anche una lancia che stilla sangue (da alcuni interpretata come la Lancia di Longino) ed una spada spezzata. Lo scopo delle reliquie è di incitare l’eroe a porre domande circa la loro natura e quindi rompere l’incantesimo del re infermo e della terra infruttuosa, ma l’eroe invariabilmente fallisce nell’impresa .

Il Graal e la leggenda arturiana

La storia del Re pescatore ed il Graal fu più tardi incorporata nel ciclo arturiano. In principio il racconto del re pescatore fu un episodio inserito prima dell’arrivo di Percival a Camelot, per poi evolvere in una esplicita ricerca del Graal da parte dei dodici cavalieri della Tavola Rotonda.

Il Graal nelle tradizioni esoteriche

Molte tradizioni esoteriche hanno inteso sotto il nome Graal il simbolo della Conoscenza, della Sapienza, Tradizione Arcaica o Primordiale. Il Graal rappresenterebbe dunque la “Parola Perduta” cioè quella conoscenza che doveva essere concessa all'”Uomo dell’Eden” ed il cui simbolo era rappresentato dall’Albero della Vita. In tale ottica le tradizioni esoteriche occidentali tracciano una breve storia del percorso che avrebbe subito il Graal da dopo la caduta edenica del genere umano fino ad arrivare all’Ultima Cena. Il Graal, caduto dalla fronte di Lucifero, perso da Adamo, recuperato da Seth e perso di nuovo, fu salvato durante il diluvio da Noè e successivamente fu utilizzato da Melchisedek per benedire Abramo e Sara. Dunque nuovamente fu posseduto da Mosè e dai Patriarchi prima di scomparire nuovamente. Il Graal sarebbe stato poi recuperato da Veronica detta Serapia la quale lo consegnò a Gesù Cristo per celebrare l’Ultima Cena. Molte di queste informazioni, ormai diventate patrimonio comune della letteratura esoterica si trovano nelle Visioni della beata Anna Katharina Emmerick riportate dal Brentano.

Interpretazioni recenti

Il Graal come sangue reale

Secondo una recente interpretazione il sacro Graal deriverebbe da “sang real”, ovvero il sangue della discendenza di Gesù, sposato con Maria Maddalena. La Maddalena, assieme ad altre donne citate nei vangeli, dopo la crocifissione sarebbe fuggita dalla Palestina su una barca per approdare in Provenza assieme al figlio avuto da Gesù. Avrebbe poi risalito il Rodano raggiungendo la tribù dei Franchi, che non sarebbero stati altro che i discendenti della tribù ebraica di Beniamino nella diaspora. I Merovingi, i primi re dei Franchi, proprio a causa di questa origine avrebbero avuto l’appellativo di re taumaturghi, ovvero guaritori, per la loro facoltà di guarire gli infermi con il solo tocco delle mani, come il Gesù dei vangeli.

Questa tesi si trova esposta nel best seller Il sacro Graal di Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln, un libro del 1982 che ha dato lo spunto a moltissimi altri testi sulla “linea di sangue del Graal” (tra cui il romanzo Il codice da Vinci), ma non è suffragata da alcuna fonte storica a parte l’ovvia citazione della famosa leggenda medievale dello sbarco della Maddalena in Francia, resa popolare da Jacopo da Varazze nella Legenda Aurea.

La tesi nasce tra il 1969 e il 1970. Lincoln, un attore e documentarista inglese, entrò in contatto con il trio de Chérisey – Plantard – de Sède (che avevano dato origine al controverso Priorato di Sion) e decise di riscrivere la storia de L’Or de Rennes in una forma più adatta al pubblico di lingua inglese, presentandola prima in tre documentari trasmessi dalla BBC tra il 1972 e il 1979 e poi in un libro pubblicato nel 1982 con l’aiuto di Michael Baigent e Richard Leigh.

Lincoln si rese conto che a chi spettasse il titolo di pretendente al trono di Francia era di scarso interesse per il pubblico inglese. Nello stesso tempo era stato introdotto da Plantard nel piccolo mondo delle organizzazioni esoteriche francesi dove aveva conosciuto Robert Ambelain (1907-1997), figura notissima di questo ambiente e autore di libri su astrologia, divinazione, profezie, tradizioni iniziatiche. Nel 1970 Ambelain aveva pubblicato Jésus ou Le mortel secret des templiers[4], in cui sosteneva che Gesù Cristo aveva una compagna, pur non essendo legalmente sposato, e identificava questa «concubina» in Salomè, una discepola citata nel vangelo di Tommaso, uno dei vangeli gnostici ritrovati a Nag Hammadi. Lincoln fuse la narrazione del matrimonio di Gesù ricavata da Ambelain con quella dei Merovingi di Plantard e «rivelò» che i Merovingi protetti dal Priorato di Sion sono importanti, ben al di là della rivendicazione del trono di Francia, perché discendono da Gesù Cristo e dalla Maddalena.[5] Anche l’appellativo di “re taumaturghi” risulta assai dubbio: in realtà i Merovingi vennero chiamati “re fannulloni”, mentre il primo accenno storico di re taumaturgo è riferito a Enrico I di Francia, terzo re della terza dinastia di re francesi, i Capetingi, che si racconta guarisse la scrofola con l’imposizione delle mani.[6]

Il Graal e Maat

Una recente interpretazione (Sudbury – Il Graal è dentro di noi – 2006) vede nel Graal un simbolo denso che si presenta come oggettivizzazione medioevale di concezioni morali di verità e giustizia, di probabile origine egizia. Partendo dalla concezione di von Eschenbach del Graal come pietra e ripercorrendo il cammino del simbolo-pietra nella tradizione occidentale (in particolare della Massoneria) e medio-orientale, è possibile risalire, infatti, al nucleo tematico egizio legato agli attributi della dea Maat, solo successivamente integrati in ambito religioso giudeo-cristiano. Tale ipotesi originale è attualmente al vaglio degli studiosi.

Il Graal e la Sindone

Recentemente lo storico Daniel Scavone ha avanzato l’ipotesi che il Graal fosse in realtà la Sindone[7].

Egli ipotizza che la leggenda del Graal sia stata ispirata dalle frammentarie notizie giunte in Occidente di un oggetto legato alla sepoltura di Gesù e che ne “conteneva” il sangue; queste notizie vennero poi forse fuse con le leggende preesistenti che parlavano di una coppa o un piatto.

A supporto di questa teoria Scavone nota che, secondo alcune fonti, il Graal offriva una particolare “visione” di Cristo nella quale egli appariva prima come bambino, poi via via più grande, infine adulto: egli ipotizza che queste fonti riportassero, in modo impreciso, un rituale nel quale la Sindone veniva dispiegata gradualmente e la sua immagine era resa visibile, man mano che il rito procedeva, in misura sempre maggiore, fino ad essere mostrata nella sua interezza.

Inoltre, secondo le sue ricerche, la notizia secondo la quale Giuseppe d’Arimatea avrebbe raggiunto la Gran Bretagna deriverebbe da un’errata lettura della parola Britio, nome del palazzo reale di Edessa (dove, secondo molti storici, la Sindone si trovava tra il VI e il X secolo), che sarebbe stata fraintesa per Britannia.

I luoghi del Graal

Già nel Medioevo esistono testimonianze relative al luogo dove sarebbe conservato il Graal. Le più importanti sono:

  1. La fonte più antica sulla coppa dell’Ultima Cena parla di un calice argenteo a due manici che era rinchiuso in un reliquiario di una cappella vicino Gerusalemme tra la basilica del Golgotha e il Martirio. Questo Graal appare solamente nel racconto di Arculfo, un pellegrino anglo-sassone del VII secolo, che l’avrebbe visto ed anche toccato. Questa è la sola testimonianza che il calice fosse conservato in Terra Santa.
  2. Un’altra fonte della fine del XIII secolo parla di una copia del Graal a Costantinopoli. La testimonianza si trova nel romanzo tedesco del XIII secolo Titurel il giovane. Questo Graal sarebbe stato trafugato dalla chiesa del Boucoleon durante la quarta crociata e portata da Costantinopoli a Troyes da Garnier de Trainel, decimo vescovo di Troyes, nel 1204. Viene ricordato lì ancora nel 1610, ma sarebbe scomparso durante la Rivoluzione francese.
  3. Dei due calici sopravvissuti fino ad oggi e creduti essere il Graal, uno si trova a Genova, nella cattedrale di san Lorenzo. La coppa esagonale genovese è conosciuta come il sacro catino. Il calice è di vetro egiziano verde e la tradizione vuole che sia stato intagliato in uno smeraldo; tuttavia fu portato a Parigi dopo la conquista napoleonica dell’Italia e tornò rotto, rivelando in effetti la struttura in vetro verde. La sua origine è incerta; secondo Guglielmo di Tiro, che scrive verso il 1170, fu trovato nella moschea a Cesarea nel 1101. Secondo un’altra versione di una cronaca spagnola fu trovato quando Alfonso VII di Castiglia prese Almeria ai Mori nel 1147 con l’aiuto genovese; questi in cambio avrebbero voluto solo questo oggetto dal saccheggio di Almeria. L’identificazione del sacro catino con il Graal non è comunque tarda, dato che si trova nella cronaca di Genova scritta da Jacopo da Varagine, alla fine del XIII secolo.
  4. Il santo cáliz della Cattedrale di Valencia

    L’altro calice identificato con il Graal è il santo cáliz, una coppa di agata conservata nella cattedrale di Valencia.[8] Essa è posta su un supporto medievale e la base è formata da una coppa rovesciata di calcedonio. Sopra vi è incisa un’iscrizione araba. Il primo riferimento certo al calice spagnolo è del 1399, quando fu dato dal monastero di San Juan de la Peña al re Martino I di Aragona in cambio di una coppa d’oro. Secondo la leggenda il calice di Valencia sarebbe stato portato a Roma da San Pietro.

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  1. Castel del Monte in Puglia
  2. Castello di Gisors in Francia, dove lo avrebbero portato i Cavalieri templari
  3. Takht-I-Sulaiman in Iran, uno dei principali centri del culto zoroastriano
  4. Cattedrale di Bari, sul cui portale si trova un’immagine di Re Artù
  5. Cappella di Rosslyn in Scozia
  6. Glastonbury in Inghilterra, dove sarebbe stato portato da Giuseppe di Arimatea
  7. In Britannia, sull’isoletta di San Patrizio[9] poco distante dall’Isola di Man dove sarebbe stato sepolto Giuseppe di Arimatea
  8. Isola di Oak in Canada
  9. Valona in Albania
  10. Castello di Montsegur in Francia, dove lo avrebbero custodito i Catari
  11. Chiesa di Rennes-le-Château in Francia
  12. Disperso in val Codera in Lombardia[10]
  13. All’interno della Sagrada Família, in Spagna
  14. Sepolto in un profondo pozzo nei dintorni di Aquileia il Puteum aureo
  15. Chiesa della Gran Madre di Torino
  16. Nei sotterranei del Convento di Cristo a Tomar
  17. Basilica di San Lorenzo fuori le Mura in Roma[2].
  18. Nella Cappella di San Galgano a Montesiepi in Toscana[3]
  19. Nella Cappella di San Francesco d’Assisi della Chiesa di San Panfilo in Villagrande di Tornimparte (L’Aquila)
  20. Sotto la Basilica di Santa Maria di Collemaggio a L’Aquila
  21. Cattedrale della Virgen del Carmen in Valencia, Spagna
  22. Meseta di Somuncurá, deserto Patagonico, Argentina. secondo la fondazione Delphos i templari arrivarono in Patagonia grazie a delle mappe create secoli prima dai fenici. Partirono da La Rochelle per arrivare in Patagonia e fondarono città che poi le leggende indigene chiamarono “città dei Cesari”. Oltre alle leggende indigene furono trovati reperti archeologici tra i quali una pietra con scolpito una croce templare. [4]
  23. Sotto la chiesa di Naantali in Finlandia

Il Graal nella letteratura, nella musica, nel cinema, nella TV

Note

  1. ^ J. Vendryes, “Il Graal nel ciclo bretone”, in: Luce del Graal, a cura di Reneé Nelli, Mediterranee, Roma, 2001, p. 73.
  2. ^ Jessie Weston afferma che la storia dell’origine cristiana del Graal «non regge di fronte al fatto sconcertante che non c’è nessuna leggenda cristiana riguardo a Giuseppe d’Arimatea ed il Graal. Non vi è nessuna traccia della storia né nel mito né nell’arte; essa non esiste al di fuori della letteratura del Graal, è una invenzione romanzesca senza una autentica tradizione» (Jessie L. Weston, Indagine sul Sacro Graal, Sellerio, Palermo, 1994, pag. 24)
  3. ^ Freculfo di Lisieux nel suo Chronicon racconta che Giuseppe d’Arimatea, nel 63 d.C., si recò da San Filippo in Gallia e da qui, si spostò in Inghilterra. (Freculfus Chronicorum libri duo a cura di E. Grunauer con il titolo di De fontibus historiae Freculfi, Winterthur 1864)
  4. ^ Robert Laffont, Parigi
  5. ^ Il Codice da Vinci: FAQ – Risposta ad alcune domande frequenti , di Massimo Introvigne
  6. ^ Marc Bloch, I re taumaturghi, 1989 Einaudi.
  7. ^ Daniel Scavone, Joseph of Arimathea, the Holy Grail and the Turin Shroud (1996) [1].
  8. ^ Sito ufficiale della cattedrale di Valencia.
  9. ^ San Colombano d’Irlanda – Abate d’Europa, Renata Zanussi, Bobbio 2007.
  10. ^ Questa ipotesi, descritta in molte pagine web come leggenda antica ma senza alcuna citazione di fonti, è in realtà contenuta in un romanzo recente: L’Isola di Giovanni Galli. In questo romanzo si racconta che il Graal sarebbe rimasto per cinque secoli nella chiesa di Aquae Sulis in Britannia ma nel VI secolo a causa dell’avanzata di eserciti pagani si volle portarlo in un luogo più sicuro. Quindi un sacerdote si incaricò di portarlo a Roma dal Papa. Ma quando arrivò all’Isola Comacina, a causa dell’invasione dei Longobardi fu costretto a fermarsi. Al Sacro Graal venne dato il merito della resistenza riuscita contro i Longobardi, e venne costruita una chiesa (sull’isola) in suo onore. Con la vittoria dei Longobardi si cercò quindi di portare in salvo il Sacro Graal, nascondendolo in un posto sperduto in Val Codera, da dove si sono perse le sue tracce.

Bibliografia

Fonti

  • Walter – Poirion (ed.), Le Livre du Graal. Tome I, Joseph d’Arimathie – Merlin – Les Premiers Faits du roi Arthur, Paris 2001 ISBN 2-07-011342-6
  • Chrétien de Troyes, Le Conte de Graal or Perceval, Cambridge, N.J., 1982
  • Chrétien de Troyes, Perceval il gallese – La ricerca del Sacro Graal (anonimo), Vallardi, Milano, 1995, ISBN 88-11-91030-7
  • Wolfram von Eschenbach, “Parzival”, Tea Due, Milano, 1994, ISBN 88-7819-130-2
  • La Leggenda del Sacro Graal, a cura di Graziella Agrati e Maria Letizia Magini, Mondadori, 1995. Cofanetto in due volumi che contiene i romanzi del ciclo del Graal, escluso il Parzival di von Eschenbach.

Bibliografia ulteriore

  • Darrel L. Bock. Il codice Da Vinci, verità e menzogne. Milano, Armenia, 2004. ISBN 88-344-1755-0

Voci correlate

Altri progetti

Collegamenti esterni

http://it.wikipedia.org/wiki/Graal

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Perceval, la ricerca del Graal ed il Re Pescatore

IL GRAAL
E
LA LEGGENDA DEL RE PESCATORE

Per una migliore comprensione di questo argomento, così universalmente conosciuto, ma anche così confuso, sono necessarie alcune premesse.
Il medioevo, almeno nella sua seconda fase, è un mondo pieno di fantasia e di fermenti culturali, filosofici e religiosi, pervaso da un profondo senso del mistero. L’Europa medievale è la prima grande realtà multietnica della storia e quindi anche il più vasto contenitore culturale mai esistito.

Gli scrittori
Un monaco inglese, Goffredo di Mammouth con il suo Historiae Regum Britanniae è in qualche modo il precursore del ciclo romanzesco arturiano che va a collegarsi al precedente ciclo carolingio o Chanson de Geste dove già i tratti fondamentali di un’immagine cavalleresca, non ancora di natura completamente cristiana, erano stati delineati ed esaltati nei cavalieri di Carlo Magno
Con lui viene alla ribalta la figura di Artù concepito come idealizzato, ma reale eroe, artefice della riscossa dei bretoni dal giogo romano e per la prima volta spunta anche Merlino. Su questo tema saranno scritte altre opere che sempre di più faranno di questi personaggi, se mai sono esistiti, un mito romantico e suggestivo. E’ però con Cretienne de Troyes, a sua volta chierico, che con una serie di messaggi alchemici ed esoterici verranno delineati i tratti di un cavaliere del tutto idealizzato e del tutto cristiano, proteso nella ricerca di una perfezione morale che si esprime simbolicamente nella cerca del Graal, la mitica e immortale invenzione di Cretienne.

Il ruolo del Graal
Nel Graal si realizza quella saldatura culturale che fonde simbolicamente tutte le varie istanze di cui abbiamo parlato. Proprio il suo ruolo di sintesi ideologica ha conferito a questo simbolo un’affascinante e misterioso significato che continua a permanere intatto nei secoli.
Un altro grande autore medievale, Wolfram Won Eschembach, arricchirà questi stessi temi di implicazioni più orientaleggianti e così profondamente esoteriche da rasentare l’eresia con i suoi riferimenti a un sincretismo religioso che coniugasse il cristianesimo con l’Islamismo e l’ebraismo.
Il completamento di questo ciclo può essere intravisto in Raimondo Lullo, un cavaliere che divenne monaco, le cui opere ebbero una risonanza e una diffusione enormi. Egli arriverà a codificare la condizione cavalleresca cristiana nel suo famoso : “Libro dell’Ordine della Cavalleria”.

Dove nasce il ciclo arturiano francese
Sono due le corti dove questo fenomeno fiorisce, quella di Eleonora d’Aquitania (le corti d’amore) e quella di Troyes con Maria di Champagne, figlia di Eleonora. Qui, nel contesto del “fine amor” o “amor cortese,” le gesta e gli ideali dei cavalieri trovano la loro codificazione romantica e la loro apoteosi letteraria e qui si fondono la mitologia eroica di stampo nordico e celtico del ciclo Carolingio con il movimento trobatorico di natura lirica della Francia del Sud, più marcatamente dedicato all’amor cortese e alle aspirazioni mistiche del cavaliere. Cretienne de Troyes, considerato il più grande poeta medievale prima di Dante, scrive a Troyes un intero ciclo di romanzi, ma quello che per noi riveste maggiore importanza è indubbiamente il “Perceval”, rimasto incompiuto.

Perceval- romanzo di iniziazione
Si tratta di un romanzo pedagogico e didattico che delinea la genesi di un cavaliere e della sua formazione sotto i tre aspetti principali: la Cavalleria, l’Amore e la Religione, ma soprattutto indica come questi tre elementi siano tra loro del tutto complementari perché la Cavalleria è un ordine iniziatico ed esoterico .e dove, per la prima volta, si parla del Graal.

Il Graal simbolo della cavalleria
Quello che viene definito Il mistero della cavalleria è tale non perché segreto ma proprio perché esoterico e quindi percettibile soltanto da chi ne avverte il significato dentro di sé e pertanto da ciascuno inteso, e vissuto in modo diverso. Il Graal finisce per incarnare questo segreto e diventa quindi il simbolo aulico della cavalleria e l’espressione di tutti suoi valori morali.

La trama
La madre di Perceval (Il puro folle)che ha perso il marito e due figli a causa della cavalleria lo alleva nella totale ignoranza del mondo, e soprattutto della cavalleria, nel folto di una foresta (la guasta foresta).
Uscito a caccia il giovane incontra un gruppo di cavalieri e rimane folgorato dalla loro bellezza e dallo scintillio delle armi. Fa la figura dello sciocco per la sua ignoranza e per la prima volta sente parlare di Artù, il re che fa i cavalieri. Tornato a casa egli racconta tutto alla madre e le dice che intende partire per diventare anch’egli un cavaliere. A nulla valgono i tentativi della madre di dissuaderlo perché egli monta sul suo ronzino per iniziare la sua avventura.

Il Castello di Artù
Dopo qualche peripezia egli giunge al castello di Artù dal quale vede uscire un cavaliere magnificamente armato, tutto vestito di rosso e pensa di chiedere a Re Atù di dargli proprio quelle armi, poi ignaro delle buone maniere entra a cavallo nella sala della tavola rotonda che era “larga quanto lunga” chiaro riferimento al Tempio di Salomone che ritroveremo anche più avanti.

Il Cavaliere vermiglio
Perceval chiede ad Artù di farlo cavaliere, ma questi lo invia a battersi col cavaliere vermiglio che lo ha offeso per prendergli le armi. Perceval si batte con questo cavaliere e lo uccide, ma in maniera sleale, lanciandogli un giavellotto, un’arma che non è dei cavalieri. Poi non è nemmeno capace di togliergli l’armatura fino a quando non lo aiuta un uomo venuto dal castello.

Perceval diventa cavaliere
Perceval prende il cavallo del vinto e giunge a un bellissimo castello dove un nobile cavaliere lo istruisce nell’uso delle armi e nel codice d’onore della cavalleria.
” il valent’uomo non dà mai cattivi consigli”. “Si può sempre imparare ciò che si vuole purchè si dia ascolto e ci si affatichi, ogni mestiere esige coraggio, pena ed esperienza… se avrete cuore conoscerete ciò che bisogna sapere e mai ne avrete pena”-“ Se batterete un cavaliere e questi chiederà grazia, dovrete avere misericordia e accordagliela- “non parlate troppo perché il saggio dice che questo è peccato e vi tornerà a danno..ecc” Il romanzo è pieno di indicazioni morali di questa natura.
Il cavaliere lo fa mangiare nella sua stessa scodella (come la regola templare) gli toglie i rozzi abiti, gli dà vesti consone a un cavaliere, gli calza gli speroni e gli cinge la spada conferendogli così la dignità cavalleresca, cioè “l’Ordine più alto che Dio abbia creato e che non ammette bassezze”.
D’ora in poi Perceval dovrà battersi per raddrizzare i torti, aiutare chiunque sia in pericolo, le vedove, i deboli, le donne e gli orfani e pregare spesso perché Dio lo aiuti a comportasi da cristiano.

Perceval e l’amore
Perceval riprende il cammino per tornare dalla madre e si imbatte in un castello chiamato Baurepaire. Biancofiore, la bella castellana, dopo cena va a trovarlo nella sua camera vestita succintamente e piangendo gli spiega che sono, ridotti alla fame, perchè assediati da un da un re che vuole per forza sposarla, ma ella si ucciderà prima di cedergli. Perceval allora la consola e promette di “Riportare la pace nella sua terra”, (uno dei grandi compiti del cavaliere medievale) quindi la abbraccia e passano la notte insieme. Adesso Perceval conosce anche l’amore, il fine amor, quello che collega l’amore cristiano all’amore terreno, un amore che deve essere lontano e ideale, ma anche effettivo e umano. Tutti gli eroi cavallereschi esaltano un amore idealizzato, ma sono tutti amanti che tradiscono la fiducia di loro amici- Lancillotto e Ginevra, Tristano e Isotta, ma c’è anche l’amore di Giuffrè Rudel per Melisenda – Contessa cos’è mai la vita è l’ombra di un sogno fuggente, la favola breve è finita il vero immortale è l’amor- Carducci.
E’ l’amore, quello per una donna e quello per il Dio, che sprona all’azione il cavaliere e lo spinge al compimento del suo dovere morale.

Il re Pescatore
Liberato il castello Perceval riprende il cammino e giunge a un fiume che non sa come attraversare. Scorge due uomini in una barca, uno rema, l’altro pesca. Quest’ultimo gli spiega che per venti miglia non vi sono né ponti né guadi, ma si offre di ospitarlo nel suo castello per la notte.
Nel castello viene accolto in modo principesco, sulle spalle gli viene posto un mantello scarlatto e viene quindi condotto dai valletti alla presenza del suo ospite in una sala “tanto larga quanto lunga”.(come il Santa Santorum). L’ospite porta un cappuccio nero di zibellino e una veste e un mantello color porpora (i colori hanno tutti richiami alchemici).

Perceval incontra il Graal
L’ospite si scusa se non può alzarsi per accoglierlo perchè ha una gamba ferita e lo invita a sedersi accanto a lui, mentre conversano entra un valletto che porge una Spada dicendo all’ospite che è un regalo di sua nipote, esistono solo altre due spade come questa e nessuno potrà mai più forgiare una uguale. L’ospite la dona a Perceval.

Il corteo del Graal
Mentre conversano entra un altro valletto che reca una lancia lucente con una goccia di sangue che esce dalla punta. Perceval è sbalordito ma gli hanno insegnato a tacere e non pronuncia parola, arrivano poi altri due valletti che reggono candelieri d’oro con dieci luci e dietro a loro una fanciulla bellissima che regge un GRAAL il quale diffonde una luce tale da annullare quella delle candele. Il Graal è fatto dell’oro più puro e vi sono incastonate le gemme più preziose. Dietro questa damigella un’altra reca un magnifico piatto d’argento. La strana processione scompare in un’altra stanza e lo sbalordito Perceval continua a trattenersi dal fare domande come gli è stato insegnato. A questo punto l’ospite, che altri non è se non il Re Pescatore, ordina di preparare per la cena.
Vengono portati cavalletti neri come l’ebano su cui poggia una tavola di bianco avorio con una tovaglia bianchissima. (il massimo della purezza) Inizia la cena e a ogni portata il Graal passa davanti a loro senza che Perceval osi porre domande. Finita la cena i due si ritirano per la notte, ma al mattino Perceval trova il castello deserto, attraversa il ponte levatoio che si richiude misteriosamente alle sue spalle.

Incontra la cugina
Ripreso il cammino Perceval si imbatte in una damigella che piange disperata per la morte del suo cavaliere. Questa gli chiede da dove egli venga perché non esiste alcun castello o villaggio vicino e quando capisce che è stato al castello del re pescatore gli chiede se ha visto il Graal e se ha chiesto cos’era.
Perceval spiega che non ha fatto domande per non essere scortese e la ragazza si rattrista perché gli spiega che se lo avesse fatto avrebbe dato al re Pescatore la guarigione e così riportato la gioia e la fertilità sulla terra che è desolata proprio a causa della sua ferita (e quindi dei suoi peccati). Gli svela di esser sua cugina e lo accusa di essere un peccatore perchè ha provocato la morte della madre e non si è nemmeno voltato per soccorrerla quando l’ha vista cadere.

Il significato della spada
Gli rivela poi di sapere chi ha forgiato la spada che il re Pescatore gli ha donato e lo avverte che questa si romperà al primo scontro perché è simbolo di forza e di purezza, con la sua lama si separano il bene dal male e si spezzerà perché Parsifal è un peccatore. Solo al lago la spada potrà essere riparata.

Perceval e la religione
Per cinque anni Perceval andrà combattendo ovunque da cavaliere errante, ma dimentico di Dio e della fede, fino a quando un giorno, si imbatte in un corteo di tre cavalieri e dieci dame. Uno dei cavalieri gli chiede perché nel giorno della morte di Cristo, il Venerdì santo, egli giri armato (le tregue di Dio) mentre loro stanno tornando da una visita a un santo eremita. Perceval allora si fa indicare la via e va pure lui dall’eremita dal quale si confessa e racconta la sua visione del Graal.
-L’eremita gli svela di essere il fratello di sua madre e quindi suo zio, ma anche fratello del re che si nutre del Santo Graal e che il Re Pescatore è il figlio di quel Re Santo che si nutre solo delle Ostie che gli vengono portate con il Graal e se egli non ha salvato il Re Pescatore è perché ha peccato contro la madre e che è salvo solo perché ella con le sue preghiere ha intercesso per lui presso il Signore. Per penitenza l’eremita ingiunge a Parsifal di andare ogni giorno alla messa e se farà così guadagnerà onore e paradiso insieme.

Perceval comprende il Graal
Adesso Perceval sa anche quale sia l’aspetto ascetico della Cavalleria ed è finalmente un cavaliere completo, un cavaliere cristiano. L’apice della cavalleria cristiana saranno gli Ordini monastico militari formati da cavalieri che assumeranno anche la dignità monastica.
Il romanzo rimase incompiuto ma il Graal, Artù, Merlino, Perceval e i Cavalieri della tavola rotonda saranno l’oggetto di un enorme numero di romanzi con varianti d’ogni genere che ancora oggi continuano ad essere scritti.

Il termine Graal
Il Graal viene forse dal termine romano gradalis (vaso, coppa, piatto) ma probabilmente anche dal termine Ka-al, la coppa della libagione nel rito iniziatico della cavalleria islamica.

Il Graal come pietra
Il tema del Graal sarà ripreso da Won Eschembach, che soggiornò a lungo in oriente presso i Templari ed ebbe modo di studiare e conoscere gli scrittori islamici. Per lui il Graal non è una coppa ma una pietra, la lapis exillis o ex coelis dei Templari, cioè una pietra caduta dal cielo custodita nel castello del monte salvezza (Mont Savage) protetta dai Cavalieri Templari. Nel suo Parzifal è perfino un infedele che va alla ricerca del Graal e riesce ad arrivare al suo cospetto.
La pietra nera si diceva fosse stata portata sulla terra dall’Arcangelo Gabriele e ha indubbiamente una corrispondenza con la pietra angolare della religione cristiana e con il Graal. Così Won Eschembach realizza la saldatura tra le due religioni.
Il Graal è la coppa con cui l’uomo si identifica nel mondo e il motivo della coppa oracolare, quale specchio del mondo, è citato da molti autori persiani collegati al sufismo. Nel libro Felek-thani, un pagano di nome Flegetanis astronomo famoso per il suo sapere diceva: “vi era un oggetto che si chiamava il Graal egli ne aveva letto chiaramente il nome nelle stelle e uno stuolo d’angeli lo aveva portato sulla terra”.

Il Graal e l’ermetismo
Il Graal era uno smeraldo caduto sulla terra staccandosi dal diadema di Lucifero e questa versione ci si riconduce all’ermetismo. Si dice infatti che Ermete Trismegisto vergò i suoi insegnamenti sulla famosa tavola smeraldina, l’identico smeraldo di cui si parla.
Nella versione cristiana il Graal è la coppa in cui bevve Cristo nell’ultima cena e che fu custodita da Giuseppe d’Armatea il quale poi vi raccolse il sangue che defluiva dalla ferita al costato inflitta da Longino a Cristo, Quella stessa lancia che sfila nel corteo del Graal.
Così narra la vicenda Robert De Boron nel suo Giuseppe D’Arimatea scritto attorno al 1202. Giuseppe, fuggito dalla Palestina, arrivò in Inghilterra dove consegnò il Graal al Re Pescatore. Nessuno sapeva più dove cercare il Graal e sull’Inghilterra si abbattè un periodo di guerre e devastazioni facendola diventare “La Terra Desolata”. Merlino spiegò allora ad Artù che per porre fine a queste disgrazie era necessario trovare il Graal che solo un cavaliere dal cuore puro avrebbe potuto rintracciare. Perceval occupò il posto lasciato libero alla tavola rotonda, il seggio periglioso, quello sul quale rimarrà fulminato chiunque si sieda senza essere puro di cuore, e dopo varie avventure finalmente riuscirà ad arrivare al cospetto del Graal.

Il Graal come simbolo esoterico
E’ inteso come espressione della sapienza, della più profonda e antica conoscenza, simbolo della “parola perduta”, cioè quella dei primordi del genere umano fin dai tempi dell’Eden e che nell’esoterismo è rappresentata dall’albero della vita.

Il Graal e Dan Brown
Una versione recente interpreta il Graal con Sang Real e lo collega a un’ipotetica discendenza di Cristo generata dalla Maddalena che diede origine alla stirpe Merovingia di Francia. La tesi esposta da Baiget Leight e Lincoln nel libro il Santo Graal ha come unico riferimento la leggenda Aurea di Jacopo da Varazze che accenna alla fuga della Maddalena e al suo sbarco sulle coste del Sud della Francia. Questa suggestiva ipotesi è stata poi ripresa da Dan Brown nel Codice da Vinci.
Conclusione dov’è il Graal? – Indubbiamente il Graal è uno dei simboli più affascinanti e universalmente conosciuti, ma esiste realmente? E allora dov’è?
A Bari dove fu portato dicendo che si traslava il corpo di S. Nicola- A Montsegur roccaforte dei Catari, dove lo cercò perfino Hitler- a Torino dove arrivò con la Sindone- nella cattedrale di Genova –in Spagna nel monastero di San Cuan de La Pegna- in un castello di Siria- nella cappella di Rosslyn in Scozia- nel monastero di Glastonbury?
Il Graal è un’invenzione letteraria diventata il mito della perfezione, della sublimazione dell’uomo e dell’ascesi mistica e certamente esiste, ma a ben vedere il Graal non può che essere nel cuore di ognuno di noi.

http://nuke.templariordo.it/Letturecuriosit%C3%A0articoli/IlGraalelaleggendadelRePescatore/tabid/524/Default.aspx

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La ricerca del Graal non si fa da soli di Giovanni Fighera

Se chiediamo ai ragazzi se abbiano sentito nominare le storie di Lancillotto e Ginevra o la storia del Sacro Graal, molto probabilmente risponderanno di sì. Se, però, chiederemo loro se abbiano studiato lo scrittore francese Chrétien de Troyes (1135-1190 ca), se abbiano letto almeno qualche riga dal Lancillotto o il cavaliere della carretta o dal Perceval, dall’Erec et Enide o dall’Yvain, quasi sicuramente la loro risposta sarà negativa. Raramente gli insegnanti di Letteratura italiana dedicano qualche ora di lezione a questo autore.

E pensare che Chrétien de Troyes è uno degli scrittori più importanti del Medioevo, forse il più grande prima dell’avvento di Dante. Come si può capire il racconto di Francesca nel canto V dell’Inferno senza conoscere la storia di Lancillotto e Ginevra cui lei si riferisce esplicitamente (circolavano all’epoca di Dante versioni della storia anche redatte da altri autori): «Noi leggiavamo un giorno per diletto/ di Lancialotto come amor lo strinse;/ soli eravamo e sanza alcun sospetto./[…] ma solo un punto fu quel che ci vinse./ Quando leggemmo il disiato riso/ esser basciato da cotanto amante,/ questi, che mai da me non fia diviso,/ la bocca mi basciò tutto tremante./ Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse»?

Di Chrétien scarse sono le notizie certe. Nativo di Troyes, nella Champagne, in terra di Francia, ebbe dapprima come mecenate Enrico I di Champagne e, poi, dal 1181 Filippo d’Alsazia. È uno dei pochi scrittori che sceglie come protagonista di un poema cavalleresco una coppia di sposi, in Erec e Enide. La vicenda si conclude con Erec che scopre che può essere cavaliere e, nel contempo, amare la moglie tanto da dirle: «Vi amo più di prima e sono certo e sicuro che il vostro è perfetto amore […]. E se avete pronunciato una parola d’offesa, vi perdono e vi affranco del tutto, della parola e dell’ingiuria».

Chrétien de Troyes è, poi, anche il primo a raccontare la vicenda di Perceval e della ricerca del Sacro Graal, una storia che ha appassionato i contemporanei e i posteri e che ha aperto la strada a tanta produzione letteraria successiva, dal momento che il suo romanzo di avventura rimane interrotto a causa della sua morte.

Nel Perceval appare chiaro come la fede nasca da un incontro, si coltivi in un cammino e si approfondisca nella vita oppure possa anche affievolirsi, quando si smarrisce la strada. Sempre, però, ciascuno di noi, anche quando è lontano, dimentico o sperduto, ha l’occasione di incontrare di nuovo la verità incontrata la prima volta e di riprendere il cammino. Questo è raccontato in maniera emblematica nella storia del protagonista. Infatti, non volendo che il figlio possa intraprendere la strada della cavalleria, che è la stessa del marito e dell’altro figlio, entrambi morti, la madre tiene Perceval lontano dalla città, dai luoghi abitati, nella Foresta Desolata, fintantoché il ragazzo non incontra dei cavalieri rimanendo affascinato dalla loro armatura. Il giovane decide, così, di partire e di diventare anche lui un cavaliere. Il ragazzo incontra Cristo proprio grazie alla madre che, salutandolo, gli spiega i fondamenti del Kèrigma cristiano (l’incarnazione, la morte e la resurrezione di Gesù) ricordandogli di recarsi spesso in Chiesa a pregare.

In seguito, Perceval fa altri incontri. Dapprima con il Maestro Gornemont de Goorn che lo educherà ai valori e al codice della cavalleria (il soccorso ai deboli, alle donne e ai bimbi). Poi, con Biancofiore, il suo primo amore. Mosso dal desiderio di rivedere la madre, Perceval abbandona, però, la ragazza.
Dopo diverse vicissitudini, Perceval si imbatte nella grande avventura. Un ostacolo, un fiume, posto sul suo cammino è l’occasione di conoscere un pescatore che lo invita nella sua abitazione. Lì, il pescatore si presenterà al cavaliere come un re ammalato. In una reggia immensa Perceval assiste ad una scena strana e quasi incomprensibile. Un paggio porta una lancia insanguinata, mentre una dama segue con una larga coppa in mano, un Graal, che emana una luce luminosa. Perceval vorrebbe chiedere e domandare quale sia il significato del gesto. Ma non chiede.

Chiara è la simbologia nell’episodio. Il Re Pescatore è Gesù, mentre il vecchio padre cui si porta il Graal è Dio Padre. Per il fatto che non ha chiesto, il giorno seguente, al risveglio Perceval non troverà più nessuno nella reggia. «Chiama, ma non v’è risposta». Se avesse chiesto, il regno sarebbe tornato fecondo e il re sarebbe guarito.

Si allontana allora, tutto dedito alla ricerca del Sacro Graal, ma dimentico delle raccomandazioni materne. Per cinque anni abbandona anche la compagnia della chiesa e non partecipa alla celebrazione eucaristica, finché un giorno ha la grazia di incontrare di nuovo dei testimoni della fede in Cristo. È il giorno di Pasqua quando si imbatte sulla strada in tre cavalieri e in sette dame. Questi ricordano a Perceval quanto lui si è scordato (il Kèrigma): «(Oggi) è il venerdì adorato, in cui si devono piangere i propri peccati e adorare la croce, perché in questo stesso giorno fu crocifisso e venduto per trenta denari Colui che fu mondo di peccato. Egli vide le colpe di cui il mondo è impastoiato e macchiato, e per esse si fece uomo». Gesù, ricordano ancora i dieci pellegrini, è vero Dio e vero uomo ed è stato partorito dalla Vergine Maria per opera dello Spirito Santo «e prese forma e anima d’uomo con la sua Santa divinità. E in tal giorno, in verità, fu messo in croce e trasse i suoi amici dall’Inferno». Con la sua morte ha redento il mondo e «salvò i vivi e i morti facendoli passare dalla morte alla vita». Da questo momento, da quando Dio si è fatto piccolo come un bambino, nulla è più insignificante. «Chi in tal guisa non lo cercherà mai lo vedrà in viso», cioè chi non cerca Dio nel volto dell’uomo non lo troverà mai.

Contrito per la sua fragilità e per la sua dimenticanza, ridestato alla fede dalle parole appena udite, Perceval chiede loro quale sia la strada per giungere dall’eremita a cui hanno appena fatto visita. La risposta è bellissima: la strada è semplice, contraddistinta da segni lasciati dalle persone che li hanno preceduti nel percorso. Questa strada è la via segnata dalla Chiesa, cioè dal popolo dei credenti. Giunto là, Perceval si confessa, celebra la messa pasquale e riparte, uomo nuovo e rigenerato, alla ricerca del Sacro Graal. Nei sacramenti (confessione, eucarestia, ecc.) e nella chiesa Perceval incontra Cristo e fa l’esperienza di essere un misero peccatore che dipende da Dio, salvato non per i propri meriti, ma per la grazia divina e per la fede.

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-la-ricerca-del-graal-non-si-fa-da-soli-5624.htm

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LA SACRA COPPA DELL’ULTIMA CENA

        Sacro Graal: nome latino medievale che deriva da gradalis (recipiente), da cui in francese Graal.

Calice o piatto usato da Gesù durante l’ultima cena e che poi fu usato da Giuseppe d’Arimatea per raccogliere il suo sangue durante la crocifissione. la storia del Graal di ritrova in innumerevoli versioni. Secondo la tradizione medievale, con Chretien de Troyes (che prese come riferimento lo scritto storico latino di Geoffrey of Monmouth sulla storia dei re di Britannia del 1137), nel XII secolo assunse, nei suoi romanzi di stile cortese-cavalleresco, il simbolo di purezza ricercata dai cavalieri della tavola rotonda e da re Artù.

Secondo certe tradizioni, il calice si sarebbe tramandato da generazione in generazione all’interno dell’ordine dei templari fino ai giorni nostri. Esso sarebbe ancora nascosto in una delle loro fortezze sparse per tutta Europa. Si pensa, ad esempio, che possa trovarsi nella cappella di Rolin a Midlothian sepolto insieme ad altri tesori dell’ordine, oppure nella chiesa di Rennes le Chateau, o altrove.  Alcuni lo vogliono nel castello di Montsegur in linguadoca, eretto dall’ordine dei Catari e arresosi nel 1244 sotto gli attacchi dei crociati venuti dalla Francia settentrionale. Per altri, il Graal sarebbe nascosto nel castello di Corbenic, in Gran Bretagna, dove vi fu portato da Giuseppe d’Arimatea o dai suoi discepoli.  

I cultori del ciclo bretone di re Artù lo collocano sulla leggendaria isola di Avalon, dove risiederebbero le anime dei defunti e dove la tradizione vuole che riposi ancor oggi il corpo del grande re, in attesa di un ritorno alle armi. Forse, l’imperatore Federico II di Svevia ne fu in possesso quando decise di costruire il suo esoterico castello a pianta ottagonale sito in Puglia, il Castel del Monte.   Ma, una tra le più recenti versioni è quella che vede il Graal non come la coppa che raccolse il sangue di cristo morente, ma come la discendenza stessa di Gesù. Infatti, secondo alcuni, Gesù prima di morire sulla croce (sempre che sia realmente morto, perché ci sono dei recenti dubbi pure su questo particolare…), ebbe modo di lasciare un eredità in Maria Maddalena, sua probabile consorte. Ella, successivamente, si trasferì in Francia coi suoi figli e lì, diede vita ad un’importante dinastia, quella Merovingia. Naturalmente, non si hanno prove sicure per nessuna di queste ipotesi.  

L‘unica cosa sicura è che il Graal è il simbolo della ricerca che è in tutti noi, la ricerca del divino, di una verità assoluta. Esso rappresenta l’eterna ricerca di noi stessi e di risposte che forse non avremo mai…

GIORGIO PASTORE

INTRODUZIONE AL GRAAL
(di Vito Foschi)

L’inizio dell’avventura

La leggenda del Graal ha un inizio storico ben definito e un inizio mitico che si perde nella notte dei tempi. Tutto ha inizio col romanzo medievale incompiuto di Chrétien de Troyes, Perceval o il racconto del Graal, composto tra il 1175 e il 1190 circa. Il Graal viene appena citato e descritto sommariamente, ma tanto basta per scatenare una ricerca che dura da otto secoli.

L’eroe è Perceval. Il padre e i suoi fratelli sono morti in battaglia, e per tenere in vita l’unico figlio rimastole, la madre decide di tenerlo lontano dal mestiere delle armi. Lo alleva in una landa isolata e impone ai suoi servitori di non parlare al ragazzo della cavalleria. Un giorno passano da lì dei cavalieri e Perceval decide di abbandonare la madre che muore di crepacuore e di diventare cavaliere. All’inizio del viaggio Perceval è poco più di un ragazzo digiuno del mondo e delle buone maniere e non solo del mestiere delle armi. Vive varie avventure e trova un cavaliere, che gli insegna come comportarsi in società, tra l’altro gli dice di non parlare molto. A questo punto ha ricevuto l’iniziazione di cavaliere. Prosegue nel suo viaggio e raggiunge il castello del Graal. Il castello è abitato dal Re Pescatore che ferito ad una gamba ha come unico diletto quello di pescare. Il Re lo ospita. Durante il pasto serale assiste ad una strana processione e qui viene citato per prima volta il termine Graal. Un valletto passa nella sala con in mano una lancia sanguinante seguito da due valletti con dei candelabri a dieci braccia e da una fanciulla con un “graal”. Il corteo si dirige in un’altra stanza dove si trova il padre del Re Pescatore. All’ingresso del corteo la sala viene inondata di luce. La processione si ripete ad ogni portata. Il giovane ricordandosi dell’insegnamento non domanda a chi viene servito il Graal e questo è il suo errore. Facendo la domanda il Re sarebbe guarito e con lui sarebbe ritornato a fiorire anche il suo regno. Risvegliandosi Perceval trova il maniero deserto e riparte. Nel racconto non viene spiegato cosa sia esattamente il Graal. Si capisce che è un contenitore perché viene servito a qualcuno. Viene descritto come preziosismo, ma nulla più. Il romanzo ha uno strano andamento. Perceval ritorna alla corte di re Artù, e da qui riparte per altre avventure che non vengono descritte, mentre vengono descritte quelle di un altro cavaliere: Galvano. In pratica il romanzo è quasi diviso in due, da una parte le avventure di Perceval e dall’altra quelle di Galvano. Il romanzo è incompiuto quindi l’impianto potrebbe essere più complesso. A un certo punto delle vicissitudini di Galvano l’autore ritorna a Perceval. Lo ritroviamo mentre incontra una processione del Venerdì Santo. Si dice che ha vissuto mille avventure che ci rimangono oscure, ma stando lontano da Dio. La processione gli ricorda i suoi doveri religiosi e si rifugia da un eremita, e qui fa penitenza. Riceve una seconda e definitiva iniziazione. L’eremita che scopriamo essere un suo zio materno spiega che il Graal viene servito al padre del Re Pescatore e che contiene un’ostia, unico sostentamento dell’uomo da dodici anni ed insegna al nipote una preghiera segreta da usare solo in caso di grave pericolo. Questo il racconto del Graal di Chrétien. Un’opera incompiuta divisa in due parti quasi slegate o per lo meno apparentemente slegate. Da questo momento nasce la leggenda del Graal. Si può affermare che il vero mistero del Graal è come un termine citato un paio di volte in un romanzo incompiuto abbia potuto scatenare una ricerca da parte degli uomini che dura da secoli.

VITO FOSCHI

BREVI RIFLESSIONI SULLA FOLLIA DI PERCIVAL
(di Vito Foschi)

Nel racconto di Chrétien de Troyes, all’inizio dell’avventura, il giovane Perceval è all’oscuro di tutto, vive in uno stato quasi selvaggio accudito dalla madre e dai servitori. È giovane, sta per entrare nell’età adulta ma è come se non fosse ancora nato, addirittura non viene chiamato con il suo nome… è il puro Folle. Puro perché non contaminato dal mondo, è vissuto nella foresta ed è come se avesse continuato a vivere nel grembo materno, folle perché ignorando totalmente le regole del vivere in società il suo comportamento ai più sembra dettato da follia. Nei primi passi del romanzo abbondano gli appellativi folle, stolto, giovane selvatico. Ma nonostante la Follia o proprio grazie ad essa decide di seguire la Luce, la luce portata nel suo mondo dal bagliore delle armature dei cavalieri che egli non a caso crede angeli.

Qui mi sovviene l’Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam che indica nella Follia il motore della storia, per cui nascono e muoiono imperi, città, si formano famiglie, si intraprendono viaggi, attività economiche, ecc. Il saggio, prudente qual è, rimane in casa senza gettarsi in avventure e si accontenta del suo stato e non sogna. Il Folle sogna e qui mi sovviene Lwarence D’Arabia e il suo aforisma sugli uomini che sognano. Recito a memoria. “Esistono due tipi di uomini quelli che sognano quando dormono e quelli che lo fanno ad occhi aperti. Di queste specie di uomini la seconda è la più pericolosa perché lotta per realizzare i suoi sogni”. Non sono le parole esatte, ma il senso è quello. Perceval è della specie che sogna ad occhi aperti. Vede i cavalieri e decide di diventarlo, si arma e parte senza indugiare oltre abbandonando la madre che muore di crepacuore. La vede a terra, ma non si ferma, non indugia, sferza il cavallo e corre via lontano. Un comportamento non propriamente saggio. E quando vede le tre gocce di sangue sulla neve fresca e rimane lì imbalsamato nel dolce ricordo di Biancofiore, che cosa fa se non sognare ad occhi aperti? Addirittura non si accorge dei molti cavalieri che vengono ad interrogarlo su chi era e cosa voleva, che irritati lo caricano e vengono abbattuti puntualmente da Perceval che combatte come in sogno. Una volta “sveglio” raggiunge la corte di Re Artù e chiede del siniscalco Key, con cui aveva una contesa e gli dicono che è stato proprio lui ad abbatterlo e ferirlo ad un braccio. Non si era accorto di niente, il nostro sognatore. Nel saggio di Erasmo esaminata la follia di tutta l’attività umana si giunge alla conclusione che l’unica “follia giusta” è quella in Cristo, quella dei Santi, dei Martiri, ma anche del semplice credente che in Cristo solo può trovare risposta alla follia della vita. Questa è l’idea di Erasmo, che riprende in maniera satirica il concetto di follia come massima saggezza espresso da San Paolo nella lettera ai Corinzi, non a caso citato nell’Elogio, che nonostante la sua sostanziale ortodossia, verrà tacciato di eresia, probabilmente per il suo sarcasmo sui teologi cervellotici, le critiche alla chiesa e al potere costituito, anche se il suo intento era solo di ironizzare sulla società terrena per mettere in evidenza la Verità ultraterrena. E il buon Perceval cosa fa verso la fine del romanzo incompiuto di Chrétien? Dopo aver vissuto cinque anni lontano dalla chiesa, e quindi lontano dallo spirito, vivendo mille avventure senza ritrovare il Graal incoccia in una processione di Venerdì Santo e uno dei presenti lo rimprovera del suo andare armato. Perceval stupito chiede che giorno sia e, ottenuta la risposta sente la necessità di fare penitenza e gli viene indicato un eremita e lui ci se reca prontamente. Qui riceve la sua iniziazione spirituale, ma non ci soffermeremo su questo, ma sul fatto che il Puro Folle ritorna a Dio, la sua follia nel mondo si tramuta in follia in Cristo. Dopo cinque anni di avventure, di follia umana, scopre ciò che è veramente importante la Follia del Cristo che si fece uomo per riscattare i peccati degli uomini e Perceval capito ciò è pronto a riconquistare il Graal ed essere il Folle in Cristo capace dell’estremo sacrificio per mondare il mondo dal peccato e risorgere alla vita eterna.

Naturalmente questa è l’interpretazione cristiana del racconto di Chrétien, ma non è la sola possibile dato che nel cristianesimo persistono reminiscenze di antichi culti e l’evidente presenza nel racconto di elementi celtici posta in luce da molti studiosi.

VITO FOSCHI

Fonte: http://freeweb.supereva.com/ilsitodelmistero/ 

LA SIMBOLOGIA DEL CUORE E LA LEGGENDA DEL GRAAL
(di Vito Foschi)

Il geroglifico egizio che indica il cuore è costituito da un piccolo vaso e per gli antichi egizi il cuore era la sede dell’anima(1); alla morte il cuore veniva pesato dal dio Anubi(2) e da questa pesa veniva decisa la sorte dell’anima del defunto.

Il testo da cui inizia la leggenda del Graal, è il Perceval di Chrétien de Troyes. In tale racconto, il Graal non ha ancora una forma definita. Viene descritto come preziosissimo, fatto in oro e tempestato di pietre preziose. Non si accenna alla sua forma, si intuisce che è un contenitore perché “il giovane non domanda a chi lo si serva” e poco dopo “Ma non sa a chi lo si serva”. Il Graal viene portato in processione e viene preceduto da altri oggetti simbolici, tra cui la lancia sanguinante. Già in questo primo racconto si fa accenno al sangue. In un passo successivo Perceval incontra lo zio Eremita che gli spiega il significato del Graal. Il Graal serve l’ostia, unico nutrimento da dodici anni, al padre del Re Pescatore. Da questo riferimento eucaristico è quasi immediato pensare al Graal come ad un calice. 

Geroglifico egizio rappresentante il cuore

Dopo pochi anni dalla diffusione dell’opera di Chrétien, Robert de Boron con il suo Giuseppe d’Arimatea spiega l’origine del Graal identificandolo con il calice dell’Ultima Cena che poi serve a Giuseppe d’Arimatea per raccogliere il sangue sgorgato dalle ferite di Cristo in croce.
Questa versione del calice contenente sangue fa tornare in mente il geroglifico egizio del cuore, ed è facile identificare il Graal al cuore.


Il calice di Cristo contiene il sangue di Cristo in due modi diversi: nel corso dell’Ultima Cena, quando il vino è il Suo sangue e successivamente quando è raccolto dal Suo corpo sulla croce.
Ricordiamo anche il simbolo del Cristo come un pellicano che si strappa il cuore per nutrire o ridare vita ai figli.(3) Il collegamento col simbolo cristiano del Sacro Cuore di Gesù è evidente.
Citiamo un passo di un articolo in cui si discute sul significato simbolico del cuore:”Il simbolo del cuore indica il centro dell’essere, il luogo in cui si svelano i significati profondi, al di là delle connessioni stabilite dalla razionalità.”(4)
Riportiamo un passo di un librino dedicato al Sacro Cuore di Gesù, che mette in evidenza come anche nella tradizione cattolica il cuore è associato al centro dell’essere:”È il nostro centro nascosto, irraggiungibile dalla nostra ragione e dagli altri; solo lo Spirito di Dio può scrutarlo o conoscerlo. È il luogo della decisione, che sta nel più profondo delle nostre facoltà psichiche. È il luogo della verità, là dove scegliamo la vita o la morte. È il luogo dell’incontro, poiché, ad immagine di Dio, viviamo in relazione: è il luogo dell’Alleanza”. E ribadisce al n. 368: “La tradizione spirituale della Chiesa insiste anche sul cuore, nel senso biblico di ‘profondità dell’essere’, dove la persona si decide o no per Dio”.
Dio parla al cuore dell’uomo, il centro dell’essere, non al suo orecchio, non alla sua mente. Si legga il seguente passo della Bibbia:”Anzi, questa (sua) parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore”(Dt 30,14).
Si noti lo stesso significato nella seguente citazione:”Il termine arabo per indicare il cuore è, Qalb, che indica l’atto di ricevere ‘da bocca ad orecchio’ (da cui Qabbalah), e significa un’intuizione intellettuale, che è prima di tutto un ascoltare.”(5)
Un’altra assonanza tra cuore e coppa si ritrova nella tradizione islamica quando paragona il cuore dell’arif(il saggio, l’iniziato) ad una coppa contenente potenza e sapienza.
Il simbolo del cuore ha quindi un profondo significato spirituale. Rappresenta il centro dell’essere, la sua anima ed il luogo dell’”incontro” e dell’”Alleanza”.
In questa accezione la cerca del Graal è una ricerca eminentemente spirituale e i luoghi che attraversa il cavaliere non sono luoghi fisici, ma luoghi dell’anima. Alcuni episodi delle avventure dei cavalieri partiti alla ricerca del Graal, sono palesemente delle prove dello spirito perché si trovano ad affrontare demoni o sortilegi approntati dal Demonio. Il pericolo di perdersi prima del raggiungimento della meta, è il pericolo di perdere la via che porta a Dio. Non a caso gli eroi si muovono senza un’apparente via da seguire come se fossero in un labirinto, quei labirinti che ricoprono il pavimento di alcune cattedrali medievali che stanno lì a simboleggiare il percorso dell’anima deve affrontare per raggiungere la grazia di Dio.
Inoltre il simbolo del cuore è equivalente a quello del sole. Il primo centro dell’essere, il secondo centro del cielo. Tutte e due simboli positivi della vita. Il sole ha un ulteriore aspetto: è il simbolo della regalità. Il re come centro del regno da cui tutto dipende tutto. I suoi raggi arrivano ovunque a portare la sua presenza. È naturale pensare a Luigi XIV, detto Re Sole, ed al suo motto: “Io sono lo stato”.
Nel Perlesvaus, romanzo anonimo ma di area cistercense, Parsifal recupera il Graal diventando Re del Graal e divenendone custode. I due significati si sommano: il cuore puro permette la conquista del centro.

VITO FOSCHI

Note

1) “…Thoth aveva la testa di un ibis perché l’uccello, quando piegava l’ala, assumeva la forma di un cuore, la sede della vita e della vera intelligenza.” Peter Tompkins – “La magia degli obelischi” – Marco Tropea Editore 2001;
2) La stessa funzione nella tradizione ebraica è attribuita all’angelo Mikael, divenuto il nostro S. Michele arcangelo. Un suo attributo è proprio la bilancia; anche nell’iconografia cristiana del Giudizio Universale è raffigurato con spada e bilancia, attributi della giustizia;
3) J. L. Borges e M. Guerriero – “Manuale di zoologia fantastica” – Einaudi 1998;
4) G.C. – “Il simbolo del cuore”, da Massoneria Oggi – n. 2 – luglio 1994 – Soc. Erasmo Roma; reperibile nel sito di Esoteria al seguente indirizzo: http://www.esoteria.org/;
5) Ibidem.

Fonte: http://freeweb.supereva.com/ilsitodelmistero/

ALCUNI CENNI SULLA SIMBOLOGIA FEMMINILE DEL GRAAL
(di Vito Foschi)

Il Graal è un simbolo molteplice che racchiude vari significati. È un tramite per la divinità e rappresenta la molteplicità della potenza di Dio. Fra i suoi vari attributi c’è quello di rappresentare il principio creatore e in genere tutto quello che è legato alla vita: guarigione, nascita e rigenerazione. I suoi cantori gli hanno fatto assumere varie forme, calice, pietra, vassoio, ma le sue proprietà di rigenerazione sono costanti. La forma principale con cui è conosciuto il Graal è quello di un calice o in genere un contenitore. Ci soffermeremo su questa forma. 

Se esaminiamo il geroglifico egizio rappresentante la donna vedremo la presenza di un pozzo d’acqua. La donna, sorgente di vita, è legata all’acqua, sorgente di vita per eccellenza ma anche liquido amniotico. Il pozzo d’acqua come grembo materno. Nell’antico Egitto l’acqua assumeva un significato particolare. Le sue capacità agricole dipendevano dalla regolarità delle piene del Nilo. Tutto dipendeva dall’acqua. Non a caso tutte le grandi civiltà si sono sviluppate intorno a corsi d’acqua: il Nilo, il Tevere, il fiume Giallo, il Tigre e l’Eufrate, l’Indo. Nell’antica Mesopotamia una divinità dell’oltretomba chiamata Enki, riempiva di acqua le vasche dei primi templi. Poi semidei in forma di pesce la donavano agli uomini. I fedeli persiani la raccoglievano in anfore e versavano libagioni in coppe approntate dinanzi agli altari. In queste antiche cerimonie religiose, la vasca e il bacile, l’anfora e la coppa rappresentavano la creazione della vita.
Il Graal ha memoria di questi antichi miti. Forse un legame diretto non esiste, ma questi simboli sono universali e portano con sé memoria degli antichi significati. La potenza del simbolo è quella di rappresentare significati universali a tutti gli uomini e di passare indenne attraverso le generazioni umane assumendo nuovi significati ma conservando gli antichi.
Questa simbologia connessa all’origine della vita è indubbiamente legata alla donna e alla sua qualità di generatrice di vita. Il Graal contiene questa simbologia femminile, perché è un dispensatore di vita. In alcune leggende il Graal è legato alla Lancia sanguinante. Il sangue cola nel Calice e la lancia è simbolo maschile per eccellenza. Il Calice, la donna, la lancia, l’uomo, generano la vita e rappresentano l’atto creatore di Dio. Quale migliore rappresentazione della potenza creatrice divina del mistero della generazione di una vita dall’unione di un uomo e di una donna? 

E, di fatto, in passato quale altro simbolo si poteva utilizzare? Più tardi lo sviluppo della ceramica portò l’immagine di un Dio vasaio. Già nell’antico Egitto fu adottato il simbolo del vaso per significare il verbo creare. Il Graal essendo un contenitore possiede anche quest’immagine del vaso come simbolo della creazione divina. Anche il Dio cristiano che crea l’uomo dal fango riprende quella di un dio vasaio. Più tardi nel Medioevo Dio prende il compasso per creare. Il riferimento è all’architettura che allora sviluppava imponenti opere.

Il Graal rappresenta il tutto, perciò racchiude in sé il principio maschile e femminile. A volte reso più esplicito dalla presenza della Sacra Lancia. Simbolo maschile e quindi della guerra. Crea insieme al Graal-donna la vita, ma distrugge i nemici.
Nella tradizione cristiana un collegamento fra la donna e un contenitore esiste nella Litania Lauretana, la Vergine Maria viene descritta come: “Vas sprirituale, vas onorabile, vas insigne devotionis”, ovvero “vaso spirituale, vaso dell’onore, vaso pregiato di devozione”. La Vergine è descritta come un contenitore, il “contenitore” per eccellenza perché ha custodito il Figlio di Dio.
Un esempio di connessione fra il simbolo del vaso e la donna si ritrova nelle decorazioni della chiesa di S. Vitale a Ravenna in cui la regina Teodora viene accomunata ad un vaso. La metafora è sempre quella della donna come contenitore della vita.
Trattando di generazione, il ricordo di antichi culti legata alla Grande Madre, è evidente. La simbologia femminile del Graal è piuttosto forte a scapito di quella maschile, nonostante il tempo trascorso e l’avvento del cristianesimo e del Dio Padre. Anche per questo il simbolo del Graal, nonostante i tentativi di riportarlo all’ortodossia, rimane fondamentalmente un simbolo eteredosso.

VITO FOSCHI

Bibliografia

“L’avventura del Graal” di Andrew Sinclair
“Il segreto dei geroglifici” di Christian Jacq

Fonte: http://freeweb.supereva.com/ilsitodelmistero/

http://www.croponline.org/sacrograal.htm

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