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Archivio per settembre, 2011

Ley Lines o Vene del Drago

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Le Ley Line


Sono flussi energetici paragonabili a fiumi che scorrono sulla superficie terrestre  completamente dritti di larghezza variabile dai 3 ai 30/40 metri, che scorrono con un’altezza stimata che va dai 5 ai 30 metri. Anche la loro intensità è variabile e dalle nostre misure va dai 6/7000 bovis, ai 15/16.000 bovis per le ley line più potenti, quelle sopra le quali sono costruite la maggior parte delle cattedrali romanico-gotiche.
Queste potenti energie telluriche erano conosciute molto bene dai cinesi che le chiamavano”Vene del Drago”.

Una ley line è portante
, cioè è unidirezionale esattamente come un fiume e si trascina dietro le energie sottili che incontra sul suo cammino, pulite e congeste ma essendo molto più potente del vento di nord-est, spesso riesce a neutralizzare essa stessa le congestioni che incontra sulla sua strada.
Questo dipende dalla potenza della stessa ley line e dall’intensità della congestione.

Se per esempio la vostra casa è posizionata a valle dello scorrimento di una ley line e questa prima incontra una discarica, molto probabilmente la vostra casa sarà interessata dalla congestione sottile della discarica stessa. Se invece la distanza dalla discarica o da una centrale elettrica è notevole, se la line è potente, riuscirà essa stessa a ripulirsi e ad attraversare poi la vostra abitazione senza congestioni.

A questo riguardo ci sono due tipi di pensieri riguardo ad avere una casa posizionata su una ley line: uno di questi dice che è meglio non abitarci e dormirci sopra perché la sua energia, pur essendo per noi benefica, è troppo intensa. L’altro pensiero è diametralmente opposto e cioè dice che se si abita in una casa attraversata da una ley line, si vive meglio.
Mi rispecchio molto in questo secondo pensiero ma forse la verità, come spesso accade, sta in mezzo, nel senso che dipende da molti fattori quali la potenza della line e le caratteristiche energetiche di chi ci vive.

Una cosa molto importante da dire è che in un’abitazione attraversata da una ley line, è assente qualsiasi tipo di interferenza geopatogena; essa viene relegata ai bordi della ley line stessa, i nodi geopatici vengono “spostati” ai lati della ley line dalla sua potenza.

(http://www.geoshelter.it/visual_sottocat.php?lin=1&ID_sottocat=1813&titolo=geobiologia.php&titolo_cat=Geobiologia&titolo_sottocat=Le%20Ley%20Line)

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Le “Ley lines” (linee di prateria), sono vere e proprie linee rette, larghe circa due metri ed equidistanti tra di loro, che percorrerebbero l’intera superficie terrestre, incrociandosi tra loro in modo da formare una rete. Le ha teorizzate l’inglese Alfred Watkins alla fine del secolo scorso. Nei punti in cui le Ley Lines si incrociano, sorgerebbero antichi templi e monumenti funebri pagani. Sotto di loro scorrerebbero spesso acque sotterranee o sarebbero presenti filoni di minerali metallici. I luoghi energeticamente speciali si trovano, in molti casi, lungo queste linee. Secondo alcuni studiosi russi, le Ley Lines costituirebbero una griglia di energia sulla quale si fonderebbe la struttura stessa della Terra.

L’Italia è attraversata da alcune di queste linee. Una passa per L’Aquila.
Le coordinate geografiche della citta de L’Aquila sono: lat. 42,21 – long. 13,23. La somma della latitudine è 9, la somma della longitudine è 9, vale a dire “99”, l’enigmatica cifra inscindibilmente legata con la città fondata da Federico di Svevia. Secondo la leggenda, Aquila è la città delle 99 chiese, 99 fontane e 99 piazze; il campanile della torre civica ogni giorno suona 99 rintocchi.

Geograficamente è sistemata esattamente su uno di questi nodi magnetici, anzi, su uno dei più potenti del mondo dal momento che è al centro della linea che lo attraversa, un segmento che parte da Giza e arriva a Stonehenge, dalle piramidi ai monoliti. Il tracciato attraversa in linea retta Giza, Castel del Monte (dove c’è il misterioso castello di Federico II), L’Aquila, Chartres (clicca qui)e appunto Stonehenge. Nelle carte isogoniche, vale a dire la rappresentazione della figura della sfera terrestre su una superficie piana con il minor numero di deformazioni possibile e la proiezione dei meridiani e paralleli, la linea diventa più o meno la stessa, con in aggiunta la sorpresa che la trasversale si dirige verso Gerusalemme. La cosa straordinaria è che in ogni luogo passante per la cosiddetta “linea sacra” vi sono riferimenti numerici comuni come il numero 74, che rappresenta un valore astronomico di primaria importanza essendo la quinta parte di un millesimo di grado della circonferenza equatoriale terrestre.


La linea magnetica che attraverso Giza, Castel del Monte (Andria), L’Aquila, Chartres e Stonehenge.

La Ley line dell’Arcangelo Michele parte da S. Michel Moint in Cornovaglia, tocca Mont Saint Michel in Francia, la Sacra di S. Michele nella valle di Susa, il santuario pugliese di Monte S. Angelo, quello dell’isola di Simi per terminare nel Sinai.

Per vedere la Ley line che unisce Mont Saint MIchel, la Sacra di San Michele e Monte Sant’Angelo
clicca qui

(http://forum.premashanti.org/t1317-le-ley-lines)

LA SACRA DI SAN MICHELE

Questo bellissimo luogo dedicato a Michael, sorge nel punto centrale di una linea che collega Mont Saint Michel con Monte Sant’Angelo, alla distanza di mille chilometri da uno e dall’altro luogo.

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Il labirinto e la danza a spirale

La Danza del Labirinto
di Alessandro Zabini*Nel tempo in cui il mondo era giovane e i numi erano così vicini da poterne percepire il fulgore che pulsava sempre in ogni cosa, allora, nei momenti di passaggio e nelle notti di plenilunio, si danzava la danza a spirale, attraverso la quale si apriva l’Altrove, in cui era possibile incontrare la Signora del Labirinto.
Nella notte d’autunno, nella radura illuminata dalla Luna piena e immersa nel bosco ombroso, presso una sorgente gorgogliante fra la roccia e il muschio di una grotta, con i passi agili e lievi ritmati dal canto, donne e uomini nudi in lunghissimo corteo, tenendosi per la mano o per il polso, danzavano verso sinistra, invertendo spesso la direzione, trovandosi più volte fila contro fila, gli uni di fronte agli altri, quelli che precedevano scorrendo parallelamente a quelli che seguivano, sempre muovendo dall’esterno verso l’interno, e tracciando così, invisibile sul prato, un’ampia spirale di volute, di meandri e di circonvoluzioni, simile a quella che i sapienti riconoscevano nel fegato divinatorio.

Così, avvolgendosi e svolgendosi, la spirale si chiudeva sempre di più verso il proprio centro, mentre ciascuno, danzando sul prato, discendeva a poco a poco in se stesso, nelle profondità più abissali e più intime, verso il proprio centro, là dove si manifestava il numinoso.

Quando il movimento della danza si chiudeva, la fanciulla alla guida del corteo, sacerdotessa della Dèa, giungeva al centro della spirale, la quale coincideva sia con il centro interiore di ciascun danzatore, sia con la dimora divina, e si apriva come una porta. Allora si scioglieva nei danzatori il desiderio di essere liberi, di fuggire, di alzarsi in volo. In ciascuno si annullava ogni separazione fra individuo e Natura, fra umano e Numinoso, fra mondo e Altrove. Il tempo si fermava, scompariva. Ognuno allora moriva, l’anima abbandonava il corpo e s’involava. Varcando la soglia dell’Altrove, trapassava nel Bosco Segreto, al di fuori del tempo e dello spazio, laddove ogni distinzione fra vita e morte era dissolta. Infine giungeva alla Fonte, e là incontrava una Dèa tanto antica da non avere nome, chiamata semplicemente Signora del Labirinto.

In seguito a tale incontro, l’anima poteva varcare di nuovo la soglia dell’Altrove, ritornare indietro, al centro interiore, che allora si richiudeva. Per tutto il tempo i danzatori si erano tenuti per mano in modo da non smarrirsi, per non annullarsi, per tornare indietro. La spirale chiusa si riapriva e i danzatori muovevano verso destra per tornare indietro, procedendo dall’interno verso l’esterno, nel ripercorrere a ritroso i meandri e le circonvoluzioni invisibilmente tracciati in precedenza dal movimento della danza, presso una sorgente gorgogliante fra la roccia e il muschio di una grotta, sul prato della radura immersa nel bosco ombroso e illuminata dalla Luna piena. Così uscivano dal labirinto in cui si erano addentrati.

La forma conosciuta come disegno o come struttura nei tempi successivi, quando i numi e il loro fulgore si erano ormai tanto allontanati che le movenze della danza a spirale non erano più spontanee, ovvero il labirinto, era nei tempi arcaici un movimento, perché di null’altro si aveva bisogno: il movimento della danza a spirale sotto la Luna, con cui si tracciava un infinito meandro spiraliforme, immagine della Notte infinita, al centro della quale splendeva l’astro che si rinnovava in eterno, la Luna. Come simbolo, il labirinto equivale alla foresta, alla grotta, al sotterraneo. Anch’esso raffigura il mondo infero, in cui si discende e da cui si risale. Al tempo stesso, esso rappresenta il movimento medesimo della discesa e della risalita tracciato dalla danza a spirale, cioè la morte e la rinascita, doni della divinità che laggiù s’incontra: la Signora del Labirinto. In questa Dèa si può dunque riconoscere la fanciulla divina e lunare della religione arcaica, Luna e Signora del Regno dei Morti, dotata del potere di riportare alla vita, ossia la divinità primeva e ctonia che era l’Armonia arcaica fra vita e morte, individuo e Natura, umano e Numinoso, mondo e Altrove.

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Affini alla Signora del Labirinto erano quelle divinità, le quali, al pari di lei, riunivano vita e morte, ovvero Afrodite, Artemide, Britomarte, e Persefone più di ogni altra. La danza a spirale si danzava a Creta, dove la guidava colei che conosceva il segreto del labirinto, e dunque non era figlia di re, bensì Dèa, Arianna, la cui divinità è suggerita dai suoi stessi nomi: quello greco, Ariadne, «purissima», dèa degli inferi, il cui dono agli umani era l’uscita dal labirinto, ritorno dal regno della morte, dal mondo ctonio da cui la Luna risorge; e quello cretese, ossia Aridela, «chiarissima», la quale poteva tornare dal mondo infero e apparire in cielo come la Luna. Purissime erano Artemide e soprattutto Persefone, la quale dal regno della morte era tornata, periodicamente tornava, e così dispensava il dono della rinascita. Entrambe le divine fanciulle purissime erano fuggiasche, insidiate dai rapitori, come Luna, e come Britomarte, dolce vergine cacciatrice, inseguita per nove mesi da Minosse. La Signora del Labirinto era dunque la Dèa degli Inferi, Persefone, Luna, Dèa Natura. Era la Dèa al cui cospetto e nella cui luce si snodava il movimento della danza a spirale, la Luna piena, quando, al momento della rinascita, era un vaso colmo di Miele, cioè quando la Signora del Labirinto aveva ricevuto la sua offerta.

Si apprende infatti dalle iscrizioni su un’antichissima tavoletta proveniente da Cnosso, testimonianza di una religione più antica di quella omerica, che alla Signora del Labirinto era offerta quella sostanza che sin dall’epoca arcaica era nutrimento agli umani, chiamata «dolce cibo degli dèi» (1), perché di essa i numi si erano nutriti prima ancora che dell’ambrosia: «Miele alla Signora del Labirinto», o «Un vaso di miele per la Signora del Labirinto, e anche «Miele a tutti gli dèi» (2).

Come i semplici ricavati dalle erbe, il miele ricavato dai fiori era dono della Dèa, la quale spontaneamente provvedeva ad ogni cosa. Era dolce cibo divino, offerta degna delle divinità infere, dolci come miele, da cui si riceveva immensa beatitudine. Così le era sacrificato, dedicato, restituito con amore, spontaneo sacrificio a colei che spontaneamente donava l’infinito rinnovamento della vita senza esserne implorata, e si manifestava a coloro i quali, nudi, inebriati di canto, di danza e di miele, di dolcezza e di armonia, volavano Altrove ad incontrarla. Questo era il sacrificio grato alla Signora del Labirinto. Soltanto chi aveva spezzato l’antica Armonia e ricorreva al rifiuto dell’amore divino, alla forza e all’imposizione, sarebbe stato costretto a spargere sangue in sacrificio cruento per accedere all’Altrove, incapace di scendere al mondo infero in estasi e con amore, inebriandosi di canto, di danza e di miele.

Il nettare dorato che la Notte aveva suggerito a Zeus di offrire a Crono, affinché questi se ne saziasse e ne fosse inebriato come lo sarebbe stato dal vino, che ancora non esisteva, e quindi si addormentasse «sotto le querce dalle alte foglie», era «frutto del lavoro delle api ronzanti» (3), dunque era dono di Melissa, dèa luminosa della Natura lussureggiante, dei fiori sgargianti e rigogliosi, dei prati soleggiati, delle radure odorose, dei boschetti ombrosi, delle acque chioccolanti, la quale poteva assumere a proprio piacimento, appunto, forma di ape e forma di fanciulla. Un’antica laminetta in oro la raffigurava in forma ibrida e leggiadra di fanciulla alata, con morbido corpo d’ape dalla vita in giù. Come si conveniva alle iniziate ai misteri della dèa sotterranea, le sacerdotesse di Demetra erano chiamate Melissai, e Melitode era chiamata Kore, la figlia della Dèa. Melissa era detta anche la Luna, e libagioni di miele erano offerte alle divinità ctonie perché il miele era anche simbolo di morte.

Nella Signora del Labirinto e in Melissa si possono dunque riconoscere due aspetti della Dèa Natura. La prima era argentea, notturna e tenebrosa, divinità dell’Aldilà e del Mondo Infero, Luna che sorgeva dalle profondità della Terra. La seconda era dorata, diurna e luminosa, divinità della Natura rigogliosa dei prati soleggiati e fioriti, cioè del Mondo Supero, su cui la Luna spandeva la sua pallida luce la notte, nella fase di rinascita del suo perenne rinnovamento. Nondimeno non esisteva vera separazione né vera opposizione fra notte e giorno, fra luce d’argento e luce d’oro, fra Mondo Infero e Mondo Supero, come non ve n’era fra vita e morte, né fra individuo e Natura, né fra umani e animali.

Sebbene diurna e luminosa, anche Melissa, dispensatrice di miele, era Luna come la notturna e tenebrosa Signora del Labirinto, fanciulla lunare, coppa di miele (4). Così, la Luna, attraverso le figlie danzatrici, sacrificava miele alla Luna, offriva il proprio oro lunare a se stessa, né avrebbe potuto essere altrimenti, poiché nulla rimane esterno alla Dèa Natura. Come Melissa e come la Signora del Labirinto, tutti i suoi aspetti erano interconnessi nella sua Armonia universale, rappresentata nella danza a spirale, immagine della vita come perenne rinnovamento e continuazione infinita, in cui dalla morte si poteva tornare.

Nei tempi dell’Armonia e del fulgore, quando ovunque apparivano i Numi, prima del patriarcato e dei sacrifici cruenti, l’uomo non s’illudeva presuntuosamente di essere centro del mondo, né manifestazione privilegiata e superiore dell’universo, bensì sentiva amorosamente di essere parte armonica della Natura, come le api, come i fiori, come gli alberi, come le fonti, come le grotte, come i venti e come le nubi, e come la luce e come la Luna e la Notte. Al centro stava Colei che sebbene fosse senza nome, pure aveva molti nomi: la Signora del Labirinto, che era Luna, e dunque anche Dèa Natura. Al centro non stava l’umano, bensì il numinoso e il naturale; non l’uomo, bensì la donna. Così, la Signora del Labirinto, di cui l’iscrizione antica attesta che in sacrificio riceveva miele, ci conduce a ciò che un tempo precedette il patriarcato, la civiltà greca e la stessa civiltà cretese: la religione della Dèa più arcaica, la Luna ctonia, la Madre, la cui voce si può ancora udire…

Note
1. «Inni omerici», IV, «A Hermes», 562.
2. Kerenyi, pp. 152, 168.
3. Porfirio,«De antro», 16.
4. «Così Melissa-Selene (non è forse—la prima notte del plenilunio—il disco lunare una grande coppa colma di miele dorato?) largiva al piccolo Zeus nella grotta del monte Dicte, tutta sussurrante dell’operoso ronzio delle piccole mèlissai, che ogni anno rivedevano miracolosamente rifarsi liquido e ribollire il sangue puerperale di Rhea, una sintesi prodigiosa di sapori e di odori passati attraverso al suo corpo divino.» Uberto Pestalozza, «Selene Hecàte», in «Nuovi saggi di religione mediterranea», p. 54.

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Fonti
Gimbutas, Marija, «The language of the Goddess», New York, Thames & Hudson, 2001.
Jesi, Furio, «Germania segreta: miti nella cultura tedesca del ’900», Milano, Silva, 1967.
Kerenyi, Karoly, «La dea Natura», in «Miti e misteri» (introduzione di Furio Jesi), Torino, Bollati Boringhieri, 2000, pp. 237-269.
Kerenyi, Karoly, «Nel labirinto», Torino, Bollati Boringhieri, 2004.
«Inni omerici» (a cura di Filippo Cassola), Milano, Mondadori, 1994.
Marconi, Momolina, «Melissa dea cretese», «Athenaeum», XVIII, III, Luglio 1940, pp. 164-178.
Marconi, Momolina, «Da Circe a Morgana» (a cura di Anna De Nardis), Roma, Venexia, 2009.
Omero, «Iliade», XVIII, 590 ss.
Omero, «Odissea», XI, 23 ss.
Pestalozza, Uberto, «Culto lunare e religioni misteriche», «Selene e la mitologia lunare nel mondo religioso preellenico», «Selene Hecàte», in «Nuovi saggi di religione mediterranea», Firenze, Sansoni, 1964, pp. 11-72.
Pestalozza, Uberto, «Eterno femminino mediterraneo», Vicenza, Neri Pozza, 1996.
Porfirio, «L’antro delle Ninfe» (introduzione, traduzione e commento di Laura Simonini), Milano, Adelphi, 2004.
Riemschneider, Margarete, «Miti pagani e miti cristiani: Fonti delle saghe del Graal e di Artù e loro relazioni», Milano, Rusconi, 1997.
Violet, «Melissa: Signora di Api e di Miele», Il Tempio della Ninfa, Agosto 2009.
Violet, «La porticina magica», Il Tempio della Ninfa, Ottobre 2009.

(http://www.ilcerchiodellaluna.it/central_Simboli_danzaspirale.htm)

Luna rossa-Miranda Gray

 

Artù…un indovinello…e un archetipo femminile da scoprire…

……ai tempi…Re Artù venne sfidato e battuto dal misterioso Cavaliere Nero…

Invece di ucciderlo,il cavaliere gli pone un indovinello a cui deve rispondere entro tre giorni,altrimenti perderà la vita e il suo regno.

L’indovinello era il seguente:<< Cos’è che una donna desidera più di ogni altra cosa?”>>.

Al suo ritorno a Camelot,Artù ferma ogni donna che incontra e pone la fatidica domanda ma,sfortunatamente,riceve una risposta diversa da ognuna.

Alla fine Artù incontra nel bosco una vecchia brutta e deforme che dice di poter risolvere l’indovinello,ma che lo farà solo se Artù esaudirà un suo desiderio.Disperato, il re accondiscente e l’indovinello viene risolto salvando, così, la sua vita e il suo regno.Tuttavia egli scopre con orrore che il prezzo che la strega chiede è di poter sposare uno dei suoi cavalieri.

Presentando l’Orribile Signora a corte,Artù non è sorpreso di vedere che ella viene accolta con ripugnanza dai suoi cavalieri e che il pensiero del matrimonio con una tale sposa è assurdo per tutti loro.Tuttavia,il galante cavaliere Sir Gawain propone,tra lo stupore della corte,di sposare la vecchia con una grande festa.

Durante la prima notte di nozze, quando Gawain porta l’orribile donna a letto, lei improvvisamente si trasforma in una fanciulla bellissima.

Ella gli spiega di essere sotto l’effetto di un incantesimo e che sposandola, Gawain ha già annullato metà della sua efficacia ma che, se risponderà correttamente a una domanda, lei sarà completamente libera.La fanciulla quindi chiede:-Preferiresti avermi bella durante il giorno o durante la notte?-Gawain incapace di decidersi;se rimanesse bella di notte sarebbe una piacevole amante ma se fosse bella di giorno egli guadagnerebbe il rispetto e l’invidia della corte.

Disperato Gawain dice alla sposa che deve essere lei a decidere….e questa risulta essere la risposta giusta;l’incantesimo si rompe lasciando la donna incantevole sia di giorno che di notte.

La risposta a entrambi gli indovinelli posti a d Artù e a Gawain è la stessa;una donna deve essere fedele alla sua natura….

La cosa che una donna desidera di più è di essere accettata così com’è.

La società maschile tende ad inquadrare le donne in un’immagine lineare, stereotipata, ignorando la loro natura ciclica.Essendole stata data la possibilità di scegliere tra i due poli della sua natura, l’orribile signora fu in grado di assorbire tutti i suoi aspetti,diventando così una donna bella ed equilibrata.E’ importante notare che in entrambi i casi è l’uomo che deve prendere coscienza di questo fatto.Nelle società occidentali,a una donna è raramente permesso di essere veramente se stessa ed è necessario che lei ponga un indovinello agli uomini per risvegliare la loro consapevolezza….(La Luna rossa-Miranda Gray)

pretresse

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Le energie della Madre -ciclo lunare

 

Le energie della Madre sono presenti nel periodo dell’ovulazione e anch’esse sono radianti, ma con una frequenza differente da quelle della Vergine.

Questo è un periodo per donare se stesse, il proprio amore e le proprie qualità, e riconoscere il legame con la terra. Nella società moderna, l’intelligenza, la forza e la saggezza sono qualità che non vengono più associate alla maternità; l’abilità e la virtù necessaria per accudire e nutrire con pazienza.

La fase della Madre è un periodo di forza ed energia ma, a differenza della Vergine, l’energia è ora espressa senza egocentrismo, è radiante piuttosto che dinamica.

Questa fase porta con sè un forte impulso sessuale accompagnato a un profondo amore per il partner.

Fare l’amore dona molta gioia, soprattutto nel dare totalmente se stesse al partner e procurargli piacere. L’attenzione e l’amore che sentite aprono la consapevolezza a un livello più profondo nel quale sentite di essere più mature e di prendervi cura di lui come un figlio.

Sentirete il desiderio di aiutare il prossimo e la società in cui si vive, e ciò deriva dalla consapevolezza spirituale di essere parte della meraviglia della natura e del divino. Come la sessualità, anche l’energia creativa è molto forte e i sogni possono essere vividi con immagini e temi ricorrenti

Durante la fase della Madre potreste notare che il vostro modo di vestire tende a esprimere i temi della natura e della madre terra nello stile e nei colori.Diversamente dalla femminilità superficiale della fase della Vergine, questa ha grande profondità, più femminile e fluente.

La migliore espressione della fase della Madre è il corpo stesso e potreste sentire il bisogno di girare per casa senza vestiti; fatelo e, se è possibile fatelo all’aria aperta, in campagna(senza che nessuno vi disturbi); esponete il seno al sole e alla brezza come espressione di apertura del vostro sè alla natura e all’energia creativa della vita.Questa fase offre un’opportunità di grande gioia nell’offrire voi stesse, le vostre qualità, l’attenzione e l’aiuto agli altri.La Madre ha la capacità di assumersi la responsabilità per gli altri, di accudire, di amare, di offrire guida, consiglio e compassione.Potrà succedere che la gente vi avvicini e si sfoghi con voi raccontando i propri problemi, chiedendo aiuto e consiglio, senza alcun invito da parte vostra.

La fase della Madre può essere il periodo giusto per andare a far visita a vostra madre; lei è l’origine della vostra vita come voi siete l’origine dei vostri figli; siete uguale a lei come donna, quindi condividete il legame che va oltre le differenze generazionali e l’apparenza.Attraverso vostra madre vedete il filo della vita che si svolge all’indietro, nel passato, e lei vede in voi il legame che coduce verso il futuro.

La luce splendente della Madre porta energia creativa dall’utero oscuro della fase della Strega.La sua luce irradia verso l’esterno, inglobando tutta la vita.Nella luce della luna piena rinnovate il vostro legame con il divino nella natura e in voi.

In questa fase potreste sentire un’improvvisa spinta a fare nuove cose per la casa, per esempio ridecorarla o semplicemente riordinarla in modo diverso.Se avete un giardino potreste occuparvi delle piante e dei fiori.Cercate di usare questa energia producendo qualcosa di concreto: dipingendo,suonando, scrivendo, praticando qualche forma di artigianato o semplicemente cucinando qualcosa di speciale. Mentre fate questo siate coscienti del fatto che state creando qualcosa, anche se può sembrare banale e parte della routine.

Una donna che reprime le energie della Madre sarà inconsapevole del profondo legame di condivisione e cura con altre persone. Una donna che, invece, permette a queste energie di prevalere sulle altre, può diventare passiva, senza ambizioni per la sua vita e insicura in ogni altro ambito che non sia quello della sua casa;spesso viene sfruttata per il suo ruolo di nutrice che dà se stessa senza riguardo per le proprie necessità.La famiglia può diventare l’unica sua ragione di vita e sarà, probabilmente, incapace di adattarsi quando i figli lasceranno la casa per costruirsi una loro vita.

(Luna rossa-Miranda Gray)

(http://blog.libero.it/SpecchiodiunaDea/9770730.html)

 

 

 

Il Graal, il Calice e la Dea

Il mistero del Sacro Graal
di Diletta Gatti

Il termine Graal deriva dal latino “gradalis”, che significa tazza, coppa, calice.
Questi oggetti, simili tra loro e di forma tondeggiante rappresentano il grembo fecondo della terra sia nelle tradizioni greco-romane che nelle simbologie ebraiche.
Per i cristiani il Graal è un oggetto di decifrazione incerta che dà luogo alle più diverse interpretazioni. Emblema delle fasi cruciali della vita di Gesù, per alcuni è il calice dell’ultima cena, la coppa nella quale Giuseppe d’Arimatea ha raccolto il sangue sgorgato dal costato del crocifisso, per altri è invece una sorta di lancia magica, assimilabile a quella del soldato romano che ferì il corpo del Cristo morente.

Per i celti, il mito del prodigioso calice è legato a una leggenda secondo la quale Giuseppe d’Arimatea raggiunse la Britannia subito dopo aver raccolto il sangue del Redentore in una coppa. Qui consegnò il sacro oggetto nelle mani del “re pescatore”, un personaggio misterioso di cui non si ebbe più notizia.

Nella letteratura cavalleresca (in particolare la storia dei Rosacroce), la Sacra Coppa e le vicende legate alla sua ricerca sono invece il riflesso della complessa avventura spirituale dell’uomo, un percorso esistenziale che, se compiuto fino in fondo, spalanca le porte del “regno dei cieli”. Per prendere possesso del divino calice è dunque perentoria una radicale trasformazione del cuore e dello spirito. Solo infatti i puri di cuore, gli audaci e coloro che rasentano l’umana perfezione potranno, dopo un’ardua battaglia interiore, fare proprio l’agognato “oggetto”.

Secondo il filosofo Julius Evola, la Sacra coppa è un’entità soprannaturale che nutre, guarisce e illumina, un dono divino disponibile per pochi eletti. Simbolo per antonomasia di ciò che è irraggiungibile, non è perciò materia, ma è bensì un’idea, una metafora di ambito metafisico connessa ai concetti di Sapienza e di Immortalità (“il Graal è dentro ognuno noi”).

Cinema e Graal: tra sacro e profano

Excalibur (1981) di John Boorman

La leggenda del Graal, qui rappresentata in modo poetico e pittoresco, è espressione di un profondo anelito di sacralità, della ricerca di una maturazione esistenziale e di un ritorno alla Natura e agli antichi culti pagani.

La leggenda del re pescatore (1991) di Terry Gilliam

Trasposizione folle e modernissima della leggenda del Graal, interpretata da un istrionico Robin Williams e da un grande Jeff Bridges. Gilliam dirige una favola romantica e surreale dove i miti del mondo antico costituiscono l’antidoto alle paure e alle alienazioni di oggi.

Il mistero dei templari (2004) di Jon Turteltaub

Nicolas Cage sulle tracce del mitico tesoro dei Templari (Graal incluso) tra inseguimenti spericolati, esoterismo spicciolo e americanate a go go.
Sulla scia di Indiana Jones, un film d’avventura dal ritmo incalzante, godibile nonostante la latitanza di contenuti.

Il codice Da Vinci (2006) di Ron Howard

Il film, così come l’omonimo romanzo di Dan Brown, trae spunto dalla celebre leggenda di Rennes- le-Chateau.
Seguendo questo singolare approccio, il Santo Graal altro non è che la stirpe discesa dal Salvatore, la proiezione del “sangue reale” di cui erano guardiani i templari. Secondo tale enunciato Maria Maddalena,“la peccatrice”, era la compagna e l’amante di Gesù, al quale avrebbe dato una figlia. Dopo la morte del Cristo la donna, fuggita in Gallia con la bambina, sarebbe divenuta la capostipite della dinastia dei Merovingi. La teoria che precede non modifica tuttavia il concetto originale del Graal che rimane legato, sempre e comunque, al contenitore che ha ospitato il sangue di Gesù, qui metafora del concepimento nel grembo della Maddalena.

(http://www.mondorosashokking.com/archivio/Default.aspx_tabid%3D164.html)

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Il santo Graal
 
 Intorno al Santo Graal sono nate nel corso degli anni,tante leggende che hanno affascinato e stimolato la fantasia di numerosi scrittori di tutti i tempi. In alcune leggende  viene descritto come il calice usato da Cristo nell’Ultima Cena, mentre per altre rappresenta la coppa in cui Giuseppe d’Arimatea avrebbe raccolto il sangue di Cristo dalla croce. Per quanto riguarda la leggenda sorta in Spagna e in Francia intorno al 1100, il Graal è un oggetto sacro e misterioso che viene custodito in un tempio o castello in Bretagna. Essa narra che solo ai puri di cuore è dato raggiungerlo e i mortali che vi riusciranno, conquisteranno la felicità terrena e celeste.
 
 Esistono però anche molte altre versioni risalenti addirittura al IV sec.: narrano che Maria Maddalena fuggita dalla terra santa, portò il Santo Graal con sé in Francia, precisamente a  Marsiglia, dove sono tuttora venerate le sue presunte reliquie.Nel secolo XV questa tradizione aveva già assunto un’importanza enorme nei personaggi come Renato d’Angiò, che faceva collezione di “coppe Graal”.Nuovi elementi  li ritroviamo in “Le Grand Graal”, un testo di un autore sconosciuto, che continua e integra il racconto del “Joseph di Arimathie”. Il Graal viene associato a un libro scritto da Gesù Cristo, alla cui lettura può accedere solo chi è in grazia di Dio e le verità di fede che esso contiene non potranno mai essere pronunciate da lingua mortale senza che i quattro elementi ne vengano sconvolti. Se ciò, infatti, dovesse accadere, i cieli cadrebbero, l’aria tremerebbe, la terra sprofonderebbe e l’acqua cambierebbe colore. Da questo si deduce che il libro-coppa possiede un terribile potere.Ma perché il calice fu portato proprio in Inghilterra? I sostenitori della sua esistenza affermano che durante la sua permanenza in Cornovaglia, Gesù aveva ricevuto in dono una coppa rituale da un Druido convertito al cristianesimo e quell’oggetto gli era particolarmente caro. Dopo la crocefissione, Giuseppe d’Arimatea aveva voluto riportarla al donatore ulteriormente santificata dal sangue di Cristo; il Druido in questione era Merlino.Comunque sia ,le peripezie subite dal Graal varianol a seconda delle varie fonti. Giunto a destinazione Giuseppe affida la coppa a un guardiano soprannominato “Ricco Pescatore” o “Re Pescatore” perché, come Gesù, ha sfamato un gran numero di persone moltiplicando un solo pesce.  Sulla Britannia si abbatte una maledizione chiamata dai Celti Wasteland , uno stato di carestia e devastazione sia fisica che spirituale. Per annullare il Wasteland – spiega Merlino ad Artù – è necessario ritrovare il Graal, simbolo della purezza perduta. Un Cavaliere (Parsifal o Galaad “il Cavaliere vergine”) occupa allora lo “Scranno periglioso”, una sedia tenuta vuota alla Tavola Rotonda, su cui può sedersi (pena l’annientamento) solo “il Cavaliere più virtuoso del mondo”, colui che è stato predestinato a trovare il Graal. Ispirato da sogni e presagi, e superando una serie di prove perigliose come il “Cimitero periglioso”, il “Ponte periglioso”, la “Foresta perigliosa” … Parsifal rintraccia Corbenic, il Castello del Graal e giunge al cospetto della Sacra Coppa. Non osa però porre le domande “Cos è il Graal? Di chi esso è servitore?”, contravvenendo così al suggerimento evangelico “Bussate e vi sarà aperto” e così il Graal scompare di nuovo.Dopo che il Cavaliere ha trascorso alcuni anni in meditazione, la ricerca riprende e finalmente Parsifal (o Galaad) pone il quesito, a cui viene risposto. “È il piatto nel quale Gesù Cristo mangiò l’agnello con i suoi discepoli il giorno di Pasqua. (…) E perchè questo piatto fu grato a tutti lo si chiama Santo Graal”. Il Re Magagnato si riprende, il Wasteland finisce; Re Artù muore a Camlann e Merlino sparisce nella sua tomba di cristallo. Il Graal viene a questo punto, siamo intorno al 540 dc., riportato da Parsifal a Sarraz, una terra impossibile da situare geograficamente; non è infatti in Egitto, ma “vi si vede da lontano il Grande Nilo” e il suo Re combatte contro un Tolomeo, mentre la dinastia tolomaica si estinse prima di Cristo.Per secoli non si parla più del Graal, finché, verso la fine del XII secolo, esso torna improvvisamente alla ribalta a causa delle Crociate. A partire dal 1095, molti Cavalieri cristiani si erano recati in Terra Santa, entrando in contatto con le tradizioni mistiche ed esoteriche dei quei luoghi e sicuramente qualcuna di esse parlava del Graal, un sacro oggetto dagli straordinari poteri. Grazie ai Crociati, la leggenda raggiunse l’Europa e vi si diffuse.

Quali i nascondigli più probabili?

1) Il Graal si trova nel castello di Gisors – I Cavalieri Templari avevano stretto rapporti con la Setta degli Assassini, un gruppo  ismailita che adorava una misteriosa divinità chiamata Bafometto . Per alcuni il Bafometto altro non era che il Graal; prima di essere sgominati, gli Assassini lo avevano affidato ai Templari, che lo avevano portato in Francia verso la metà del XII secolo. Se le cose fossero davvero andate così, ora il Graal si troverebbe tra i leggendari tesori dei templari (mai rinvenuti) in qualche sotterraneo del castello di GISORS.

2)Il Graal si trova in Italia, a Castel del Monte – I Cavalieri Teutonici – fondati nel 1190 – vengono in contatto sia con i mistici Sufi – una setta islamica che adorava il Dio delle tre religioni, Ebraica, Islamica e Cristiana – sia con l’ illuminato Imperatore Federico II Hohenstaufen, seguace di quella dottrina. Tramite i Cavalieri Teutonici, i Sufi avrebbero affidato il Graal all’Imperatore, affinché lo proteggesse dalle distruzioni scatenate dai Crociati. In tal caso, il Graal si troverebbe a Castel del Monte, un palazzo a forma di coppa ottagonale edificato per custodirlo.

3)Il Graal si trova a Takht-I-Sulaiman – Secondo questa ipotesi il Grall sarebbe il simbolico “Fuoco Reale” fonte della conoscenza, adorato dai seguaci di Zarathustra a Takht-I-Sulaiman, il principale centro del culto di Zoroastro. Takht-I-Sulaiman potrebbe essere  la mitica Sarraz, da cui il Graal (Fuoco Reale) giunse, a cui ritornò e dove forse si trova ancora.

4)Il Graal si trova nel Castello di Montsegur – Dopo che il culto di Zoroastro venne abolito, alcune delle sue dottrine furono adottate dai Manichei e, di seguito, dai Catari o Albigesi; questi ultimi erano giunti in Europa dal Medio Oriente, passando per la Turchia e i Balcani, e si erano stabiliti in Francia nel XII secolo. Nel 1244, dopo la persecuzione da parte del Papato e dei francesi, furono sterminati nella loro fortezza di Montsegur; se avessero portato con loro la sacra coppa, ora esso potrebbe trovarsi insieme al resto del loro tesoro in qualche misterioso nascondiglio del castello.
Oltre a queste teorie ne esistono altre più fantasiose

a)Il Graal si trova a Torino – Importato dai pellegrini che si spostavano per durante il medioevo o forse dai Savoia e,insieme alla Sacra Sindone, sarebbe giunto fin in piemonte; le statue del sagrato del tempio della Gran Madre di Dio, sulle rive del Po, indicano, a chi è in grado di comprenderne la complessa simbologia, il nascondiglio della Coppa.

b)Il Graal si trova a Bari – Nel 1087, un gruppo di mercanti portò a Bari dalla Turchia le spoglie di San Nicola, ed edificata una basilica. In realtà la translazione del Santo era solo la copertura per un ritrovamento ben più importante, quello del Graal. I mercanti erano in realtà cavalieri in missione segreta per conto di Papa Gregorio VII. Il Pontefice era al corrente del potere del Calice, ma non intendeva pubblicizzare la sua ricerca, né l’eventuale ritrovamento, in quanto esso era un oggetto pagano o comunque il simbolo di una religione ancor più universale di quella cattolica. Gli premeva di recuperarlo da Sarraz in quanto temeva che la sua presenza in Turchia avrebbe aiutato i Saraceni nella loro espansione ai danni dell’Impero Bizantino, e avrebbe nociuto all’ intervento delle forze cristiane in Terra Santa a difesa dei pellegrini. La scelta di custodire il Graal a Bari anziché a Roma fu determinata da due motivi: da lì si sarebbero imbarcati i cavalieri per la Terra Santa, 1) il Graal avrebbe riversato su di loro i suoi benefici effetti;2)  la sua presenza avrebbe protetto Roberto il Guiscardo, Re normanno di Puglie, principale alleato del Papa nella lotta contro Enrico IV. A convalida dell’avvenimento, sul portale della cattedrale, si trova l’immagine di Re Artù e un’indicazione stilizzata del nascondiglio.

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Il Sacro Graal racchiuso nella donna

sacro calice della donna

Il sincronismo del ciclo della donna con quello della Luna riflette anche il legame tra la donna e il divino.Attraverso il suo ciclo la donna porta il mistero della vita nel suo corpo ed è in grado di dare la vita e di assicurare un futuro alla sua gente.

Portando l’immanifesto nel mondo della creazione, ogni donna possiede i poteri creativi e sostentativi dell’universo.

Il ciclo mestruale dell’utero della donna era visto come ciclo di vita e di fertilità durante l’ovulazione,e di fertilità e morte durante le mestruazioni;esso era rappresentato dalle fasi lunari e ricordava le stagioni della terra.

In molti miti questo mistero dell’utero è rappresentato da un vaso magico.

Nelle leggende del Graal prende la forma di un calice;nell’antica mitologia celtica assume la forma di un calderone e nei testi di alchimia quella di un alambicco.Questi vasi offrono abbondanza, fertilità, vita, trasformazione, iniziazione e ispirazione spirituale.

Le leggende del Graal offrono una particolare comprensione e consapevolezza delle energie del ciclo delle donne.

Si suppone che il Santo Graal fosse la coppa dove Gesù Cristo bevve durante l’Ultima Cena, in seguito conservato da Giuseppe di Arimatea per raccogliere il sangue delle ferite del Cristo morente.

Esso era fonte di vita e di morte ma anche di ispirazione spirituale, infatti coloro che lo ottenevano morivano a questo mondo e rinascevano in quello dello spirito.

Il Graal poteva offrire vino bianco o rosso;come l’utero può offrire i poteri dell’ovulazione o delle mestruazioni.

Le donne in queste storie non ricercano il Graal, perchè esso rappresenta i poteri divini femminili che già risiedono in loro.Qui le figure femminili riflettono i differenti aspetti della stessa donna.Le leggenda del Graal rivelano alle donne la loro vera natura e, come portatrici del Graal, il loro bisogno di conoscere tutti gli aspetti delle sue energie dentro se stesse e il modo di esprimerle in questo mondo…

Esiste “Colei che misura” e che rappresenta tutte le donne.E’ creata quando ebbe inizio il ciclo della prima donna e da allora terrà il ritmo ciclico delle donne fino alla fine dei tempi.

Ella simboleggia il potere del tempo, le energie creative della civiltà e della vita stessa.

Una volta al mese:

VERSA UNA LACRIMA SALATA, “L’ACQUA DELLA VITA”, UN UOVO E UNA GOCCIA DI SANGUE, “LA SORGENTE DELLA VITA”,dentro una coppa….l’utero…

(Luna rossa-Miranda Gray)

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La coppa, il calice e la magia

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“La coppa è per eccellenza il simbolo della Dea, è il “ventre della Dea” in cui viene depositata l’acqua che dà la vita. Viene utilizzato come contenitore dei liquidi necessari per la purificazione (acqua salata) e per banchettare durante il rituale. È associato all’elemento dell’acqua e viene utilizzata spesso per incantesimi in cui è necessario “dare vita” a qualcosa. L’unione della coppa con l’athame simboleggia l’unione tra Dio e Dea all’interno del rituale”.

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“La Coppa Simboleggia la fertilità ed è collegata alla Dea madre,
quindi all’elemento Acqua e alla Luna.
Può essere utilizzata oltre che per contenere dell’acqua, che è spesso presente sull’altare,
anche per contenere le bevande da utilizzare durante un rito o durante i festeggiamenti e
le celebrazioni alle feste degli Dei. Può raccogliere all’interno qualsiasi sostanza che
riteniamo necessaria. Riporta alla mente l’antico calderone usato dalle streghe, c
he poi nel tempo, forse per questione di discrezione e comodità,
ha preso le sembianze dell’odierna coppa (anche se il calderone è ancora usato).
Lo scopo della coppa è di raccogliere, conservare e liberare energia.
Il materiale più comumnemente usato è l’argento o di cristallo,
in modo da simbolizzare e richiamare ulteriormente la figura della Dea,
ma possiamo benissimo averla in, oro, alabastro, terracotta o qualsiasi altro materiale.
In alcune occasioni e ne usano più d’una, uno per la Divinità e uno o più per la/le strega/ghe.”

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“Il calice è legato all’elemento acqua, genere femminile.
Si usa nei banchetti durante i sabbat o gli esbat ed è un contenitore magico per qualsiasi sostanza sia essa materiale che psichica. Il calice raccoglie, conserva e disperde l’energia.
solitamente è fatta d’argento che è il metallo della luna, che regola e governa le maree e le acque interne al corpo umano, oltre che sacro alla dea.
Oppure può anche essere placcato in argento, ceramica, cristallo ma l’argento resta il metallo migliore essendo legato alla simbologia strumento/luna/elemento.
Per trovare il calice giusto si inizia con il chiedere aiuto alla dea, che ci indichi la strada e il negozio dove trovarlo. Ci si può orientare verso i negozi di new age, di antichità, sulle bancarelle. Anche la ricerca è importante perchè vista come una crescita spirituale e interiore e quindi non mettersi mai fretta, non accontentarsi, aspettare, metterci tutto il tempo che occorre. Il calice e voi dovrete incontrarvi e scegliervi reciprocamente. NON CONTRATTATE MAI SUL PREZZO O DEPREZZERETE ANCHE IL VALORE DELLA VOSTRA COPPA.
LA COPPA E’ LA MENTE, LA TOMBA, UNA GROTTA, LA COPPA PUO’ ESSERE SVUOTATA, CONTENERE LA PURIFICAZIONE, NUTRIRE MA ANCHE AVVELENARE, RISCALDARE, RAFFREDDARE, RISTAGNARE.
Anche la coppa deve essere benedetta e consacrata seguendo un rituale in occasione della luna piena.”

Il Drago, simbologia, saggezza e via iniziatica

“Il drago è l’animale leggendario che ha caratteristiche appartenenti al serpente, al leone, al coccodrillo.
Nonostante la sua origine fantastica, è profondamente radicato nella
psiche collettiva, e per questa ragione compare di frequente nei sogni dell’uomo moderno e civilizzato.

Protagonista di fiabe e racconti diffusi in tutte le culture fin
dall’antichità, rappresenta le forze oscure e demoniache da combattere
e da vincere, l’istintività incontrollata, i contenuti dell’inconscio più
rinnegati e potenti con cui confrontarsi per conquistare la propria
energia inconscia, per utilizzarla senza farsene asservire.

Il suo significato simbolico spazia da questo aspetto di “ombra” a quello di madre castratrice
e terribile, colei che trattiene ed impedisce la crescita ed il
distacco, che si oppone alla maturità. Sia Jung che Freud riconoscono
nel drago la peculiarità dell’archetipo materno con
cui l’individuo dovrà combattere per potere sentire ed esprimere la
propria carica libidica e la propria sessualità.

Considerato per la sua ferocia e la sua forza un temibile avversario, appare spesso alla soglia di una caverna, nel ruolo di “guardiano” di qualche tesoro, tesoro che l’eroe di turno dovrà conquistare combattendo.
Ogni battaglia col drago diverrà allora metafora della ricerca di un
significato che vada ad ampliare il Se’, e che appare come un tesoro,
allorché viene strappato dalle oscure regioni psichiche in cui si
trova. Così il sognatore viene confrontato con la forza inconscia
dell’ombra da cui egli può attingere forza, che lo può sostenere
nell’affrontare la realtà.
La vittoria sul drago è il trionfo dell’io sulle
forze regressive dell’inconscio che si tradurrà nella capacità di
affrontare e superare i drammi e i cambiamenti che la vita presenta. La lotta col drago dei sogni è allora un rito iniziatico che consente al sognatore di affrontare il proprio “drago interiore” per integrarne la forza (il tesoro) e che gli consentirà, novello eroe, di andare nel mondo.

Anche questo aspetto è importante nella simbologia del drago
perchè contribuisce a definire, in sogno, l’espressione di un potere
naturale latente dell’individuo, a cui potrà accedere attraverso un
percorso di crescita e di conoscenza, in un personalissimo viaggio dell’eroe.”

(Dal Web)
1. Il Drago, via iniziatica
Il Drago è il profumo del cielo. Non si può immaginare il Drago senza
perdere le dimensioni umane. L’uomo non entra quale dominatore
nelle sue strutture; ne è la misura inferiore, quella della attrazione
verso gli ingressi del Drago. Il Drago è il frutto delle idee degli
uomini; è la materializzazione delle loro speranze e desideri, delle
loro paure, ma è allo stesso tempo la materializzazione del mito ed
esiste nei mondi paralleli.
Il Drago verde è la terra. Imparziale e sacro, tutto accoglie e trasforma,
tutto genera: è la nascita e la morte, è la trasformazione
dell’Opera. Dal Drago verde sorgono due mostri. Il primo è quello
fisso, di pietra, tentacolare, affascinante nella sua forma immota
di demone costrittore, che appare però protettivo come il grembo
materno, ammaliatore come il sottile fascino di Venere nelle sue
rovine di marmo biancheggianti come ossa. È lo scheletro, l’immutabile,
ciò che sostiene. Non ci si può avventurare nei sottili piani
dello spirito se non si è muniti di corpo. Questo primo mostro è “il
costruito”, la città; è l’Idra dalle mille teste, la medusa che impietrisce
e dalla cui testa recisa nasce Pegaso, il secondo mostro. È
nato dai vapori stessi della terra ed è nel contempo figlio della pura
luce dello spirito. Ha le zampe sulla terra, dove cammina, le ali
per volare nel cielo e la testa che si dissolve nell’assoluto, nella pu
ra vibrazione; il suo corpo è composto di otto parti, la coda è la
quintessenza del veleno.
Chi si avvicina a lui e vi sale dentro lo fa dagli ingressi che più gli
si confanno e che sente simili a sé. Le trasformazioni che subirà, una
volta dentro, saranno irreversibili: mai più ritornerà come quando vi
è entrato, non sarà mai più lo stesso uomo. Può solo salire, andare
verso l’alto, verso il riconoscimento di se stesso, della sua totalità,
della sua unione con lo spirito. La sua meta è arrivare alla testa, alla
sorgente della pura luce, del puro suono: quello che cambia è solo la
lunghezza del percorso da compiere.
C’è chi entra dall’ano, chi dagli intestini, coda, fegato, stomaco,
cuore, gola, polmoni, chi direttamente dalla testa. Ognuno avrà un
differente cammino, ma attraverserà assolutamente tutto ciò che la
sua natura richiede per liberarsi da tutte le scorie. Non dimenticherà
più niente, ma comprenderà tutto lo svolgimento dell’esistenza, nella
sua totalità, dalle forme più basse a quelle più alte. Sarà nel mondo,
ma non ne sarà più schiavo. Chi arriverà alla testa guiderà il Drago.
Tutte le creature vivono, dormono, mangiano e lavorano dentro il
Drago. Arriva il momento in cui il Drago, pieno di uomini, abbandona
le sue zampe sulla terra e apre le sue ali. La Forza che lo muove è
energia cosmica presa dalle “ruote delle criniere”, insieme all’energia
che gli uomini che stanno dentro di lui generano e irradiano. I due
mostri, quello fisso della città, e quello volante, si fissano e si affrontano.
Il mostro fisso cerca di resistere, sa che non deve farsi toccare,
neanche per un istante, dal Drago del cielo.
Il Drago ha la proprietà di trasformare tutto ciò che tocca in qualcosa
di simile a lui; egli è la Pietra Filosofale. Nel momento della lotta
il Drago lancia fiamme dalla bocca e niente può fermare il suo
cammino.
Ma dove è ora il Drago? Ha vinto ma dove è andato? La sua dimora
non è più di questa terra, il suo compito è distruggere l’ignoranza.
Se ne è volato via; è la Barca del cielo che prosegue il suo
percorso negli universi paralleli per ritornare forse in un prossimo
eone. Ora il suo compito è terminato. È ridiventato pura energia e
la sua forma non è più visibile all’occhio umano, ma esiste quale
forza dinamica e spirituale, nella dimensione della consapevolezza
atemporale.

Il suo messaggio sulla terra sarà propagato dagli uomini totali,
che una volta erano in lui e che sono stati “seminati” sulla terra nel
momento della sua dissoluzione. Ognuno di loro è il Drago, e il Drago
è in ognuno di loro.
La storia dei due contendenti si ripeterà all’infinito, sempre nuova
e sempre simile, con il ricordo dell’origine degli esseri nuovi e
della lotta trasformante e liberatrice. La loro esistenza sarà per sempre
parte del loro Tutto, il grande Drago.
Il Drago è soprattutto una via iniziatica e una disciplina esoterica.
Corrisponde alle quattro direzioni: con il Drago si osservano le stelle
(nord), si viaggia per le stelle (est), si è nelle stelle (ovest ), si diventa
una stella (sud).

da il libro del Drago di A.Veggi

Il Drago

 

 

 

 

 

 

Il Drago sintetizza in sé tutte le forze della natura. Vive nelle grotte e custodisce le terre e le caverne, guardiano quindi di un rifugio dove esistono forze magiche che devono essere impiegate unicamente da uomini di grande saggezza e conoscenza. La caverna diviene simbolo dell’uomo in cui il drago alberga allo stato latente, come addormentato, ma sempre pronto al risveglio. Ma se tale risveglio avviene in un tempo errato, esso divora colui che ha osato affrontare la caverna senza essere sufficientemente preparato. Ciò accade perché il drago è guardiano del tesoro, e tale tesoro si trova, sovente, sotterrato in fondo ad una caverna che simboleggia il cuore nascosto della terra e rappresenta la via interiore. Cosi i mostri o i draghi che custodiscono questo tesoro non sono altro che le immagini dei nostri desideri e delle nostre passioni che ci impediscono di accedervi.

L’oro, inalterabile e puro metallo, è sotto differenti forme, il simbolo di questo tesoro che si origina nelle profondità della terra (l’interiorità) che, associato alla vita è energia vitale, virtù e tutto ciò che vi è di positivo e degno di essere ricercato; quindi il drago diviene simbolo delle forze materiali che si frappongono tra il desiderio della conoscenza e la conoscenza stessa, che rimane nascosta.
Il drago è, prima di tutto, il guardiano di una sfera interdetta agli uomini ordinari. La sua missione fondamentale è quella di uccidere tutti coloro che bramano il tesoro ma che non possiedono un cuore abbastanza puro per ottenerlo. In questo senso appare il suo ruolo di guardiano dei segreti del divino che, alato, vola tra cielo e terra come un guardiano severo per impedire il passaggio verso le sfere più alte a elementi non preparati o purificati.
Ma il drago appartiene a tutti i mondi: deriva il suo corpo dai rettili, dai pesci, dagli insetti, dai felini, ha corna di cervo, zampe di aquila e molte altre forme ancora; compone così il suo aspetto a seconda di ciò che ogni uno vuole che sia, secondo i propri timori e le proprie paure, fintantoché non è domato. Così come può provenire dalle acque superiori, al pari frequenta le profondità sotterranee, sorge da ogni dove e da nessun luogo: giunto dallo stato più profondo della coscienza, è generato dalle ancestrali paure o dalle angosce viscerali, illustra nell’immaginario, ciò che è nascosto nei differenti piani del nostro essere ai diversi livelli di coscienza.
In questa manifestazione, il drago diviene l’archetipo della bestia, che traduce le paure elementari e i grandi istintivi timori della nostra natura animale.
Eppure, pur essendo manifestazione di ogni paura, il drago è simbolo benefico e positivo.
Il ciclo di vita e morte è rappresentato nell’antica alchimia con il simbolo dell’uroboros, il serpente drago che si morde la coda, vale a dire che realizza l’unità dei contrari: l’uroboros che si autoinghiotte illustra l’eterno movimento del ciclo vita morte ed esprime l’unità fondamentale dello spirito e della materia, secondo l’idea che ogni creazione deriva da Dio per tornare a Dio, si genera e si consuma da se stessa in un viaggio circolare senza fine. È l’immagine del tutto è uno e di tutto è in uno.
Così il drago, associato all’origine di tutte le cose, presiede ugualmente alla loro fine, poiché, secondo la visione ciclica dell’universo, la fine è allo stesso tempo un inizio.
Evolversi significa morire ad uno stato e nascere ad un altro. Il drago nella tradizione alchemica è fatto a pezzi e smembrato prima di poter rinascere. In questo modo il mondo alchemico evoca il metodo che deve condurre al risveglio: smembrare il drago significa scoprire i suoi elementi fondamentali, e il drago associato all’uroboros è l’universo circolare che non ha ne inizio ne fine, a questo punto l’uroboros indica la concezione in cui lo smembramento prelude all’ordine attraverso la conoscenza.
Vediamo come.
Quando nelle mitologie il drago incarna la natura del male, spetta all’eroe affrontarlo. Il drago deve essere vinto quando evoca istintivi terrori che sono tanto più forti quanto si crede di non poterli domare. Vincere il drago allora significa opporsi alle forze istintive, agli inconsci terrori, dominarli e ristabilire l’ordine umano e celeste.
Il drago, riflette l’immagine profonda dei poteri femminili, che sono quelli di generare la vita e nutrirla; di completare con la sua azione passiva, l’aggressività inerente alla natura istintiva dell’uomo; in questo senso, la lotta contro il drago ha per scopo quello di riconquistare i poteri femminili, elementi senza i quali l’uomo non può essere completo. Qui si manifesta la forma anfibia del drago che vive nelle acque, custode delle fonti, dei fiumi, dei laghi e dei mari, acqua che rappresenta la natura femminile e il suo relativo profondo subconscio. Per conquistare il tesori custodito dal drago, l’uomo deve necessariamente essere completo, deve cioè ritrovare la sua componente femminile nel suo essere, motivo per cui nelle storie di draghi è sempre una fanciulla ad essere prigioniera.
Combattendo il drago l’eroe realizza una triplice operazione: purifica col coraggio le forze che gli impedivano di combattere il proprio drago interiore, recupera il complementare elemento femminile e si apre la via di accesso al tesoro. Ma affrontare il drago significa anche attraversare il fuoco; fuoco che arde nel petto del drago e che equivale a dominare il fuoco delle passioni e dei desideri che divorano l’uomo come altrettanti draghi. Incatenare il drago, quindi, significa rendersi padroni delle forze onnipotenti della natura, ivi comprese quelle inerenti alla natura femminile.


articolo tratto  dal sito http://www.tol-jari.net/doc.simboli/drago_file/drago.htm

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